L'ultima previsione del Csc certifica la frenata dell'economia. Sarebbe bene prenderne atto

Il vento comincia a soffiare contro l’Italia. Almeno secondo il Centro studi di Confindustria che pochi giorni fa ha diffuso le previsioni economiche per il biennio 2018-2019. Lo scenario del Csc prevede infatti un rallentamento dell’economia italiana nel biennio 2018-2019, anticipato e più ampio rispetto alle stime del dicembre 2017. Il tasso di crescita del pil è previsto attestarsi quest’anno all’1,3% in termini reali (dall’1,5% del 2017) e decelera ulteriormente all’1,1% nel 2019.

“Tale profilo”, hanno scritto gli esperti coordinati dal direttore Andrea Montanino, “si pone su un sentiero meno dinamico rispetto a quello ufficiale contenuto nel Documento di economia e finanza presentato dal governo ad aprile. Pesa il rallentamento della domanda estera e l’esaurirsi del ciclo positivo degli investimenti a livello nazionale, legati entrambi al clima di incertezza sia sul fronte internazionale che interno”.

Secondo i tecnici di Confindustria il grosso dei problemi arriverà dalla frenata dell’export. “La crescita globale resta ancora significativa nel biennio di previsione, nonostante l’export mondiale abbia rallentato nei primi mesi del 2018. Non siamo alla fine del ciclo di espansione internazionale. Scambi e Pil mondiali si assestano in quello che viene definito il new normal, con i primi che crescono meno dell’elevata media pre-crisi e il secondo che registra invece una dinamica intorno ai valori di lungo periodo”.

Vi sono però dei rischi al ribasso per la dinamica degli scambi globali, legati a  un’eventuale escalation protezionistica (la guerra dei dazi) tra Usa e principali partner (Cina, ma anche Europa) ma anche un inasprimento delle tensioni geopolitiche, che alimenti il clima di incertezza nonché un peggioramento delle turbolenze finanziarie dei mercati emergenti, sulla scia dei rialzi dei tassi americani.

Cattive notizie anche per gli investimenti, che ad oggi in Italia coprono il 16% del pil. Va infatti “esaurendosi la fase espansiva. Sono frenati dall’avvicinarsi a una situazione di overcapacity e dalla fine degli incentivi fiscali nel 2019. Nel primo trimestre 2018 hanno registrato una forte contrazione, legata soprattutto alle incertezze nazionali che hanno accompagnato la fase elettorale, e a quelle internazionali alimentate dalle politiche commerciali dell’amministrazione Trump. La contrazione a inizio 2018 determina una revisione al ribasso significativa della crescita in media d’anno, rispetto alle stime di dicembre”.

Infine, due ultimi capitoli, industria e conti pubblici. Sulla prima “i margini delle imprese industriali nei primi mesi del 2018 si sono mantenuti stabili sui valori raggiunti nel 2016, oltre i livelli pre-crisi. Ciò tiene elevate le possibilità di autofinanziamento delle aziende. Il credito bancario cresce poco e fornisce uno scarso supporto agli investimenti delle imprese. Il costo, comunque, resterà ai minimi ancora per oltre un anno”.

Ma è sui conti pubblici che il Centro Studi di Confindustria manda un segnale chiaro al governo gialloverde. “La dinamica meno favorevole del Pil si ripercuote sui conti pubblici. Molto dipenderà dal modo in cui verranno trattate le clausole di salvaguardia Iva e dalle scelte di politica economica rispetto al Contratto di governo, l’accordo sottoscritto dai partiti che compongono l’attuale maggioranza parlamentare”, scrive Confindustria.

“La risoluzione di maggioranza al Documento di economia e finanza auspica la sterilizzazione della clausola Iva, l’attuazione di alcune misure espansive e il rispetto dei vincoli di finanza pubblica. Non è chiaro come le due cose verranno conciliate”. Della serie, dove prendere i soldi?

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