I lavori della commissione d’inchiesta sul caso Moro vanno avanti raggranellando altre tessere di un quadro molto complesso: le foto inedite pubblicate da Formiche.net contribuiranno probabilmente ai lavori e non è escluso che vengano acquisite.

La presenza degli ‘ndranghetisti Antonio Nirta e Giustino De Vuono a via Mario Fani subito dopo l’agguato, infatti, era considerata certa dalla commissione da molto tempo: nel caso di Nirta la conferma è arrivata l’anno scorso dal Ris dei Carabinieri che lo hanno individuato ufficialmente analizzando una fotografia pubblicata dal Messaggero.

Ora le foto scattate il 16 marzo 1978 dall’ottico Gennaro Gualerzi, consegnate ai Carabinieri e scomparse come tanti altri rullini, confermerebbero anche la presenza di De Vuono, un killer che potrebbe aver avuto un ruolo determinante nella vicenda. Il presidente della commissione Moro, Giuseppe Fioroni (Pd), nel comunicato del luglio 2016 con il quale confermò l’esito della perizia su Nirta, aggiunse che “è in corso un’analoga perizia sul volto di un altro personaggio legato alla malavita e che comparve tra le foto segnaletiche dei possibili terroristi il giorno dopo il 16 marzo: si tratta di Giustino De Vuono, killer spietato, morto nel 1993 in un carcere italiano”.

Nel corso dei lavori è emersa la certezza che le Brigate rosse fossero in contatto con la criminalità organizzata per procurarsi le armi, ma l’anno scorso l’audizione di monsignor Fabio Fabbri regalò un retroscena di importanza fondamentale, che confermava quanto si pensò già 39 anni fa.

Fabbri all’epoca era uno stretto collaboratore di monsignor Cesare Curioni, ispettore generale dei cappellani carcerari e impegnato nella trattativa per liberare il leader dc, e nell’audizione del 4 febbraio 2016 raccontò di essere stato la prima persona a ricevere le foto dell’autopsia del corpo di Aldo Moro perché evidentemente si voleva che fossero consegnate subito a Curioni. Questi, appena le vide, disse: “So chi l’ha ucciso” e al suo sorpreso collaboratore aggiunse che la rosa di sei fori di proiettile che non toccava il muscolo cardiaco era la tecnica di un giovane conosciuto nel carcere minorile Beccaria di Milano e che era un killer della ‘ndrangheta. Secondo il giornalista Paolo Cucchiarelli, autore di Morte di un presidente, si trattava proprio di De Vuono e anche un rapporto degli investigatori del 1978 lo indicava come l’esecutore materiale dell’omicidio.

C’è poi un dettaglio nella ricostruzione dell’ottico Gualerzi che alimenta i dubbi sul bar Olivetti: nel suo articolo su Formiche.net, Simona Zecchi riferisce la versione dell’ottico secondo il quale all’epoca del sequestro l’esercizio commerciale svolgeva una normale attività mentre su questo la commissione d’inchiesta ha raccolto testimonianze opposte. Dettaglio tutt’altro che secondario, visto che con un bar aperto un’azione militare di quel genere sarebbe stata quasi impossibile.

Nella relazione annuale presentata nello scorso dicembre dal presidente Fioroni si ricordò che quel bar era stato chiuso per uno “strano” fallimento qualche mese prima del sequestro e che sul titolare, Tullio Olivetti, sono emerse prove di favoritismi da parte degli investigatori dell’epoca. Secondo la commissione “non è stato ancora chiarito in maniera definitiva il significato di tali omissioni investigative. Tuttavia, occorre rilevare che la vicenda fa emergere un possibile intreccio tra il caso Moro e una corrente di traffico 
d’armi che coinvolgeva sia la criminalità organizzata che l’area
 mediorientale e sul quale occorre compiere ulteriori e – si auspica
– definitivi approfondimenti”.

Da un’attenta lettura degli atti fatta dalla commissione emergono anche superficialità senza le quali la storia del sequestro sarebbe stata molto diversa. Il 2 maggio scorso è stato audito Elio Cioppa, funzionario di polizia che tra gli anni Settanta e i Novanta è stato tra l’altro alla Squadra mobile di Roma, al Sisde e questore di Nuoro. Nella pubblicistica sul caso Moro, Cioppa è stato indicato spesso come responsabile della mancata perquisizione del covo di via Gradoli 96 dove si nascondevano Mario Moretti e Barbara Balzerani.

Invece all’epoca lavorava alla Mobile e non alla Digos e non fu lui a presentarsi in quel condominio. Fioroni, nell’audizione, spiega che “leggendo semplicemente gli atti, che quelli che hanno scritto libri potevano almeno leggersi, la storia che è andata in onda stasera, non raccontata da Cioppa ma dagli atti, è diversa. Poi uno fa le dietrologie che vuole, però credo che, per verità, ci sia un limite alle sciocchezze che possono essere scritte. Cioppa non ha mai bussato. Stava alla Squadra mobile. Non ha mai bussato, non c’entrava niente con la Digos”.

Chi bussò il 18 marzo all’appartamento intestato “all’ingegner Borghi” fu il brigadiere Domenico Merola al quale una condomina, Lucia Mokbel, aspirante “informatrice” di Cioppa, rivelò di aver sentito rumori simili a segnali Morse provenire da quell’appartamento. Si trattava del rumore della testina rotante Ibm di una macchina per scrivere elettrica in uso alle Br. Merola bussò tre volte, ma non sfondò la porta come pure le direttive dell’epoca gli avrebbero consentito, non fece subito una relazione di servizio su quanto appreso e anni dopo smentì di aver avuto la segnalazione. Dietro la porta di quell’appartamento c’erano Moretti e Balzerani i quali, avrebbero spiegato anni dopo in un processo, avrebbero sparato se qualcuno fosse entrato. Se Merola l’avesse fatto, probabilmente le forze dell’ordine avrebbero avuto altre vittime da commemorare e altrettanto probabilmente la storia del sequestro Moro avrebbe imboccato subito una strada diversa.

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