“Il gas naturale svolge e svolgerà un ruolo molto importante nel futuro del settore energetico”. È una frase che ho sentito ripetere spesso recentemente. Non solo è vera, ma detta così sembra anche ovvia, pleonastica. Invece non è così scontata viste le ipotesi che prospettano un mondo dove produrre energia possa essere un’attività fai da te – come montare un mobile Ikea o la raccolta di francobolli – utilizzando parole d’ordine quali autoproduzione, elettricità a costo zero e così via…

Magari il mondo fosse così semplice. Invece serve duro lavoro, servono fonti efficienti, ambientalmente, economicamente e socialmente sostenibili. E soprattutto in enormi quantità. Come appunto il gas. E qui torniamo al perché l’affermazione iniziale non sia affatto banale. Cominciamo dall’Italia, dove il gas è stato il combustibile più utilizzato nel 2015, rappresentando il 36,7% della fornitura totale di energia primaria del Paese e il 38,8 per cento della produzione di elettricità. Inoltre, sempre nel 2015, le forniture di gas naturale complessivo sono state di 67,4 bcm, delle quali il 60,8 bcm proveniente dall’estero, che significa circa il 90 per cento delle forniture (con un aumento fino a 5,5 bcm rispetto all’anno precedente, fonte Snam rete gas, Ten-year network development plan 2016-2025).

Un’enormità di gas, quasi tutto proveniente dall’estero. Infatti nel 2015, la società russa Gazprom ha venduto in Italia 24,7 bcm di gas, con un aumento del 12,6% rispetto all’anno precedente; nel 2016, le forniture di gas russo hanno continuato ad aumentare anche grazie all’instabilità delle forniture da parte dei paesi nord africani (Algeria e Libia). I volumi di gas forniti nel novembre 2016 sono cresciuti fino al 36,5% rispetto a novembre 2015. L’Italia rappresenta il secondo miglior cliente per Gazprom: il gas viene fornito per mezzo di condotte (gasdotti) con contratti a lungo termine fino al 2035 tra la società russa e il maggiore player del mercato energetico italiano, Eni.

Spostiamoci, anzi allarghiamoci all’Europa, dove ci imbattiamo in situazioni molto interessanti e fluide. Esiste un’esigenza, anzi un’urgenza di cercare nuove fonti di approvvigionamento; la quale a sua volta pone tre ordini di questioni: geopolitiche, ambientali e di business. In soldoni, come confermano diverse analisi prodotte da The Oxford Institute for Energy studies, si debbono superare le difficoltà causate alla Russia dalla sua posizione dominante nel mercato europeo e dalla situazione Ucraina. Mentre, per quanto riguarda l’Europa, procedere con la scelta strategica del mix energetico e, infine, finalmente mettere in pensione due modalità di produzione quali il carbone e il nucleare.

A questo punto va dedicato un po’ di spazio alla Russia, cioè la protagonista, nel bene e nel male, della produzione e del commercio di gas naturale a livello europeo e non solo. Il 2016 è stato, nel periodo recente, l’anno in cui l’Ue ha registrato l’incremento maggiore di importazione di gas dallo Stato del presidente Putin (+1,8%, con previsione di analogo incremento quasi costante fino al 2025). La politica energetica russa spazia dalla Cina, con il Power of Siberia al Giappone dei Sukura in fiore.

L’orso russo continua a muoversi, sornione ma implacabile, perché siano progettati e posati i tubi dei gasdotti europei. Sia a nord, sia a sud. Fino a poco tempo fa le prospettive di mercato dei nuovi gasdotti di Gazprom (nord e sud) indicavano una serie di criticità anche sotto l’aspetto della sostenibilità economica. E che, dovendo scegliere, la Russia avrebbe optato per il rafforzamento di un’alleanza strategica con la Germania, Paese di destinazione del North Stream ag2, sia per le maggiori garanzie di redditività del progetto sia perché al centro di una serie complessa di relazioni politiche.

Cosa sta succedendo, invece, oggi? Che i prossimi tubi ad essere posati, a cominciare da maggio 2017, saranno due dei quattro previsti dal progetto Turkish Stream. La destinazione del primo di questi gasdotti, che avrà una portata di 15.75bn m ³/anno per singola linea, è KiyiKoy sulla costa della Tracia turca sul Mar Nero. Dove sarà costruita una connessione con la rete del gas a Luleburgaz (per il mercato turco) e più ulteriormente fino a Ipsila, sul confine turco-greco per la seconda linea. Va considerato che un altro importante gasdotto, cioè il Tap, verrà costruito a solo 11 km di distanza, vicino a Kipoi, al confine greco-turco: è solo un caso? Ha una capacità di 10 bcm all’anno che potrebbe essere ampliata fino a 20 bcm (con l’aggiunta di due compressori, in Grecia e Albania) per renderlo sufficiente a coprire una buona parte della prevista crescita di consumi dei Balcani e del sud Europa prevista per il prossimo ventennio.

Il costo complessivo del TurkStream è stimato 11,4 miliardi, mentre gli investimenti nel settore dell’offshore potrebbero raggiungere i 7 miliardi. La costruzione della prima linea di TurkStream sarà avviata da parte della società svizzero/olandese AllSeas nella seconda metà del 2017 per essere completato alla fine del 2019. Intanto nei porti della Bulgaria si lavora di gran lena per predisporre le linee di produzione e lancio della nave Pioneer Spirit per la posa dei primi segmenti della condotta sottomarina che attraverserà il mar Nero. E la seconda linea del TurkStream? Anche qui si lavora duro.

E l’Italia? Per quanto ci riguarda, il 24 febbraio 2016, Gazprom, Edison e Depa hanno firmato un memorandum d’intesa per quanto riguarda la definizione di una rotta meridionale per fornire gas naturale russo verso l’Europa attraverso paesi terzi alla Grecia e dalla Grecia all’Italia. In merito al percorso meridionale della seconda linea del TurkStream, i partner del progetto hanno puntato a sfruttare al massimo possibile il lavoro svolto da Edison e Depa riguardo all’Itgi Poseidon. Va ricordato che nel 2007, su richiesta del governo italiano, fu concessa ad Itgi Poseidon da parte della Commissione europea un’esenzione di quota di accesso gas di 8 bcm all’anno (di cui Edison ha 6,4 bcm e la greca Depa 1.6 bcm) per un periodo di 25 anni. Anche qui si tratta di geopolitica.

A questo punto, è bene ritornare a nord, dove la Gazprom è rimasta sola nel progetto North Stream AG2. Un gasdotto lungo circa 1.200 in grado di trasportare 55 bcm di gas all’anno dalle coste russe fino all’hub di Greifswald in Germania – quando l’intervento dell’antitrust polacca ha spinto i soci europei Engie, Omv, Wintershall, Shell e Uniper a lasciare il consorzio. E data questa situazione, pare che la tentazione fosse di abbandonare il progetto visti anche i costi previsti, simili a quelli per la realizzazione del Turkish Stream. Invece ci sono novità che pare vadano nella direzione opposta: agenzie di stampa hanno riportato che i soci hanno messo a disposizione 9 miliardi e mezzo per la realizzazione dell’opera.

Tutto è ancora in stand by, perché tutto si deve evolvere nei tempi giusti, ma la situazione attuale fa prevedere che vedremo anche l’inizio dei lavori per il North Stream. E qui tornano le suggestioni geopolitiche, perché il raddoppio di questo corridoio rafforzerebbe l’asse est/ovest trasformando la Germania in un hub energetico strategico per l’approvvigionamento di gas. Anche visto che ha rinunciato al nucleare e che dopo il Cop21 dovrà affrontare il processo di azzeramento della dipendenza dal carbone, che oggi garantisce un parte cospicua della produzione di energia tedesca.

L’inizio dei lavori del North Stream – visto i costi e la complessità – è fortemente atteso dalle grandi e medie aziende tedesche, che ne trarranno un beneficio diretto come fornitori di materiale. È quello che è successo già con il North Stream 1, per il quale la nostra Saipem acquisì l’intero lavoro di posa e ne subappaltò una parte all’Allseas: la fornitura dei tubi, che normalmente vale il 50% dei costi di costruzione di un gasdotto, fu assegnata per gran parte ad acciaierie tedesche. E, come dimostra la storia, i tedeschi sanno sempre come muoversi quando si tratta di procurare business per le proprie aziende. Senza contare che l’annuncio del via libera alla realizzazione del gasdotto – è mia opinione –  sarà fatto nei tempi giusti in prossimità delle elezioni tedesche, che si terranno a ottobre.

La nostra contrarietà al North Stream ag2, come dichiarato da Matteo Renzi in diverse occasioni, è determinata dal fatto che il progetto danneggerebbe la nostra ambizione a diventare uno dei principali hub per la fornitura di energia, grazie alla nostra posizione geografica come collegamento tra l’Europa e il Mediterraneo. Invece il TurkStream, vista anche la vicinanza con il tracciato del Tap, potrebbe rappresentare l’opportunità per noi di soddisfare il fabbisogno energetico futuro con volumi di gas addizionali e su questi negoziare e/o rinegoziare i prezzi del gas più vantaggiosi per i consumatori da una posizione di privilegio.

In sostanza, per concludere, la partita a scacchi con “l’alleato” tedesco è lungi dall’essere conclusa.

Ed è chiaro, allargando di nuovo la visione, che sulle vie di approvvigionamento del gas russo si giocheranno molte partite politiche: anche quella che vede impegnata la Francia, che sta per arrivare a una svolta, chiunque sarà il vincitore del ballottaggio: non è un mistero che voglia giocare un ruolo importante nella fase di ricostruzione dopo la soluzione del conflitto in Mesopotamia e nel nord Africa. E su questa partita è in cerca di alleati con cui fare accordi per favorire le sue grandi aziende.

Una nota finale. La convocazione tra le parti dell’arbitrato tra Saipem & Gazprom sul contenzione legale sul South Stream, che si doveva tenere a Parigi all’inizio di marzo, è stata spostata. E visto che questi tribunali sono puntuali come le metropolitane giapponesi tutto fa pensare, come riportano diverse fonti, che vi siano trattative per raggiungere un accordo. È una speranza condivisa da molti. E anche la consapevolezza della difficoltà a trovare un singolo soggetto che abbia la capacità di progettare e realizzare il North Stream 2, perché serve una combinazione di mezzi che nessuno singolarmente ha disponibili.

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