L’intelligence americana è sufficientemente informata su un nuovo attacco chimico che il governo di Bashar el Assad starebbe preparando contro i ribelli. Sufficientemente al punto che l’informazione è stata diffusa a mezzo stampa (in modo non comune) tramite un statement ufficiale della Casa Bianca, ufficio del Press Secretary Sean Spicer. Nel documento si legge che, sebbene gli Stati Uniti siano in Siria solo per combattere lo Stato islamico, “se Assad condurrà un attacco di distruzione di massa usando armi chimiche,  lui e il suo esercito pagheranno un prezzo pesante”.

IL PRECEDENTE

Esempi del “prezzo pesante”: quando il 4 aprile Assad gassò i civili di Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib, controllata dalle opposizioni, tre giorni più tardi, una volta acquisite prove sufficienti, una salva da 59 Tomahawk cadde per rappresaglia sulla base di Homs da cui era decollato il Sukhoi chimico siriano. I cacciatorpediniere “USS Ross” e “USS Porter”, che si trovavano nel Mediterraneo, aprirono le bocche di fuoco su ordine diretto della Casa Bianca, da cui si precisò che certi crimini non sarebbe passati più impuniti – anche in futuro. E Trump riuscì a godere di un momentaneo consenso globalista.

WASHINGTON È CREDIBILE?

Washington ha gli occhi continuamente puntati sulla Siria, perché controlla i movimenti dei baghadadisti, dei miliziani qaedisti e tiene sotto osservazione il regime (e i suoi alleati). C’è un sistema di droni, velivoli da ricognizione, satelliti, informatori ben posizionati, che ragguaglia continuamente la Cia e le intelligence militari su tutto quello che succede: è per questo, oltre che per l’ufficialità che gli è stata riservata, che l’informazione diffusa da Spicer, e rimbalzata con una dichiarazione vaga dall’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, è credibile. Inoltre, è ormai noto tramite una famosa spifferata del presidente Donald Trump, che gli israeliani hanno piazzato un proprio, efficiente, sistema di controllo in Siria e che le comunicazioni di intelligence tra i due paesi sono continue: e questo arricchisce la quantità di dati disponibili. Fin qui la teoria: la pratica passa da cinque fonti del Pentagono (tra cui una del CentCom, che è il comando che geograficamente copre il Medio Oriente) hanno detto a BuzzFeed di “non aver idea” da dove arrivino quelle informazioni diffuse dalla Casa Bianca.

LE OSSERVAZIONI DI APRILE

Si ricorderà che anche prima del 4 aprile gli Stati Uniti avevano raccolto informazioni sulla pianificazione di un attacco chimico – che a tutti gli effetti, nonostante ci siano ricostruzioni che tentano acrobaticamente di provare il contrario, è stato ordinato da Damasco. Movimenti simili a quelli di due mesi, di cui Washington parlò come prove della responsabilità assadista ,sono stati individuati in queste ultime settimane. Ora la strage di Khan Sheikhun fa da precedente, e forse l’inusuale diffusione pubblica di informazioni altamente riservate ha uno scopo preventivo (come dire, ‘vi osserviamo, sappiamo quello che state facendo, fermatevi finché siete in tempo’).

ALTRI CONTATTI

Nei giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un articolo in cui riportava informazioni a proposito di un back-channel creato dai servizi segreti americani con Damasco per arrivare al rilascio di Austin Tice, giornalista ex Marine, rapito clandestinamente dal governo siriano. In aprile, nei giorni successivi all’attacco chimico su Idlib, secondo quanto a disposizione del Nyt, Mike Pompeo, il direttore della CIA, avrebbe avuto una conversazione con Ali Mamlouk, National Security Bureau: si tratterebbe del contatto di più alto livello degli ultimi anni, ed è avvenuto su un canale coperto anche perché Mamlouk è ufficialmente sanzionato dal Tesoro americano per i crimini di guerra commessi durante la guerra civile. Sebbene questi contatti e questi avvisi, la situazione tra Damasco e Washington è molto tesa – lo dimostrano i recenti, e mai visti prima, scontri sia nel sud che nei pressi di Raqqa, e la presenza di una frangia militaresca tra i consiglieri della Casa bianca che vorrebbe alzare il livello del confronto armato.

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