L'analisi di Giorgio La Malfa

Periodicamente si riaccende la discussione sulla necessità di fare dei passi in avanti nella costruzione dell’Unione Monetaria Europea. Ne ha parlato qualche giorno fa il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker in un discorso al Parlamento Europeo, mentre si dice che su questi temi sia riservatamente in corso fra Francia e Germania un negoziato i cui esiti verrebbero resi noti all’indomani delle imminenti elezioni tedesche.

Alla base di queste iniziative vi è un fatto oggettivo ed è la constatazione, rivelata dalle difficoltà dell’euro in questi anni, che la costruzione monetaria europea è una costruzione fragile che poggia su delle fondamenta troppo precarie. Il suo rafforzamento sarebbe quindi il benvenuto. Il problema è che, se la debolezza dell’euro è evidente, la diagnosi delle cause di questa debolezza non è affatto condivisa fra i Paesi membri e vede anzi posizioni radicalmente diverse fra loro. Per cui, qualunque innovazione si adotti per “completare” l’euro, per gli uni sarà un passo in avanti nella misura in cui sarà un passo indietro per gli altri. In questo negoziato qualcuno vincerà e qualcuno perderà e non saranno perdite di poco conto.

In molti ambienti, si reagisce alle notizie su queste iniziative sostenendo che l’Italia debba prendere parte attiva a queste discussioni per non trovarsi di fronte a fatti compiuti. Conviene riflettere bene su queste affermazioni perché non è affatto detto che la soluzione migliore sia partecipare a qualunque costo e non invece aspettare, magari spiegando in un discorso pubblico del presidente del Consiglio che in certe direzioni non siamo in nessun caso disposti ad andare.

Nella situazione odierna due ragioni militano a favore di questa scelta. La prima è che i Trattati europei vengono adottati all’unanimità. Quindi se due fra i Paesi membri ritengono che non sia necessario avviare un negoziato in una sede collegiale, come è ad esempio una conferenza intergovernativa, e negoziano fra loro, non vi è nulla che possa costringere gli altri ad adeguarsi. Anzi, sarebbe una buona scelta fare comprendere a questi Paesi che, nella misura in cui essi ritengono di raggiungere un accordo fra loro, tanto meno questo accordo può essere la base delle decisioni dell’Europa.

La seconda è una ragione sostanziale. Vale la pena di favorire un passo in avanti dell’Unione Monetaria Europea se in quel passo in avanti c’è una risposta almeno parziale alle proprie esigenze. Se così non è, la cosa migliore è che il negoziato non ci sia. E i passi in avanti vengano rimandati al momento in cui le opinioni pubbliche dei vari Paesi saranno più allineate fra loro.

Nella situazione specifica ed alla luce delle esperienze di questi anni, gli interessi italiani sono essenzialmente due. Il primo è che la politica economica europea non si esaurisca nella lotta contro l’inflazione e nella polemica contro i disavanzi pubblici. Servono strumenti di politica economica che consentano di rafforzare la crescita economica. Al di là di tutto quello che si può fare per incentivare gli investimenti privati, servono risorse pubbliche a favore della crescita. Questo vale in particolare per un Paese che ha un problema come quello dell’arretratezza del Mezzogiorno. È un compito che può essere affidato alle istituzioni europee come la Commissione, assegnandole delle risorse aggiuntive con cui condurre questa politica, oppure si può rendere lecito condurre queste politiche a livello nazionale, per esempio escludendo dagli impegni sul contenimento dei deficit pubblici le spese di investimento, almeno quelle che vengano certificate come tali dalla Commissione Europea.

La seconda esigenza italiana, strettamente collegata alla prima, è che non si introducano delle forzature volte a obbligare a un rapido rientro dal debito pubblico. Perché l’Italia ha un problema di un livello del debito pubblico molto alto in rapporto al livello del nostro reddito nazionale, ma mettere vincoli che impongano una riduzione rapida di questo rapporto significa obbligare a una nuova stretta fiscale e quindi a una interruzione di quel poco di ripresa che si sta manifestando. Qui le due questioni sono collegate: se c’è una politica di sviluppo, il problema del debito si attenua; se non c’è una politica di sviluppo, esso è destinato ad aggravarsi ed a imporre politiche restrittive devastanti.

Che probabilità vi è che dal negoziato europeo sui prossimi passi dell’Ume possa venire una risposta positiva a queste nostre due esigenze? La risposta, nella situazione politica europea di oggi, è: nessuna. Non c’è un fronte fra Italia e Francia o fra Italia, Francia e Spagna che avrebbero interesse a contenere le pulsioni tedesche. La Francia, che ha problemi molto simili e per certi aspetti più gravi del nostro, dal momento che non ha un settore industriale privato di qualche vivacità, probabilmente subisce la tentazione di consentire alla Germania di dettare una legge generale in linea con la sua filosofia confidando che nell’applicazione di queste regole più severe vi sia un occhio di riguardo per l’eccezione francese. Già il solo sospetto di questa possibilità ci dovrebbe rendere cauti.

In realtà, la Germania punta da molto tempo a sottrarre alle banche la possibilità di acquistare liberamente titoli del debito pubblico del proprio Paese. Lo fa avendo in mente la situazione italiana. Dal cosiddetto passo in avanti verrebbe soltanto un vincolo di questo genere. Lo stesso obiettivo tedesco verrebbe realizzato ipotizzando una politica di bilancio europea accompagnata da un più severo controllo sui bilanci nazionali. L’esito sarebbe lo stesso.
Dunque non conviene incoraggiare le iniziative sul completamento o sul rafforzamento dell’Unione monetaria.

Naturalmente l’Italia sconta la debolezza della sua situazione economica e del fatto di non aver saputo sbloccare il tasso di crescita dell’economia. Poteva tentare due strade: quella degli iper-liberisti che volevano e vorrebbero che si usasse la flessibilità dei mercati per incoraggiare la ripresa. Oppure poteva infrangere il limite del deficit per una politica di investimenti capace di fare ripartire il Paese. Restati nel guado, affrontiamo la fase che si apre con poca crescita e molto debito pubblico, cioè in una condizione di grave debolezza politica. Ma l’errore più grave che potremmo commettere oggi è di non renderci conto che una maggiore coesione monetaria europea vorrebbe dire ulteriori gravami sulla nostra economia, maggior problemi economici e maggiori problemi politici. Dunque prudenza e parole chiare.

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