Il punto di Emanuele Rossi

L’Opcw, l’organizzazione che si occupa di armi chimiche per conto dell’Onu, è entrata giovedì nella zona di Khan Shaykhun, provincia di Idlib, per prelevare alcuni campioni di suolo e analizzare la sostanza tossica che ha ucciso oltre ottanta persone nel bombardamento di martedì 4 aprile. I risultati dei test saranno definitivi tra 3/4 settimane, ma intanto le delegazioni inglese e americana presso la sede dell’amministrazione, che si trova all’Aia (in Olanda), hanno già detto di essere completamente sicure che si tratti di sarin; altre conferme sono arrivate nei giorni precedenti dai vari medici che hanno trattato le vittime.

LA CERTEZZA DI WASHINGTON

I dati raccolti saranno prove fondamentali per l’indagine con cui le Nazioni Unite intendono individuare i responsabili dell’attacco, la Russia dice che le analisi permetteranno di scagionare il governo siriano. Gli americani (seguiti da molte nazioni occidentali) hanno invece già incolpato apertamente il regime siriano di Bashar el Assad: il Consiglio di sicurezza ha pubblica un report con prove. Scoprendo praticamente le carte su un programma di intercettazione noto ma non ufficiale che copre tutta la Siria e l’Iraq, hanno fornito alcune delle informazioni di intelligence raccolte, e alcuni funzionari hanno parlato con la CNN dicendo di aver beccato uomini del regime organizzare l’attacco nei giorni prima del 4 aprile.

L’INTERVISTA DI ASSAD

Nel frattempo, il rais siriano ha fornito la sua versione dei fatti durante un’intervista esclusiva all’agenzia stampa France Press. Assad dice che quello che è successo il 4 aprile è tutta una montatura organizzata dall’Occidente e dagli americani che hanno le mani in pasta con i ribelli. Ci sono stati due step, ha spiegato il dittatore siriano: il primo la diffusione delle immagini, che lui ritiene artefatte, sui social network; il secondo l’attacco ordinato da Donald Trump per ritorsione contro la base aerea di Shayrat.

Assad spiega che in Siria di armi chimiche non ce ne sono più, perché le ha smantellate completamente in rispetto dell’accordo del 2013, e aggiunge che se anche le avesse avute non le avrebbe mai utilizzate (interessante, perché c’è una doppia negazione, dato che lo smantellamento si lega all’attacco mortale per centinaia di persone avvenuto contro i ribelli a Ghouta, che il rais siriano non cita, ma fa intendere di non aver commesso). “Non sappiamo dove sono morti quei bambini. E a tutti gli effetti non sappiamo se sono morti” dice a proposito delle immagini terrificanti diffuse sui social network dai sopravvissuti. Nelle stesse ora in cui Assad diceva che in Siria non ci sono più armi chimiche, il regime siriano accusava gli Stati Uniti di aver colpito un deposito di armi chimiche in mano allo Stato islamico a Deir Ezzor e aver procurato decine di morti: Washington ha bollato la cosa come propaganda, e ha negato di aver compiuto bombardamenti nell’area.

LA VERSIONE RUSSA

Contrariamente agli Stati Uniti, la Russia ha dato da tempo una propria versione dei fatti: un bombardamento siriano contro ribelli terroristi ha colpito un deposito di armi controllato dalle opposizioni armate e prodotto la strage. (Domanda: ma colpire intenzionalmente un deposito in cui si sanno stoccate armi chimiche per attaccare il nemico, può essere considerato un attacco chimico per proxy?). Sulla linea russa si sono posizionati una serie di ex funzionari dell’intelligence e della difesa americana, che hanno inviato un memorandum al presidente Trump per chiedere di evitare ulteriori reazioni istintive come l’attacco in Siria, su cui secondo i firmatari non c’è certezza della colpa, perché si potrebbero innescare conseguenze devastanti se la Russia reagisse.

IL MEMORANDUM CONTRO TRUMP

Un ex agente della Cia, specializzata in Medio Oriente con quasi trent’anni di carriera, Elizabeth Murray, ha detto al sito Middle East Eye che per capire quanto è critica la situazione basta seguire le parole del primo ministro russo Dmity Medvedev che aveva parlato di “relazioni completamente rovinate” con l’America – Medvedev viene preso a campione perché è considerato il più occidentalista dell’inner circle di Vladimir Putin. Molti dei firmatari del memo appartengono al VIPS, Veteran Intelligence Professionals for Sanity, un’organizzazione costituita nel 2003 da ex agenti, ufficiali e analisti, che divennero noti per la loro opposizione alla guerra in Iraq nel 2003, mettendo in dubbio la presenza di armi di distruzione di massa in mano a Saddam. Ora contrastano “la narrazione” statunitense, messa in piedi “in assenza di un’indagine imparziale e indipendente, e in assenza di prove credibili” dice Murray.

TRUMP È STATO ISTINTIVO?

Un altro firmatario, Philipp Giraldi, ex Cia e servizi segreti militari, ha detto sempre a MEE che “non c’è modo” di effettuare una revisione così rapida dei dati di intelligence come quella fatta dagli americani in questi giorni. Giraldi allude anche al fatto che Trump possa essersi lasciato condizionare dall’incontro con re Abdullah di Giordania, avvenuto lo stesso giorno dell’attacco, e aggiunge: “Posso capire come qualcuno senza esperienza come Ivanka Trump possa essere scosso e pronto a puntare il dito, ma non è questo il modo in cui le cose vanno fatte nella Comunità di intelligence” ha aggiunto – nei giorni scorsi Eric Trump, fratello di Ivanka e terzo figlio del presidente, aveva detto al Telegraph che sul dare il via all’azione contro Assad aveva avuto “influenza” il “cuore spezzato” della sorella (considerata la figlia prediletta di Trump). Il colonnello Lawrence Wilkerson, già capo dello staff di Colin Powell, ha detto invece a Russia Today, una network d’informazione finanziato dal Cremlino, che gli Stati Uniti dovrebbero scusarsi con i russi per averli accusati di incompetenza (termine usato al segretario di Stato Rex Tillerson) per non essere riusciti a far rispettare l’accordo sulle armi chimiche di quattro anni fa a Damasco. Wilkerson sostiene che quel compito spettava tanto agli americani quanto a Mosca, anche se è nota l’influenza che la Russia ha sul regime siriano alleato.

I DATI CONTRO LE OPINIONI

Il coro di critiche continua. Sull’Huffington Post Coleen Rowley, ex operativa dell’Fbi diventata whistleblower e per questo nominata nel 2002 tra le tre “Person of the year” da Time, e Scott Ritter, ex ispettore per le armi di distruzione di massa, hanno sostenuto entrambi la tesi della bomba su un deposito chimico. Il sito di fact checking Bellingcat ha dedicato diversi articoli specifici per superare con dati queste opinioni. Ha spiegato nel dettaglio attraverso esperti come Dan Kaszeta che la ricostruzione russa del missile contro un deposito chimico “non è plausibile” perché, come detto più volte, il sarin – che al momento è indicato come l’agente mortale – è un composto bifase, instabile e prodotto dall’esplosione degli ordini in cui è caricato e non da quella dei suoi precursori non miscelati. In un’altra ricostruzione dalle prove raccolte un altro esperto, Christian Triebertha evidenziato anche che il punto di impatto della bomba era in mezzo alla strada e non in un deposito (riempito di materiale non definito) decine di metri distante. Il segretario alla Difesa James Mattis ha dichiarto che da tutti i controlli fatti “è molto chiaro chi ha progettato questo attacco, chi ha autorizzato questo attacco e chi ha condotto l’attacco se stesso”. Sottinteso: Assad.

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