Dalla relazione transatlantica all'attenzione verso l'industria, i partiti usciti vincitori delle urne sembrano voler confermare un approccio basato sul dialogo e, per certi versi, sulla continuità

Se il risultato elettorale italiano desta preoccupazione ai mercati, meno paura si registra nei settori della difesa e sicurezza. Per quanto ci sia grande preoccupazione su uno spostamento dell’asse politico nazionale a favore del Cremlino, la rilettura delle posizioni manifestate sia dal Movimento 5 Stelle che dalla Lega appare relativamente rassicurante. Dalla relazione transatlantica all’attenzione verso l’industria, i partiti usciti vincitori delle urne sembrano voler confermare un approccio basato sul dialogo e, per certi versi, sulla continuità.

DI MAIO TRA ATLANTISMO ED EUROPEISMO

Luigi Di Maio ha più volte ribadito il suo filo-atlantismo del Movimento dicendosi “fermamente convinto della necessità della presenza italiana nella Nato” intervenendo, a inizio febbraio, alla Link Campus University di Roma. A novembre, lo stesso leader dei 5 stelle era volato a Washington per rassicurare gli Stati Uniti. “Continua il nostro rapporto positivo con il Dipartimento di Stato”, aveva detto raccontando i molteplici incontri istituzionali. D’altra parte, non manca la perplessità nei confronti dell’impegno assunto dal Paese di destinare il 2% del Pil alla difesa, “perché non si tiene conto di quanto abbiamo già impegnato in questi anni”, ha detto Di Maio alla Link Campus. Un approccio, quest’ultimo, in realtà non così distante dalla linea seguita dal ministro della Difesa Roberta Pinotti che, pur non mettendo in discussione il 2%, da tempo chiede all’Alleato americano di considerare la qualità del contributo, oltre la quantità.

Nell’intervento all’ateneo romano, Di Maio aveva poi definitivamente dissolto l’ombra dell’anti-europeismo dal programma del Movimento 5 Stelle, presentando una linea di politica estera di profonda continuità rispetto al tradizionale binomio della proiezione internazionale italiana: europeismo e atlantismo. Sembrano così passati anni luce dalla proposta di un referendum per uscire dall’Unione europea, ora considerata da Di Maio “la casa del nostro Paese e del Movimento 5 Stelle”.

LE POSIZIONI DELLA LEGA

Sulla stessa lunghezza d’onda sembra la Lega, che ha fatto suo tanto un europeismo revisionista quanto il legame transatlantico, nonostante una linea più morbida a favore di Mosca. “Il nostro programma riconferma con chiarezza il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti”, aveva spiegato a Formiche Giancarlo Giorgetti, vicesegretario federale del Carroccio. “Francamente credo che sui rapporti fra la Lega e la Russia ci sia una letteratura ridicola”, aveva aggiunto. Ciò si ripercuote anche sulla partecipazione all’Alleanza atlantica, confermata senza se e senza ma proprio da Matteo Salvini durante la campagna elettorale: “La Nato è un alleanza da mantenere”.

Sul fronte europeo lo stesso leader leghista ha tenuto a rassicurare Bruxelles dopo il voto, allontanando definitivamente l’ipotesi di una virata euro-scettica. “Non è un voto isolazionista, noi siamo in Europa”, ha detto pur confermando di volere “un’altra Europa, che riconosca i popoli, le libertà, le lingue”. Porte chiuse anche all’uscita dalla moneta unica, considerata ormai “impensabile”.

D’altronde, nonostante l’apparenza di forza anti-sistema, nelle passate esperienze di governo del Paese e in quelle attuali delle Regioni la Lega si è sempre dimostrata inserita nelle tradizionali dinamiche istituzionali, manifestando molto di rado posizioni di rottura. “Noi non siamo né la Le Pen né Grillo: da trent’anni governiamo numerosi Comuni, le Regioni italiane più sviluppate ed europee, e lo facciamo in modo più che dignitoso”, aveva ricordato Giorgetti. Persino sul tema dell’immigrazione, centrale nel programma sicurezza di Salvini, le proposte leghiste non sembrano poi così lontane da quelle messe in pratica dal ministro dell’Interno Marco Minniti che di molto hanno ridotto gli sbarchi sulle nostre coste.

LE DIFFERENZE SULLE MISSIONI INTERNAZIONALI

Se la politica estera e di difesa non sembra dunque essere a rischio, bisogna comunque ammettere che su alcuni dossier permangono differenze non banali, ad esempio sull’impegno dei nostri soldati nelle missioni internazionali. Il Movimento 5 Stelle era stata tre le forze politiche quella più ostile all’invio dei militari italiani in Niger, una posizione che Di Maio era riuscito comunque a moderare nell’intervento alla Link Campus promettendo (solo) di voler “rivedere i termini e le regole di ingaggio della missione”. Resta invece storica la posizione del Movimento a favore del ritiro completo del contingente italiano dall’Afghanistan. Anche in questo caso però, a ben guardare, tale linea potrebbe esprimere una certa continuità con l’immediato passato, considerando che proprio il ministro Pinotti aveva annunciato la progressiva riduzione del numero di unità impiegate (insieme a quelle presenti in Iraq) in vista di un ritiro completo. Sul pacchetto missioni si era invece astenuta la Lega, nonostante le iniziali dichiarazioni di un voto a favore che lasciano comunque intendere che non si verificheranno sconvolgimenti sull’impegno internazionale italiano.

UNA SQUADRA DI GOVERNO RASSICURANTE

Ma le preoccupazioni sull’ipotesi di rottura per la politica di sicurezza e di difesa sono destinate a dissolversi anche sulla possibile squadra di governo a 5Stelle, presentata da Di Maio prima del voto. La scelta di Paola Giannetakis per l’Interno ed Elisabetta Trenta per la Difesa si pone in una linea di rassicurazione per l’intero comparto. La proposta per il Viminale è un’esperta di analisi comportamentale, criminologia, intelligence e sicurezza, considerata uno dei riferimenti del Movimento sul tema della cyber-security, lo stesso su cui si è concentrato il governo Gentiloni. Si ricorderà il dpcm dello scorso anno, teso a rafforzare il sistema cibernetico nazionale concedendo maggiori poteri al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis). Rassicura anche l’ipotesi di Elisabetta Trenta alla guida del ministero della Difesa. Capitano della riserva selezionata dell’Esercito e vice direttore del master in Intelligence e sicurezza della Link Campus University, la Trenta ha servito in Iraq tra il 2005 e 2006 come political advisor del ministero degli Esteri, in Libano nel 2009 come country advisor per il ministero della Difesa nella missione Unifil, ed è stata responsabile di un progetto in Libia per il reintegro degli ex-combattenti.

LA POLITICA INDUSTRIALE

Se non c’è nessun allarme di sconvolgimento per i temi di difesa e sicurezza, lo stesso può dirsi delle politiche industriali. Di Maio in particolare ha mostrato attenzione nei confronti della prima azienda del comparto, Leonardo, sottolineando la priorità della salvaguardia dell’occupazione negli stabilimenti industriali. “Io vengo da Pomigliano D’Arco, una città dove c’è l’Alenia; in Sicilia e in Puglia ci sono i grandi stabilimenti Finmeccanica”, aveva detto il leader dei 5 stelle pochi giorni prima del voto. Il problema, aveva notato, è che ci troviamo in “un periodo nel quale si stanno smantellando gli stabilimenti e si stanno perdendo posti di lavoro”. E se Mediobanca segnala un possibile ribaltone nelle partecipate, il candidato premier del Movimento conferma invece di non avere pregiudizi e di voler incontrare i capi azienda e solo dopo esprimere le valutazioni nel merito delle prospettive industriali: “Tutto quello che porteremo avanti nei prossimi anni con le partecipate di Stato non sarà un repulisti solo perché c’eri prima. Voglio conoscere queste persone, conoscerne il loro valore, vederne quali sono i progetti”.

IL COMPARTO SECONDO LA LEGA

Pieno sostegno al comparto è stato manifestato anche dalla Lega. Lo stesso Giorgetti ha riconosciuto che “l’industria della Difesa è il vero presidio tecnologico avanzato in Italia, e necessita di una politica estera intelligente e virile, senza la quale non può sopravvivere”, aveva spiegato Giorgetti. “Non si può immaginare – aveva aggiunto il vice segretario federale leghista – una politica industriale senza una coerenza di fondo fra politica di Difesa e politica estera”.

Troppo presto quindi per valutare quali possono essere le politiche del nuovo governo ma intanto è già un buon risultato sapere che non ci sono scossoni all’orizzonte. Almeno per ora.

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