Dove (e perché) l'Italia è indietro nella conciliazione tra lavoro famminile e vita privata. I pareri di Panucci, Farina e Matera

Lavorare tanto, fare carriera, ma a che prezzo? Domanda dal classico milione se non fosse drammaticamente attuale. Così attuale da essere il cuore di un grande dibattito organizzato da Federmanager a due passi dal Vaticano e intitolato L’altra dimensione del management.  Natura e scopo dell’incontro, capire perché in Italia è così difficile conciliare famiglia e carriera, soprattutto dal versante delle donne.

Tutto è partito da una ricerca realizzata in occasione del convegno della federazione guidata da Stefano Cuzzilla, da sempre in prima linea per affermare il ruolo fondamentale dei dirigenti industriali nella società italiana. In Italia solo il 63% dei manager riesce a conciliare lavoro e famiglia, bilanciando carriera e affetti, un dato di gran lunga inferiore a quello di altri Paesi come Regno Unito (87%) e Germania (75%), dotati certamente di sistemi di welfare più avanzati.

Le donne manager italiane, in particolare, investono nel lavoro più di 9 ore al giorno contro le 8,2 delle statunitensi e le 7,1 delle tedesche. Di contro, dedicano solo 3,7 ore in media al giorno per la casa, il coniuge e i figli. Negli Usa gli affetti meritano oltre 4 ore al giorno, in Germania solo 3,2 ma il tempo di non lavoro è dedicato anche ad altre attività sociali, di evasione.

Cuzzilla, nella sua relazione introduttiva, non ha esitato a porre il tema della conciliazione tra lavoro e vita privata come una delle mission di Federmanager. “Una migliore integrazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo per la famiglia è un obiettivo per la nostra federazione, dato che siamo convinti che non esistano modelli economici vincenti che non siano sostenibili anche dal punto di vista sociale. Forse così, invece di stupirci dei bassissimi tassi di natalità che contraddistinguono l’Italia rispetto a pressoché tutti i Paesi industrializzati, eviteremmo alle donne di trovarsi di fronte al bivio tra famiglia o carriera”.

Il numero uno dei manager, ha elencato dunque una serie di proposte in chiave welfare aziendale, per tentare di fronteggiare lo squilibrio italiano. “Se per esempio per le donne manager la flessibilità lavorativa è la prima esigenza, il nostro compito è favorire la diffusione di strumenti operativi nelle aziende che, a partire dai piani di welfare, diano risposta anche in termini di assistenza parentale, supporto alla genitorialità, copertura sanitaria per tutti i componenti della famiglia. Il welfare aziendale va incentivato anche attraverso politiche pubbliche che ne alleggeriscano il carico per le aziende: sono convinto che può essere anche la chiave di volta per abbattere il diverso trattamento tra generi che ostacola l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro”.

Al dibattito hanno partecipato anche autorevoli esponenti femminili del mondo lavorativo, come Marcella Panucci, dg di Confindustria e Maria Bianca Farina, presidente Ania. “In Italia abbiamo un grave problema culturale, che vede le donne che decidono di avere figli ancora penalizzate. Noi dobbiamo combattere questa distorsione, che crea un profondo gap con gli altri Paesi. Per questono servono politiche e strumenti che aiutino la donna anche quando decide di mettere al mondo un figlio. In Confindustria abbiamo messo in campo delle tutele per chi vuole diventare madre, come alcune coperture per le spese. Noi stessi abbiamo assunto delle ragazze che erano incinte”.

Il vero dramma secondo Panucci “è vedere donne che decidono di lasciare il lavoro per fare dei figli. Questo è un errore madornale perché il lavoro e il Paese ha bisogno di donne che magari investono molto nella carriera salvo poi rinunciarvi per la famiglia. Io non voglio vedere più donne che non fanno figli per la carriere oppure abbandonano il lavoro quando rimangono incinte. Ma vorrei un sistema che invece vada incontro a queste esigenze umane e naturali”.

A sollecitare un cambio di policy in Italia, anche la numero uno dell’Ania, che dinnanzi alla platea di Federmanager ha chiesto “un cambio di modello: quello che abbiamo oggi non è sufficiente, non sono politiche all’altezza degli altri Paesi. Dobbiamo fare molto, ma molto di più. Penso agli asili nido aziendali, al family welfare ovvero la possibilità per le donne di accedere a dei servizi nei luoghi di lavoro. Faccio un esempio, quello di Poste Italiane (Farina è anche presidente, ndr) dove sono previste forme di sostegno”.

Secondo Barbara Matera, eurodeputata azzurra e vicepresidente della commissione per i diritti della donna in seno al Parlamento europeo, “dare alla donna la possibilità di portare avanti una gravidanza e mantenere il posto di lavoro, fa bene a lei e anche all’azienda in cui lavora. Per questo a fine 2015 l’Ue ha approvato una proposta per migliorare le condizioni nell’imprenditoria femminile”. Eppure in questi anni in Italia “non si è puntato per nulla o comunque non abbastanza sulle prescrizioni dell’Unione Europea vole a favorire e a conciliare la vita professionale, privata e familiare delle donne. Servono dunque più occupazione, una drastica riduzione del divario retributivo uomo-donna, una maggiore presenza delle donne nelle posizioni decisionali ed una forte promozione dell’imprenditorialità femminile”.

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