Mentre la sera del 7 maggio diveniva evidente la portata della vittoria di Macron alle elezioni francesi, veniva battuta dalle agenzie un’altra notizia altrettanto degna di rilievo: l’inizio dei lavori del Turkstream, annunciato da Alexei Miller, ceo di Gazprom. Il progetto procede secondo i piani ed entro la fine del 2019 i consumatori turchi ed europei avranno una nuova fonte affidabile delle importazioni di gas russe.

Nello specifico è stato dato il via all’operazione di posa dei primi tubi da 32 pollici di diametro dalla stazione di compressione del gas di Russkaya verso il mar Nero. Nella prima fase la posa riguarderà il tratto terra-mare e poi i primi 25 km circa di tratto in acque poco profonde, dove la nave Pioneer Spirit – che si occupa dell’installazione delle pipeline –  avrebbe difficoltà a operare. Al momento è confermato anche il via libera per i lavori successivi a partire da fine giugno.

Le due notizie, l’elezione del nuovo presidente francese e la costruzione di un gasdotto, paiono non correlate, ma approfondendole non è proprio così. Anzi. La principale considerazione, suggerita da molti osservatori, è che la vittoria di Macron accelera quel processo di costruzione di una più stretta partnership franco-germanica che le elezioni avevano momentaneamente congelato. È il tema della partita geopolitica che si gioca sulle vie di approvvigionamento del gas russo. Compresa, avviato il corridoio sud con il Turkstream, quella che vede impegnata la Germania e la Russia per il corridoio nord e il ruolo che la Francia intende giocare all’interno dello scacchiere europeo.

La realizzazione del North Stream II destinato a essere la nuova infrastruttura di approvvigionamento dalla Russia al nord Europa, sarà decisa a breve, nonostante l’opposizione dei primi ministri di Polonia e dei Paesi Baltici ribadita al vertice di Tallinn l’8 maggio scorso. È su questa partita che la Francia potrebbe decidere di “negoziare” con Germania e Russia le proprie priorità. Nel senso che il neopresidente dovrà cercare di riaffermare la centralità del ruolo transalpino nel controllo del mercato energetico dell’oil&gas, intanto per invertire le proprie difficoltà energetiche che finora ha mascherato con la scelta di puntare sul nucleare. Il cui ammodernamento è indispensabile ma sarebbe probabilmente un costo insopportabile per la Republique, come ha rilevato la sua Corte dei Conti.

Ma il protagonismo della Francia non si fermerebbe all’Europa. Per esempio in Libia, dove da più parti ci si aspetta una ripresa delle azioni a sostegno dei propri interessi con l’obiettivo di facilitare la scissione tra Tripolitania e Cirenaica e massimizzare il controllo franco inglese su quest’ultima. Infine non è un mistero l’intenzione della Francia di volere giocare un ruolo importante, con le sue grandi aziende pubbliche o private, nella fase di ricostruzione dopo che i conflitti in Mesopotamia e in Siria saranno risolti. Queste aziende, è bene ricordarlo, hanno spesso alla guida manager che hanno studiato, come Macron, alla grande scuola formativa dell’Ena o del Polytecnique. Una classe dirigente che condivide obiettivi generazionali: e molti dei suoi membri sono stati coinvolti direttamente nel lavoro preparatorio del programma di En Marche!

Il risiko è solo all’inizio. E l’Italia? L’unica possibilità a mio vedere è compiere al più presto una scelta forte e precisa che sancisca la volontà di diventare per la Russia un partner commerciale affidabile. E questo tenendo conto sia della nostra dipendenza dall’importazione di gas e, di conseguenza, dello sviluppo dei progetti di Gasprom nei gasdotti dalla Cina al Giappone fino al North Stream II, sia delle capacità delle nostre aziende del settore. A cominciare da Saipem per andare alle numerose realtà ad alto profilo tecnologico presenti in quasi tutti i nostri territori. Come quelle, per fare un esempio che conosco bene, del distretto energetico dell’Emilia-Romagna con oltre 10mila addetti.

Non è più tempo di tergiversare, di abbandonarci a uno di quei “balletti” che ci hanno fatto tristemente conoscere in tutto il mondo come gli indecisi cronici. Come non è il caso di rincorrere il sogno di una decrescita felice senza idrocarburi.

Se alla fine di questo processo di sviluppo della rete di gas in Europa la Germania risultasse il solo collo di bottiglia in grado di alleviare la sete di energia dei prossimi anni, il mezzogiorno d’Europa sarebbe tagliato fuori dalla possibilità di avere una propria fonte di approvvigionamento energetico diretto. Il che significherebbe uscirne impoverito e definitivamente condannato a un ruolo di secondo piano in un continente che ormai viaggerebbe a doppia velocità.

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