L'analisi di Carlo Jean

L’Occidente deve fronteggiare due tipi diversi di organizzazioni jihadiste: al-Qaeda e l’Isis. Entrambe perseguono gli stessi obiettivi finali: unificazione dell’umma islamica, imposizione della sharia, ricostituzione del Califfato, ripristino dell’unità, della purezza e della grandezza dell’Islam. Differiscono invece in quelli a breve-medio periodo, quindi nelle strutture e nelle tattiche. Al-Qaeda è persuasa che i tempi non siano ancora maturi per conquistare territori e di costituire il Califfato. Attacca soprattutto il “nemico esterno”, cioè l’Occidente, considerato pilastro degli attuali regimi islamici, “apostati e traditori dei veri valori dell’Islam”. Dopo la perdita delle sue basi in Afghanistan si è frammentata in reti regionali autonome. La sua direzione non organizza più attentati e non ha più le capacità logistiche, tecnologiche e finanziarie del periodo precedente. È però rimasta la guida spirituale del movimento e dispone di un’ottima capacità comunicativa e di propaganda. Ha una rilevante resilienza poiché le sue cellule segrete sono immerse nelle società e sono difficilmente penetrabile dall’intelligence. Non può essere distrutta anche se solo fisicamente, dato che le bombe non possono distruggere un’idea, specie una collegata a una fede religiosa.

L’Isis – nato come costola di al-Qaeda – è stato sin dal suo inizio qualcosa di diverso. Non è solo un’organizzazione terroristica, ma un proto-Stato, con un proprio territorio, una struttura amministrativa, una strategia centralizzate e forze armate di tipo quasi regolare. L’esistenza di un territorio e le sue esigenze finanziarie lo rendono vulnerabile. Lo sfruttamento del mito del Califfato, unitamente ai grandi successi conseguito nel 2014-15 – abilmente sfruttati da un’efficace propaganda – hanno attirato volontari da tutte le comunità islamiche. La sua rapida espansione in Siria e in Iraq, è derivata dal fatto che ha incorporato molti componenti del regime di Saddam Hussein, facenti parte della Guardia Repubblicana e delle forze speciali. Oltre che aver affascinato molti giovani islamici con la proclamazione del Califfato e con lo spettacolo della sua violenza tanto efficace con persone frustrate, il suo successo è derivato dall’essere considerato il vero difensore della causa sunnita contro l’avanzata degli sciiti, guidati dall’Iran. Teheran ha creato la cosiddetta “mezzaluna sciita” che si estende dall’Afghanistan al Mediterraneo. L’Isis è persuaso che l’Occidente abbia tradito la causa sunnita. L’eliminazione del regime talebano e di quello di Saddam Hussein ha distrutto gli ostacoli principali posti all’espansione iraniana e sciita.

Le due organizzazioni terroristiche sono rivali fra loro. Competono per la direzione del movimento jihadista. Si sono combattute ferocemente in Siria. Oggi è però in atto un processo di loro convergenza sia strutturale che strategica. Essa deriva dal fatto che devono ormai lottare per la loro sopravvivenza in Medio Oriente. L’Isis ha subito sonore sconfitte in Iraq e in Siria, ha visto inaridirsi il suo autofinanziamento e i suoi reclutamenti, perdendo la metà dei territori che aveva conquistato. Ciò lo ha indotto ad aumentare il ricorso agli attentati contro i regimi di Baghdad e di Damasco e, come al-Qaeda, anche in Occidente. Essi vengono sfruttati mediaticamente per dimostrare che l’Isis sopravvive, che è vitale e che non ha rinunciato ai suoi obiettivi, ma solo ne ha dilazionato il raggiungimento a tempi migliori.

Dal canto suo, al-Qaeda ha subito un’evoluzione opposta. Non è più solo un insieme di reti terroristiche ma, soprattutto nella regione di Iblid nel nordovest della Siria, nello Yemen e in talune parti del Sahel, ha conquistato territori. Dispone non solo di reti, ma anche di gruppi consistenti di miliziani, organizzati militarmente.

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