Sarà in libreria la prossima settimana il volume di Jacques Ploncard d’Assac “Apologia della reazione” (Oaks editrice, pp.222, 20 euro). È una riflessione che esprime malessere e preoccupazione con largo anticipo: l’autore lo concepì alla fine degli anni Sessanta, mai immaginando che le sue tesi sarebbero state quasi profetiche sulla crisi delle società occidentali. Di seguito pubblichiamo ampi stralci dal saggio introduttivo del nostro editorialista Gennaro Malgieri.

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La reazione, della quale Jacques Ploncard d’Assac (1910-2005) alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso ritenne di tessere l'”apologia”, oggi, più semplicemente, potremmo definirla “indignazione”. Un sentimento, più che un atteggiamento intellettuale, manifestatosi in maniera impropria e variopinta come contestazione morale e civile agli effetti perniciosi del globalismo e della governance mondiale delle élites economiche, finanziarie e mediatiche delle quali quelle politiche sono soltanto gli strumenti per attuare i loro disegni.

Tuttavia, per quante affinità si potrebbero riscontrare tra la “reazione” e l'”indignazione”, resta il fatto che la prima ha un fondamento radicale nella cultura della restaurazione del diritto naturale; mentre la seconda non è altro che un moto istintivo e primordiale di opporsi senza un progetto al dominio delle oligarchie che si sono impossessate delle anime prima che delle nazioni riducendo le une e le altre in polvere che si consuma nei riti blasfemi dell’economicismo e della spettacolarizzazione del nichilismo.

Di “destra” la reazione, di “sinistra” l'”indignazione”? E’ su questa dicotomia che si fonda il mercato di chi vende il paradiso in terra, di modo che tanto l’una quanto l’altra diventano, subliminalmente, funzionali al “sistema”. Eppure l’indignazione, checché ne pensasse il suo maggior teorico Stephane Hessel, è figlia naturale (e degenere) della reazione. Anzi, è la reazione senza prospettive, cosa che avrebbe fatto inorridire Ploncard d’Assac. La reazione a cui il pensatore francese si riferiva aveva la nobilità della sfida lanciata ad un imponente movimento di idee che non tardò a diventare il terreno di coltura di una immensa impostura figlia di una rivoluzione sanguinosa che germogliò in Francia per poi dilagare in tutto l’Occidente. Il 1789 è irripetibile nella forma, dunque, ma la sua essenza ha dato il tono alle epoche che si sono succedute. E Hessel ne è stato figlio orgoglioso immaginando che la sua indignazione potesse svilupparsi nell’epifania di una nuova rivoluzione mondiale fondata sulla rigenerazione degli stessi principii che sfociarono nel Terrore. Si sbagliava, naturalmente. E perfino l’indignazione, priva di un presupposto teorico e politico è stata assorbita dal linguaggio globale come una moda che ha imbellettato il finto neutralismo degli oligarchi che invece l’hanno cavalcata come una graziosa concessione al popolo frutto del loro spirito di tolleranza. Ma che essa, l’indignazione, sia stata e sia il modo più nuovo di reagire al cosmopolitismo egualitarismo è fuori discussione, per quanto coloro che l’hanno promossa non ne siano i stati consapevoli.

Ricordiamo i fatti. Qualche anno fa l’indignazione sembrò impossessarsi del mondo. Non c’era ragione, in effetti,  per restare quieti. Abusi, persecuzioni, prepotenze, negazioni, offese, espropriazioni, spoliazioni, impoverimento autorizzavano chiunque ad indignarsi, da un capo all’altro del Globo. A New York ne arrestarono settecento di indignati in un solo giorno. Occupavano un ponte paralizzando la città. Si disse che protestavano a migliaia contro la politica economica di Barack Obama. A Madrid era già accaduto che s’indignassero contro quella di José Luis Zapatero. E un po’ dappertutto masse imponenti, perlopiù di giovani, portarono  allo scoperto il loro disagio sull’onda della più grave crisi del capitalismo mondiale, dei modelli di vita che esso ha imposto, del consumismo che ha veicolato, dello scivolamento nell’irrilevanza della persona che ha criminosamente provocato.

Il pretesto dunque era più che giustificato, ma le motivazioni profonde difficilmente affioravano. E non bastava sfogliare il libretto di Stephane Hessel, per comprendere che cosa davvero muoveva alla rivolta contro la modernità chiunque non aveva  conosciuto altro che il “pensiero unico” dopo la fine delle ideologie.

Le grandi manifestazioni organizzate come non sarebbe stato possibile senza uno strumento tecnologico di grande penetrazione nella realtà soprattutto giovanile, come il web, non vanno sottovalutate, per quanto il ricordato fenomeno dell’ “indignazione universale” si sia spento.  Esse concretizzano un malessere di fronte al quale le politiche dei governi occidentali (ma non solo) sembrano impotenti ad affrontarlo e ad arginarlo. Ma gridare in piazza, occupare le strade, impedire la libera circolazione di mezzi e persone, stazionare giorno e notte davanti ai palazzi del Potere può fruttare titoli dei giornali per qualche settimana, servizi televisivi per alcune ore, di sicuro non smuoverà nessuno nel senso desiderato dagli indignati. Non è un caso che due vegliardi dell’intellighentia francese,  Hessel, scomparso quando le sue idee furoreggiavano ed i suoi proclami sembravano destinati ad alimentare una nuova contestazione globale, e l’ultranovantenne Edgard Morin, abbiano pubblicato un libro di poche pagine, intitolato Il cammino della speranza, nel quale sostengono che la protesta non basta, è insufficiente perché le istituzioni contro le quali viene esercitata l’accusa sono impermeabili a tutte le critiche, perfino le più violente, tese a preservare se stesse, a perpetuare le logiche che sottostanno all’ordine costituito.

La soluzione prospettata da Hassel e Morin è davvero minimalista. Dopo aver contribuito ad incendiare vastissime platee  hanno ripiegato su quello che fanno tutte le opposizioni in ogni angolo del Pianeta: sollecitare, spingere, incalzare i governi ed i parlamenti a realizzare politiche economiche e sociali eque, solidali, condivise; combattere la povertà e diminuire il divario tra i ceti ed i popoli; salvaguardare i diritti umani ovunque e ritenere prioritari gli investimenti nella cultura, nell’istruzione, nella crescita civile. La verità è sempre rivoluzionaria, diceva Lenin. Anche quella dei due intellettuali francesi soprattutto se vecchia e banale. Dicono, infatti, che prioritaria è «l’egemonia della qualità sulla quantità» anche se ciò dovesse comportare – e di certo lo comporta – la messa in discussione, anzi il ritiro della pretesa di ridurre la persona a mero homo oeconomicus.

Ma non è proprio questo lo spirito delle culture e delle filosofie relativiste, deterministe e materialiste che da due secoli almeno influenzano il pensiero occidentale e ne condizionano gli orientamenti politici? Era forse diverso l’obiettivo ideologico perseguito dagli Hassel e dai Morin, dai loro precursori e dagli ideali allievi che li hanno seguiti avversando chi si mostrava di orientamento diverso e veniva liquidato impropriamente come reazionario? Quanta retorica “quantitativa” è stata riversata sulle speranze di edificare una società fondata sui valori qualitativi? Se almeno gli appartenenti alla estesa comunità dei padroni del pensiero, facessero ammenda degli errori copiosamente diffusi ed invitassero giovani inesperti e poco avvezzi all’approfondimento delle ragioni che hanno determinato lo scollamento tra la realtà e lo spirito, tra la cultura dei popoli e le istituzioni politiche, tra il diritto naturale e l’assolutismo razionalistico,  darebbero un senso all’indignazione proiettandola oltre le contingenze ed assicurandole un posto di rilievo nelle umane faccende stritolate dal conformismo più becero, dall’appiattimento su modelli standardizzati di vita che tanti giovani ritengono insoddisfacenti, ma non ne conoscono altri verso i quali indirizzare le loro energie (…)

L’apologia di Ploncard d’Assac apre proprio sull’indignazione – e quanto meno ce lo saremmo tutti aspettato –  una prospettiva nuova (considerando i tempi) che è propria di ogni conservatore, consapevole o inconsapevole, impegnato nel “divenire ciò che è”, per dirla con Nietzsche, convinto che le imposture nate nel 1789 si sono radicate ma paradossalmente oggi vengono utilizzate per opprimere, a dimostrazione di una nemesi che ha connotazioni quasi apocalittiche. Non a caso Nicolás Gómez Dávila, il grande filosofo colombiano “scoperto” con colpevole ritardo dall’Occidente distratto dai suoi balocchi intellettuali e grazie a qualche spirito non conformista, sosteneva che “il reazionario è colui che si trova ad essere contro tutto quando non esiste più nulla che meriti di essere conservato”. Mentre il conservatore, mi permetto di aggiungere,  è teso a preservare ciò dà un senso all’esistenza. L’uno e l’altro non sono in contrapposizione, ma si completano, con buona pace di chi ha inteso stabilire diversità tali da formare solchi incolmabili.

Oggi “reagire” ha un significato dilatato rispetto a quello che al termine venne dato durante la Rivoluzione francese. E’ proprio alle sue estreme conseguenze che intende rivolgersi il reazionario contemporaneo: l’Ancien Régime è cambiato nei connotati, non certo nella filosofia che ispira le contemporanee élites. I reazionari, oggi come allora, si oppongono all’individualismo, allo smantellamento delle strutture comunitarie, all’attacco portato al diritto naturale. Autorità e libertà vengono pensate in contrapposizione, mentre dovrebbero essere “vissute” in simbiosi; il merito non contraddice l’eguaglianza delle opportunità, ma l’egualitarismo ideologico è un attentato permanente al riconoscimento delle gerarchie religiose, morali, civili e politiche. Da quando l’egualitarismo, come alibi da parte delle oligarchie al conferimento del potere e della sovranità al popolo, ha soppiantato le naturali differenze, il mondo è divenuto un agone selvaggio nel quale ci si massacra a colpi di egoismi. Scrive Ploncard d’Assac: “La sovranità non è più l’elemento regolatore di una società composta secondo le funzioni reali dei suoi membri nell’economia comune, ma l’espressione di una moltitudine di volontà individuali, inorganiche e anarchiche” (….)

La crisi è senza ombra di dubbio morale e si compie nelle pieghe dell’homo consumans che non sa apprezzare la moralità regale del dono; dell’homo oeconomicus la cui unica fede è il mercato e quando questo crolla a lui non resta che cercare riposo tra le sue macerie; dello sperperatore d’intelligenza che affida la sua anima (convinto peraltro di non averla) ai broker senza scrupoli i quali sono gli unici sciamani che la modernità riconosce. E si dispiega, la crisi, nell’individualismo egoistico che compra il tempo perché esso è denaro e lo getta in imprese che non gli sopravviveranno, a differenza di ciò che accadeva una volta, in epoche ormai lontane e dimenticate. Charles Malamoud, storico francese delle religioni,  ha sottolineato che “la preoccupazione di dover rimborsare l’usuraio o il proprietario risveglia inevitabilmente l’angoscia che fa nascere nell’uomo il pensiero dell’ultimo creditore, la morte. Tutto si svolge come se i debiti contingenti e parziali che l’uomo contrae nel corso della sua esistenza non fossero altro che i sintomi o l’illustrazione del debito essenziale che definisce il suo destino” (…)

La crisi, oltre che morale, politica, civile, è più complessivamente di civiltà,  come argomentavano i teorici rivoluzionario-conservatori degli anni Trenta, non principalmente di sistemi economico-monetari. E di fronte ad una crisi di tale natura che assorbe tutti gli aspetti ricordati, la reazione è necessaria. Dunque, non di un’anticaglia controrivoluzionaria si tratta, ma di uno strumento autenticamente “rivoluzionario” per opporsi al declino, alla decadenza, al “tramonto” nell’unico modo possibile: ripensare le idee che hanno prodotto la decadenza; dunque riscoprendo l’essenzialità e la priorità della cultura.

Apologia della reazione è ancora un libro attualissimo. Non ha perso nulla delle “verità” che riassumeva. Anzi, alla luce di quanto è accaduto dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l’analisi proposta da Ploncard d’Assac ci fornisce motivi nuovi per apprezzare la critica di fondo che muove all’Illuminismo, alla Rivoluzione francese, al giacobinismo ed alle dottrine che hanno immiserito le coscienze. Oggi la reazione è molto più complessa di come potevano concepirla Rivarol, De Maistre, Barruel, de Bonald. Ma i principi ispiratori sono gli stessi. La data di riferimento è il 1789. Da essa non si può prescindere e nessuna diavoleria tecnologica o economica può ingoiarla.

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