Per un paio di mesi si è scritto che la normalizzazione dell’azione politica del presidente americano Donald Trump avesse (anche) un simbolo: il generale intellettuale che guida da febbraio il Consiglio di Sicurezza nazionale, Herbert McMaster. Negli ultimi giorni sono usciti alcuni articoli che raccontano che – sebbene l’ipotesi McMaster resti possibile – il presidente e il suo principale aiutante sui temi di sicurezza, difesa, affari esteri, in realtà non vanno troppo d’accordo e la rotta interna della Casa Bianca è tutt’altro che definita. Martedì i due si sono incontrati allo Studio Ovale, domenica sera è stato diffuso uno statement rassicurante dalla Casa Bianca che riportava le parole di Trump: “Non potrei essere più felice di HR, lui sta facendo un lavoro terrific” (nota lessicale: terrific sta via via sostituendo tremendous negli aggetti preferiti, e ripetuti, dal Prez).

PIACE PIÙ ALL’ESTABLISHMENT CHE A TRUMP?

“McMaster piace all’establishment di Washington”, scrive Eli Lake di Bloomberg in uno dei più informati di quegli articoli, ma in realtà non è troppo in sintonia “con la persona che più conta a Washington”. Lake ha ricevuto varie informazioni da uomini della Casa Bianca che raccontano di litigate in pubblico, telefonate furiose, e scontri di poteri. In particolare, Trump sarebbe stato “livido” dopo aver appreso dal Wall Street Journal che McMaster aveva parlato con la controparte sudcoreana per rassicurarla che la sparata del presidente sul conto da presentare a Seul per lo schieramento del Thaad – il sistema anti missilistico americano che dovrebbe proteggere il Sud dalla minaccia del Nord – era un lancio propagandistico e non una policy. Lake racconta anche di briefing di intelligence durante i quali McMaster cerca di minimizzare continuamente le posizioni del presidente e addirittura di riunioni in cui al commander-in-chief non viene nemmeno permesso di fare domande.

LO SCONTRO

Le tensioni sarebbero iniziate quasi subito dopo la nomina (di cui Trump si sarebbe già pentito, dicono le fonti), quando McMaster consigliò al presidente di non usare la parola “terrorismo islamico radicale” durante il ∼Sotu tenuto davanti al Congresso a fine febbraio, e invece Trump scandì sonoramente i tre termini, come fatto tante volte durante la campagna elettorale. Un altro dei motivi di scontro sarebbe stata un’imposizione su cui McMaster “si è impuntato” dice Lake: la rimozione di funzionari del Nsc assunti ai tempi di Barack Obama ritenuti responsabili di passare di straforo informazioni alla stampa. Era stata diffusa una lista, di cui si era occupata il falco della strategia aggressiva di Trump, Steve Bannon, ma il generale non ha licenziato nessuno di quelli, e allora quando lui si è trovato sulla volontà di rimuovere Ezra Cohen Watnickdiscusso capo del settore intelligence del Consiglio – Bannon e i suoi si sono messi di traverso. All’inizio di maggio anche il capo dello staff Rience Priebus avrebbe fatto un gioco simile, impedendo a McMaster di assumere il generale Ricky Waddell come suo vice al posto di KT McFarland data in uscita dal Consiglio a metà maggio.

UN’IMMAGINE

McFarland, assunta dal dimissionario Michael Flynn come sua vice, dice però di voler restare al suo posto secondo Politico, nonostante le pressioni di McMaster sembravano averla fatta fuori, e la scorsa settimana, nell’incontro con il premier australiano, Trump l’ha voluta come accompagnatrice preferendola a McMaster. Per chi sostiene la tesi della fine dei rapporti tra Trump e il consigliere, questa è stata l’immagine chiave, ma c’è anche una versione non maliziosa: McFarland è in predicato per un posto da ambasciatrice a Singapore, che rientra nell’area di interesse regionale australiano. In ballo inoltre ci sarebbe anche la possibilità di inserire all’interno del Nsc l’ex ambasciatore John Bolton (che è stato in lizza fino all’ultimo con McMaster) come vice consigliere. Bolton arriverebbe a bilanciare l’ingresso di Dina Powell, considerata molto vicina a McMaster e un altro pezzo forte del potere centrista newyorkese che tira l’amministrazione verso posizioni meno di rottura.

C’È UN PIANO DI BANNON?

Joe Scarborough, l’anchorman del seguitissimo “Moning Joe” della NBC, sostiene che alcune sue fonti gli hanno detto che dietro alle informazioni su cui si basa il pezzo uscito sulla Bloomberg ci sarebbe una costruzione di Bannon ed è tutto falso: “Trump loves McMaster”. Lo stratega politico di Trump, messo in disparte anche dalla presenza di McMaster, e dei poteri tradizionali che il generale rappresenta, starebbe cercando di creare divisione in tutti i modi, per evitare che l’establishment politico repubblicano dirotti la presidenza di Trump verso una linea più classica del conservatorismo repubblicano – quella contro cui Trump, ispirato dal proto-trumpismo rivoluzionario di Bannon, si è battuto.

MCMASTER’S WAR: IL TEST

Uno dei prossimi passaggi per capire la rotta futura sarà il dossier-Afghanistan. Il Pentagono ha proposto a Trump un surge impegnativo che i critici all’interno della Casa Bianca stanno chiamando “McMaster’s War”: l’aumento del coinvolgimento è inviso agli uomini della linea Bannon perché rappresenta una visione tendenzialmente globalista e interventista della situazione, parecchio distante dal concetto nazionalista semi-isolazionistico del fortissimo claim elettorale “America First”. I tradizionalisti cercano invece di proporlo come un piano per la lotta al terrorismo – sia talebano che baghdadista, entrambi diffusi nel paese – e di ricalcare un altro impegno che Trump s’è preso con gli elettori, continuando una politica repubblicana decisa dall’amministrazione Bush.

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