Attenti, il mondo vi guarda: era stato questo il monito alzato contro Teheran da Washington. L’amministrazione americana cavalca da sempre una linea dura anti-iraniana che passa sia dalle accuse di diffondere un’influenza acida, armata, in Medio Oriente (molto legata all’antioccidentalismo), sia sulle critiche alla Repubblica islamica in termini di diritti umani. E le proteste di questi giorni sembrano essere un passaggio perfetto per sottolineare la narrativa della Casa Bianca e di chi chiede di tenere con l’Iran il pugno duro.

Sui social network (a cui ora è stato bloccato l’accesso) circolano immagini di nuove proteste iniziate stamattina, nonostante un coprifuoco informale imposto dal governo e la soppressione violenta delle manifestazioni che si sono diffuse in tutto il Paese. La polizia sembra aver aperto il fuoco sui suoi cittadini, scesi in piazza contro la crisi economica (che il governo passato e il suo continuum attualmente in carica hanno garantito di alleviare) e poi per i diritti umani, in un’ondata di malcontento che sembra essere partita come una specie di sceneggiata contro i cosiddetti moderati al governo – quelli incarnati dal presidente Hassan Rouhani, “morte a lui” gridavano i manifestanti della conservatrice Mashhad, roccaforte del suo contender appoggiato dai reazionari teocratici – ma poi ha preso una deriva diversa, esattamente opposta, contro l’establishment ideologico sciita, per chiedere diritti e contro le politiche estere volute dai falchi del regime per diffondere la propria presenza nella regione (slogan contro Hezbollah, il partito milizia libanese che porta la bandiera dell’espansionismo iraniano attraverso proxy locali, e, rarità, i manifestanti a Isfahan hanno lanciato cori contro Ali Khamenei, la Guida Suprema quasi innominabile).

Ci sono stati dei morti: su Twitter circolano le immagini di un uomo ferito al torace, da quel che si vede colpito da un’arma da fuoco. I manifestanti denunciano che a sparare è stata la polizia antisommossa dei Guardiani della Rivoluzione, l’ex milizia ideologica che ha condotto la rivoluzione del 1979 ed è poi diventata un potere sistemico dell’apparato politico di Teheran. Lo scontento è mosso probabilmente anche dall’altro lato interno: Rouhani lo scorso mese aveva diffuso dettagli sul bilancio statale mostrando che molti soldi pubblici finiscono a enti religiosi, fondazioni e altre istituzioni vicine alla leadership religiosa. Una questione con cui il presidente potrebbe aver sottolineato la distanza del governo, diciamo laico, dall’establishment teocratico con cui le sue posizioni sono in continua concorrenza.

Dalla risposta alle proteste potrebbe dipendere in parte la visione che il mondo avrà dell’Iran. Gli Stati Uniti stanno seguendo una linea aggressiva propria e collegata a quella che esce dalle capitali alleate nella regione: Riad e Gerusalemme. L’Arabia Saudita del nuovo corso al potere ha notevolmente alzato il confronto politico con Teheran, non tanto sulla base delle divisioni ideologiche (sunniti contro sciiti, ma l’idea del regno è restare distanti, come protettore dei luoghi sacri a tutto l’Islam), ma più sotto l’aspetto geopolitico. Israele sa che l’odio viscerale dell’Iran nei confronti dello stato ebraico poteebbe facilmente trasformarsi in attacchi armati da parte delle milizie sciite controllate dai Guardiani (come Hezbollah).

I governi occidentali osservano le più grandi proteste in Iran dai tempi dell’Onda Verde di otto anni fa, e c’è già chi chiede che siano usate come un test per capire quanto l’Iran possa essere affidabile. L’accordo sul congelamento del programma nucleare chiuso in forma multilaterale dal cosiddetto “5+1” e fortemente voluto dall’amministrazione Obama ha aperto possibilità economiche e diplomatiche bloccate dalle precedenti sanzioni. Ma gli stessi istituti bancari occidentali non hanno mai dato completa fiducia a Teheran, per via delle divisioni interne e dell’assenza di un sistema di diritti umani e civili adeguato. Ora sembrano essere proprio questo genere di problemi, e queste divisioni, che stanno spingendo alcune posizioni più intransigenti tra le capitali europee a chiedere di rivedere i termini dei rapporti con Teheran – che l’accordo sul nucleare, fortemente voluto da Rouhani e dai moderati, aveva ammorbidito dopo gli anni di scontro della presidenza Ahmadinejad, contro cui nel 2009 scoppiarono quelle proteste simili alle attuali.

“Nonostante la passione e l’energia della gente, nessuno sa cosa stia succedendo in Iran. Gli analisti sono confusi e per lo più rimangono in silenzio. E le persone per strada non sostengono nessun individuo o gruppo particolare” ha scritto sul Washington Post Maziar Bahari, direttore del sito iranwire.com, sostenendo che comunque al momento, “non siamo ancora all’inizio della rivoluzione iraniana”. Suzanne Maloney, vicedirettrice del programma di politica estera del think tank americano Brookings Institution, sostiene che comunque storicamente in Iran le proteste legate a ragioni economiche si sono trasformate in richieste per sostanziali cambiamenti politici. Attualmente sembra che gli ayatollah stiano anche cercando di utilizzare i moti in piazza per rafforzarsi, sostenendo che tutto è legato a complotti e congiure guidate dai nemici esterni dell’Iran (sottinteso: Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita).

 

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