L'opinione del ricercatore Luca Longo

Tanto tuonò che piovve. Dopo uno stillicidio di dichiarazioni di principio e di iniziative concrete volte a smantellare le azioni per la mitigazione del cambiamento climatico avviate dalla precedente amministrazione, poche ore fa Trump ha tolto ogni dubbio anche ai più ottimisti.

Da oggi il mondo è diviso in due: da una parte le 197 nazioni che hanno sottoscritto gli Accordi di Parigi sul clima, dall’altra un club esclusivo di negazionisti i cui membri sono la Siria, il Nicaragua e gli Stati Uniti d’America.

Ma anche in casa le cose non vanno meglio. Da una parte le frequenti dichiarazioni del capo della Environmental protection Agency Scott Pruitt e del consigliere Stephen K. Bannon volte a negare l’esistenza stessa di un cambiamento climatico, l’eliminazione da tutti i siti governativi di ogni riferimento a cosa sia il climate change, che origini e che conseguenze abbia e come si possa contrastarlo. Dall’altra non solo i lavori degli scienziati che si occupano di ambiente negli Stati Uniti oltre che nel resto del mondo, fra i quali la stessa Accademia Americana delle Scienze. Ma – secondo un sondaggio condotto a gennaio dalle università Yale e Mason – contro il presidente si schiera anche il 69% degli stessi cittadini americani. Più di due americani su tre, infatti, si dichiarano convinti che il riscaldamento globale sia una realtà, sanno che è provocato dagli esseri umani e sono favorevoli agli Accordi di Parigi.

Trump ha voltato le spalle all’ambiente, all’industria delle energie pulite ed alla schiacciante maggioranza dei propri concittadini – e in queste ore tutti i media fanno a gara nel discuterne. Ma le conseguenze si faranno sentire su problematiche tutt’altro che secondarie, fra queste la stessa sicurezza mondiale – e di questo ancora poco si parla.

Il segretario alla Difesa James Mattis lo aveva detto chiaramente all’inizio del suo nuovo mandato. Ad una domanda del Comitato del Senato per il controllo sulle Forze Armate a proposito delle possibili connessioni fra riscaldamento globale e difesa aveva risposto: “Il cambiamento climatico può essere un motore di instabilità e il Dipartimento della Difesa deve prepararsi agli effetti negativi generati dal fenomeno. (…) “È una sfida che richiede una risposta coordinata di tutte le strutture governative, la Difesa farà la sua parte”. I dettagli li aveva già illustrati nel 2010 in un rapporto sul futuro della difesa Usa in cui si discutevano il cambiamento climatico e le sue conseguenze in termini di disastri naturali e innalzamento del livello dei mari.

Ma già negli ultimi mesi dell’amministrazione Obama un rapporto degli analisti della difesa era stato focalizzato proprio sulle implicazioni dell’innalzamento termico sulla sicurezza nazionale. In quest’ultimo, in particolare, si tracciano scenari in cui la stabilità politica e sociale stessa di numerose nazioni verrà compromessa da calamità correlate alla variazione climatica. I disastri metereologici “provocheranno aridità, carestie e danneggeranno le infrastrutture stesse che vedranno compromesse le proprie capacità di risposta, contrasto e adattamento”. Il rapporto è adamantino: “Quando gli effetti clima-correlati supereranno la capacità di risposta e gestione da parte delle istituzioni, l’autorità statuale stessa verrà compromessa al punto da portare a instabilità sociali su vasta scala. Nazioni con istituzioni politiche deboli, povere condizioni economiche, o dove altri problemi politici sono già presenti, risulteranno i più vulnerabili. Nei casi più drammatici, la stessa leadership potrebbe collassare”.

Gli esempi sono già tanto numerosi quanto innegabili. Nel 2014 gli abitanti delle periferie degradate di Città del Messico, colpiti dalla siccità, assaltarono le forze di polizia ferendo oltre cento militari. Nello stesso anno, agricoltori e allevatori nigeriani si sollevarono contro le autorità statali per ottenere pascoli più fertili in sostituzione delle terre ormai inaridite e pozzi d’acqua dolce per irrigare e abbeverare gli animali. Per riportare l’ordine fu necessario fare intervenire l’esercito. Nel 2012 la siccità provocò violenze di massa in Mauritania. Lo stesso Paese aveva accolto 70mila rifugiati in fuga dalla siccità e dalle carestie che avevano colpito il Sahel. Il loro arrivo nella regione di Nouakchott della Mauritania aveva fatto collassare un ambiente già afflitto dalla desertificazione. La carestia in Somalia fu sfruttata dal gruppo terroristico Al-Shabaab che nel 2013 si frappose fra le popolazioni stremate e le agenzie internazionali intercettando e dirottando gli aiuti umanitari. Questo causò rivolte popolari e la sostituzione dei terroristi alle autorità statuali. Nel 2015 i fanatici islamisti lanciarono la campagna “cibo per la Guerra Santa” arruolando migliaia di disperati stremati dalla perdurante carestia nel Mali settentrionale.

La Allianz (la più grande compagnia di assicurazioni europea) stima che le morti causate da eventi climatici estremi aumenteranno del 37% entro dieci anni.

È evidente che le nazioni più progredite – anche se fossero in grado di contrastare efficacemente gli effetti diretti del cambiamento climatico che affliggeranno i propri cittadini, i propri territori e le proprie acque – correranno il rischio di essere travolte da una ondata di migranti spinti dalla fame e dalle guerre che scoppieranno nelle nazioni politicamente e socialmente meno stabili.

Dove fuggiranno queste masse di disperati senza più nulla da perdere? America first… Europe second.

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