Perché Trudeau per il Vaticano è un interlocutore problematico quanto Trump

Perché Trudeau per il Vaticano è un interlocutore problematico quanto Trump

Inginocchiato davanti al giudizio universale di Michelangelo, sorridente e determinato con Papa Francesco. Justin Trudeau, il cattolico primo ministro canadese non è solo il premier charmant che ha scatenato il romanticismo del web. In patria è lo specchio di quel processo di secolarizzazione che esclude la religione dallo spazio pubblico e che preoccupa l’episcopato.

INTERLOCUTORE PROBLEMATICO

In meno di una settimana il Vaticano del primo papa americano della storia ha ospitato il presidente Usa, Donald Trump, e quello del nord del continente che viene interpretato come il suo opposto. Trudeau è un anti-Trump in stile, parole e opere. Ma per il Vaticano è un interlocutore non meno problematico del miliardario newyorkese. La visita a Papa Francesco ha scatenato gli osservatori assai meno di quanto accaduto per la prima. Eppure è il premier di un Paese a cui la Santa Sede guarda con preoccupazione. Il 45enne di Toronto ha chiesto al Papa di scusarsi pubblicamente per il comportamento tenuto dalle scuole cattoliche nei confronti degli aborigeni, costretti a rinunciare alle loro tradizioni e a volte vittime di abusi. Ma intanto viene accusato di “imperialismo culturale occidentale” dai vescovi canadesi per avere stanziato milioni di dollari per finanziare aborto e contraccezione nei paesi in via di sviluppo. Si è accreditato come interlocutore della Santa Sede su cambiamenti climatici e ambiente. Temi che al Papa della Laudato Si’ sulla cura del creato stanno senza dubbio a cuore. Ma nella nota vaticana seguita all’udienza di lunedì, di ambiente non c’è traccia. Piuttosto, come era accaduto con Trump, si evidenziano gli accenti su pace (punto critico nei confronti del presidente Usa ma non meno con Trudeau, che ha sostenuto l’attacco missilistico americano in Siria), libertà religiosa e “attuali problematiche etiche”. Due capitoli che, se costituiscono in parte un punto di contatto tra Vaticano e l’agenda dell’inquilino della Casa Bianca, sono fratture evidenti con il premier canadese.

DONI E MEDIO ORIENTE

Francesco si era intrattenuto in colloquio privato con Trump per 29 minuti. A Trudeau ne ha concessi 36. Come al presidente Usa, ha regalato al primo ministro canadese copia dei suoi documenti più importanti: Evangelii Gaudium, Amoris Laetitia, Laudato Si’ e il Messaggio per la giornata mondiale della Pace 2017. A Trump aveva donato una medaglia con un simbolismo legato all’impegno per la pace. A Trudeau è andata una medaglia incentrata sulla misericordia. Il premier canadese ha ricambiato con una raccolta delle relazioni che i missionari gesuiti in Canada inviavano nel 1600 alla curia generalizia. Trudeau è stato il primo capo di governo a incontrare il Papa dopo il G7 di Taormina. E anche di quello ha parlato con Francesco, come di Medio Oriente e aree di conflitto, informa il comunicato della sala stampa vaticana.

IL NODO DELLE SCUSE

Al centro dei colloqui, anche “integrazione e riconciliazione”, riferimento alle politiche aperturiste canadesi verso l’immigrazione. Trudeau ai tempi del muslim ban di Trump si era affrettato a garantire che il Canada avrebbe avuto sempre le sue frontiere aperte. In Vaticano ci è andato con una richiesta precisa: invitare il Papa a visitare il Canada per chiedere ufficialmente scusa per il comportamento tenuto nel secolo scorso dalle scuole cattoliche verso i minorenni indigeni, forzatamente inseriti in queste istituzioni finanziate dal governo ma gestite dalle chiese (64 su 140 le scuole cattoliche) costretti a rinunciare alle loro tradizioni e non di rado vittime di abusi. La questione non è nuova. Nel 2015 la Commissione per la verità e la riconciliazione che ha indagato sui fatti, chiedeva al Papa di domandare scusa. Già nel 2009 si era mosso Benedetto XVI, esprimendo il suo “dolore per l’angoscia causata dal deplorevole comportamento di alcuni membri della Chiesa”.

I PROBLEMI ETICI

Quello che differenzia soprattuto Vaticano e il cattolico Trudeau sono “libertà religiosa” e “attuali problematiche etiche”. Papa Francesco è aggiornato sulla situazione in Canada. Da marzo a maggio ha trascorso ore ad ascoltare i vescovi del Paese, che hanno fatto le loro visite ad limina in quattro gruppi distinti: Atlantico, Occidentale, Ontario e Québec. Tanti i fronti aperti: procreazione assistita e maternità surrogata, eutanasia, aborto, unioni omosessuali. Tutti campi etici che separano episcopato e governo di Ottawa.

“IL QUARTO VUOTO DEL CATTOLICESIMO”

Da Saint-Augustin-de-Desmaures a Saint-Yves. In Québec toponomastica e stradari sono una litania dei santi. Un devoto ricordo travolto dalla révolution tranquille che ha trasformato il paese in una delle punte più avanzate del secolarismo. Ormai meno di cinque persone su dieci frequentano regolarmente una funzione religiosa domenicale. Il professore George Weigel ha definito la provincia francofona del Canada il “quarto vuoto del cattolicesimo”: “Non c’è luogo religiosamente più arido tra il Polo Nord e la Terra del Fuoco”. Alla canonizzazione di due santi canadesi nell’ottobre 2014, Francesco aveva evidenziato proprio l’inaridimento della fecondità missionaria di quella terra, auspicando un ritorno del Canada ad essere “fonte di bravi e santi missionari”.

PREMIER CATTOLICO MA CON “DISTINGUO”

Trudeau è cattolico praticante. Alla messa per i 375 anni della fondazione di Montreal ha ricevuto la comunione dalle mani dell’arcivescovo Christian Lépine, suscitando lo sdegno di molti cattolici che ricordano le posizioni abortiste del primo ministro. Per la festa della donna, l’8 marzo, ha annunciato che il suo governo avrebbe investito 650 milioni di dollari canadesi alle ong che promuovono l’aborto nei paesi in via di sviluppo. Reazione allo smantellamento dei fondi voluto da Trump. Una mossa che ha provocato la dura presa di posizione del presidente della Conferenza episcopale canadese, il vescovo Douglas Crosby di Hamilton, che ha definito la scelta “un esempio riprovevole di imperialismo culturale occidentale”. In una lettera al premier, il cardinale Thomas Collins, ha rincarato la dose: se è lodevole offrire aiuti internazionali – scrive l’arcivescovo di Toronto – è arrogante che una nazione ricca e potente detti la sua agenda ad altri popoli. Finanziare l’aborto “nega i lodevoli sforzi del nostro paese per accogliere i rifugiati quando i più vulnerabili degli esseri umani sono scartati come tessuti umani indesiderati”. E aggiunge: “Il denaro speso per promuovere l’aborto e la contraccezione potrebbe essere speso per vaccinare milioni di donne e bambine contro la malaria o altre malattie o aiutare a costruire scuole e università per offrire educazione”.

LO SCONTRO SU EUTANASIA E OBIEZIONE DI COSCIENZA

La Corte Suprema del Canada ha stabilito all’unanimità nel 2015 che le persone che sono “gravemente e irrimediabilmente malate” hanno il diritto di assistenza medica a morire. I vescovi stanno lavorando per promuovere le cure palliative e il riconoscimento della sacralità della vita, così come il diritto del personale medico di opporsi all’eutanasia. Sul punto recentemente è intervenuto in Canada anche il prefetto della Congregazione per la fede, il cardinale Gerhard Müller, che ha invitato gli operatori sanitari a combattere per l’obiezione di coscienza. Una campana che Trudeau non sembra ascoltare. Già nel 2014 il leader liberale aveva persino chiuso le porte del partito a candidati schierati su posizioni pro-life.

ultima modifica: 2017-06-01T07:21:20+00:00 da Andrea Mainardi

 

 

 

 

 

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