L'intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale di Assopopolari

Comincia ad essere sempre più evidente, anche se non ancora affrontato come sarebbe necessario, il problema del trading on line che in Italia ha costituito un settore paragonabile, senza esagerare, ad una vera e propria giungla. Non esiste una cifra certificata di coloro che effettuano, per proprio conto, compravendita di strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e derivati sulle diverse borse valori o su altri mercati mobiliari. Una stima di qualche anno, quando il fenomeno iniziava appena a diffondersi, parlava di circa 500mila unità. La cifra non sarebbe significativa ma, in realtà, da quella stima sono passati diversi anni e oggi il 40% degli scambi alla Borsa sono effettuati direttamente da singoli e privati cittadini. Il dato diventa ancora più preoccupante se si pensa che 16 milioni di italiani sono titolari di un conto corrente on-line, che quasi 5 milioni e mezzo usano lo smartphone per accedere al proprio conto ed effettuare disposizioni e che sempre più diffuse sono le carte prepagate. Il numero di trader che si immagina essere, dunque, molto elevato, evidentemente, non  rappresenterebbe di per sé un problema se non fosse che, di fatto, non siamo dinanzi ad una attività di investimento consapevole ma ad un vero e proprio gioco d’azzardo che il più delle volte mette a rischio i risparmi delle famiglie. Parliamo di migliaia di persone che, grazie alle rapidità e alla facilità di utilizzo di internet, davanti ad un personal computer o con uno smartphone in mano, in pochi secondi possono acquistare e rivendere titoli mettendo in gioco enormi quantità di denaro e senza alcuna tutela che sono intermediari professionisti potrebbero garantire.

Alla facilità dell’utilizzo del mezzo si aggiunge anche l’illusione di molti di poter arricchirsi con estrema rapidità. Un’illusione certo deleteria ma alimentata dall’esempio della grande finanza che acquistando e vendendo ha effettivamente reso possibile guadagni inimmaginabili da realizzare con altre modalità sia di lavoro sia di investimenti nell’economia reale. Per i giovanissimi e quasi sempre impreparati che si lanciano nel trading con queste aspettative, la realtà è ben diversa. L’accesso a tale attività è semplicissimo ed è sponsorizzato da un bombardamento di mail che ognuno ha potuto sperimentare. Mail non richieste che “mostrano” quanto il trading sia facile, alla portata di tutti e redditizio. Basta iscriversi ad una delle tante piattaforme, accettare con un click le condizioni che quasi mai si leggono perché tante e lunghe; avere a disposizioni quantità di denaro – non necessariamente elevatissime anche perché è di regola l’uso del debito grazie al quale disponendo di 1 si può investire fino a 8 – nei propri conto correnti on-line; iniziare ad acquistare per poi rivendere quanto il momento sembra essere quello giusto per poi riacquistare e così via. Un primo guadagno porta rapidamente e quasi inevitabilmente alla dipendenza, proprio come avviene nel gioco d’azzardo.

La Consob è intervenuta recentemente e con una circolare ha reso esplicito che “la caratteristica di questi prodotti è che hanno strutture e modalità di funzionamento tali da essere associati a rischi rilevanti e difficilmente comprensibili e valutabili. Per tali ragioni non sono adatti alla maggior parte degli investitori”. Sempre la Consob avverte che “in Italia si registra la presenza di numerosi soggetti abusivi, cioè sprovvisti di autorizzazione ad operare nel nostro paese, che offrono tali contratti tramite internet e che non sono sottoposti a vigilanza amministrativa da parte di alcuna autorità”. Ci sono poi piattaforme che avendo la propria sede fuori dall’Italia, non sono neanche assoggettabili alla vigilanza della Consob ma che, visto che internet non prevede confini reali, possono legittimamente essere usati da cittadini italiani. È facile capire che in queste condizioni i risparmiatori, che quasi sempre avviano la propria operatività senza una reale comprensione e valutazione dell’effettivo rischio di perdere tutto o quasi tutto di quanto investito, non hanno neanche alcuna protezione esterna delle autorità di controllo e vigilanza.

Il problema è reale e di ampia portata. Tante, troppe le storie di persone rovinate che pensano di fare investimenti ma stanno, inconsapevolmente, giocando d’azzardo senza neanche conoscere le regole del gioco, anche persone non sprovvedute e competenti. Ancora troppo poca è l’attenzione delle diverse autorità competenti sulla materia. Diverse, infine, sono le strade da seguire. Sicuramente l’educazione finanziaria è utile; regole certe e internazionali che trasformino la giungla in un mercato regolamentato sono necessarie ed urgenti. Ma il ruolo delle banche, della loro funzione di intermediazione basata su un solido rapporto di fiducia con i propri clienti torna, con la forza delle cose, ad essere centrale per la funzionalità dell’intero sistema economico e finanziario.

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