Terza e ultima puntata a cura di Gianluca Roselli

Sarà un’estate di meditazione quella di Pierluigi Bersani. L’ex segretario del Pd non è in una posizione facile. La scissione è stata per lui, come per gli altri dell’ex minoranza dem, una grande liberazione. Dopo un paio d’anni passati in apnea in un partito che non consideravano più il loro. Ora, però, con il passare dei mesi, sta venendo al pettine quanto quella scelta sia stata un errore. Perché Mdp-Articoli 1 è destinato ad autoghettizzarsi a sinistra. I sondaggi non sono confortanti: se va male il 3%, se va bene il 5%. Significa rientrare in Parlamento a ranghi ridottissimi. E poi per fare cosa? La conventio ad excludendum nei confronti di Matteo Renzi (“mai alleati di un Pd a guida renziana”) pone grossi limiti alla compagine bersanian-dalemiana. Che potrebbe rientrare in una coalizione governativa solo all’interno di un’alleanza di centrosinistra, con un premier che non sia Renzi. Una sorta di Gentiloni bis, dunque. Tutto molto complicato. Troppo. Come complicata è la prospettiva di un’alternativa di sinistra al Pd, insieme a Sinistra italiana e altre piccole formazioni. Un cartello di sinistra è certamente possibile metterlo in campo, ma per fare cosa? Con che sbocchi? Con quale possibilità di incidere nella vita del Paese?

Il limite di questa formazione è che a molti non appaiono chiari né i motivi della scissione, né gli obiettivi futuri. Alla fine, quello che traspare è un atteggiamento piuttosto infantile: siccome non posso giocare centravanti, torno a casa e mi porto via il pallone. E la sensazione è di un movimento politico a tempo, nato per avere un posto dove stare in attesa che il renzismo si eclissi da solo. Per poi magari rientrare nel Pd de-renzizzato.

Da troppo tempo nella stanza dei bottoni, Bersani & Co. avevano forse dimenticato come si fa una battaglia politica all’interno di un partito da una posizione di minoranza. Per questo motivo sono molto più credibili Cuperlo & Orlando di Bersani & D’Alema. A rimetterci sarà forse Roberto Speranza, che qualche dote da trascinatore, da leader, sembra averla.

Lettura consigliata: I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij

MATTEO SALVINI

Un tipo da spiaggia in salsa padana. Ogni estate Matteo Salvini ci mostra le sue scorribande in giro per la riviera romagnola, per la Padania e per le Dolomiti. Quest’anno non fa eccezione: in questa prima parte di estate 2017 (condita dai gossip sentimentali con Elisa Isoardi) lo abbiamo visto più volte immortalato in spiaggia, per lo più a Milano Marittima (ma cambiare mare mai?). L’immagine estiva del leader della Lega è paradigmatica del suo essere sempre uguale a se stesso. Stessi argomenti, stessi toni da battaglia, stessi atteggiamenti, mai un dubbio, un’autocritica. Insomma, pure Renzi ha ammesso, a modo suo, di aver toppato qualcosa nella sua vita politica. Salvini mai. Ed è questo forse il suo problema. Tanto da far arrivare il Foglio a scrivere che “la vera riforma di Berlusconi sarebbe quella di mollare Salvini al suo destino, molto più di ogni taglio delle tasse o del milione di posti di lavoro”. Tanto Berlusconi amava (politicamente) Bossi, tanto detesta (e si vede) Salvini.

Detto questo, il leader della Lega è in una botte di ferro. Se gli va bene, farà parte dell’alleanza di centrodestra con Berlusconi e Meloni. Se gli va male, la Lega potrà presentarsi alle elezioni da sola raddoppiando, se non addirittura triplicando, i propri parlamentari. Con la percentuale che oggi gli regalano i sondaggi, tra il 12 e il 14%, Salvini potrà infatti ottenere molti più parlamentari rispetto agli attuali 19 deputati e 12 senatori. Con il problema contrario rispetto alle altre forze politiche, dove invece i posti scarseggiano e molti saranno costretti a restare fuori. Tutto questo Salvini lo sa e si gode lo spettacolo. Anzi, restare all’opposizione a sbraitare contro tutti gli può perfino fare gioco. Come finora ha fatto gioco al Movimento 5 Stelle. Resta il fatto che la vittoria per un centrodestra unito è davvero alla portata e sarebbe un peccato mortale lasciarsela sfuggire. Difficile, però, che Berlusconi si consegni mani e piedi a questo Salvini. La situazione del centrodestra non è ingarbugliata come nel centrosinistra, ma non è affatto semplice. Salvini, però, continua per la sua strada sempre uguale a se stesso, convinto che Berlusconi prima o poi dovrà venire a Canossa. Anzi, a Pontida.

Lettura consigliata: Le Mille e una notte.

LUIGI DI MAIO

Ormai è quasi deciso: sarà Luigi Di Maio il candidato premier del Movimento 5 Stelle. Nonostante qualche gaffe di troppo, alla fine l’aspetto serioso e la competenza su alcuni temi cari al grillismo hanno fatto pendere la bilancia di Beppe Grillo verso il vice presidente della Camera. Che in questi giorni è impegnato in un tour elettorale della Sicilia (dove il candidato grillino è saldamente in testa ai sondaggi) insieme al suo alter ego Alessandro Di Battista. Che da subito ha capito di non avere le fisique du role da candidato premier, accettando di buon grado il ruolo di vice. Anzi, questo gli permette di continuare a fare quello che gli riesce meglio: il battitore libero del movimento, capace di litigare furiosamente con Laura Boldrini in Aula o di attaccare pesantemente gli avversari politici. Man mano che si avvicinerà la data del voto Di Maio queste cose dovrà dimenticarsele, per apparire invece sempre più affidabile e costruttivo. Roberto Fico, invece, rosica un po’: per un momento ha creduto di essere lui il prescelto. A quel che si racconta, invece, Grillo e Casaleggio non hanno mai avuto dubbi. Il candidato sarà il loro enfant prodige partenopeo. Questa, dunque, possiamo considerarla l’ultima estate della gioventù (si fa per dire) di Di Maio, come quella spensierata dopo gli esami di maturità. Perché l’anno prossimo il nostro dovrà affrontare in prima persona la campagna elettorale, con la possibilità di ritrovarsi presidente del consiglio.

Lettura consigliata: Il giovane Holden di J. D. Salinger.

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