Mari e litorali sono luoghi privilegiati per i processi economici e hanno un enorme potenziale inutilizzato in termini di crescita e di occupazione. La parola d'ordine è potenziare ricerca e innovazione. L'analisi di Edoardo Zanchini, vice presidente Legambiente, e Sebastiano Venneri, responsabile Mare Legambiente

Se è vero che l’arte arriva sempre prima nella lettura dei fenomeni, già Botticelli, allora, ben cinque secoli fa, aveva previsto che dal mare potesse nascere qualcosa di buono. L’Unione europea ci sarebbe arrivata nel 2012, mettendo a punto la strategia Blue growth con l’idea di rilanciare occupazione e buona crescita partendo proprio dal mare e dalle coste. L’iniziativa parte dal presupposto che mari e litorali possano essere considerati un luogo privilegiato per i processi economici e che abbiano un enorme potenziale inutilizzato in termini di crescita e di occupazione, a patto però di potenziare gli investimenti in ricerca e innovazione.

Dei mari che bagnano i Paesi dell’Unione, poi, il Mediterraneo è sicuramente quello più interessato dalla strategia, sia per le sue dimensioni, sia per la presenza di pressoché tutti i settori sui quali intervengono le misure europee, dal turismo marittimo e costiero all’acquacultura, dallo sviluppo delle rinnovabili al comparto estrattivo, dal settore del trasporto alle biotecnologie marine.

Detta così sembra un’occasione tagliata su misura per il nostro Paese che, all’interno dell’Unione europea post-Brexit, è secondo solo alla Grecia per estensione costiera, ma a differenza dei cugini di levante può vantare un contesto produttivo molto più solido, dinamico e strutturato. Inoltre, noi italiani possiamo contare su uno sviluppo costiero interamente compreso nel bacino del Mediterraneo, con la possibilità quindi di orientarne fortemente le politiche di sviluppo regionale. Stiamo parlando di una porzione di mare che, sebbene rappresenti meno dell’1% delle acque del pianeta, ospita al suo interno il 20% dei traffici marittimi mondiali e il 7,5% della biodiversità marina del pianeta. Allo stesso tempo, il Mediterraneo è la principale destinazione turistica al mondo, una regione che genera da sola circa un quarto dei proventi dell’intero comparto turistico mondiale con ulteriori prospettive di crescita già a partire dai prossimi anni.

Il Mare nostrum contiene insomma al suo interno tutti i drammatici rischi e le straordinarie potenzialità connessi a una regione così particolare: i siti di nidificazione delle tartarughe marine e il traffico delle petroliere, alcune fra le aree marine protette più delicate al mondo e le grandi tonnare volanti per la cattura dei grandi pelagici, le vecchie piattaforme per l’estrazione di gas e petrolio e le ricerche più avanzate in materia di produzione di energia rinnovabile da moto ondoso. E il Mediterraneo sarà anche il teatro, nei prossimi anni, di condizioni sempre più difficoltose a causa dell’aumento di popolazione lungo la fascia costiera e degli eventi meteorologici estremi determinati dal cambiamento climatico in atto, che proprio alla fascia costiera riserva i suoi effetti più drammatici. In questa prospettiva le azioni che andranno intraprese dovranno essere pensate alla luce della riduzione delle emissioni di gas serra, una condizione che potrebbe addirittura favorire l’individuazione di percorsi innovativi, come la realizzazione di impianti eolici off-shore integrati, con gabbie galleggianti per l’acquacoltura, o quella di posti barca a cemento zero da ricavarsi nei bacini inutilizzati o sottoutilizzati come suggerito dall’Ucina, l’associazione degli industriali del diporto nautico.

L’intuizione più significativa alla base della Blue growth, del resto, è l’assunto che i settori dei quali stiamo parlando siano interdipendenti fra loro e che la crescita che si intende stimolare debba avvenire in un contesto di forte innovazione tecnologica e di sostenibilità ambientale. Il mare per sua natura è una risorsa naturale inconfinabile, obbliga cioè alla condivisione degli spazi e delle infrastrutture e pretende di conseguenza un approccio integrato alle politiche di gestione. Un porto può ospitare infatti un cargo mercantile o una nave carica di turisti, le acque del Tirreno possono essere solcate da crociere di whale watcher o da pescherecci intenti a strascicare e il bacino dell’Adriatico riesce a ospitare milioni di bagnanti che prendono il sole davanti alle turbosoffianti e alle piattaforme di estrazione.

Lavorare allora sulle potenzialità di crescita di questi settori significa prima di tutto garantire la qualità del campo di gioco, la sua corretta dimensione e la fluidità dei traffici che avvengono al suo interno. Su questi presupposti occorre quindi operare, cogliere cioè l’occasione della Blue growth per superare le ataviche deficienze infrastrutturali del nostro Paese (a cominciare dal defict depurativo per cui siamo in procedura d’infrazione), ma anche per restituire al campo di gioco del Mediterraneo l’agibilità di un tempo. Oggi questo bacino è più piccolo infatti rispetto a qualche anno fa perché il litorale nordafricano è decisamente meno praticabile. È difficile pensare allora a una crescita economica o a una fluidificazione dei traffici mercantili sul Mediterraneo prescindendo dai diritti delle persone a muoversi liberamente e ad affermare le ragioni della loro esistenza. Il mare dell’economia è lo stesso dei diritti, fluido, agibile e senza confini. Un Mediterraneo più giusto e solidale è la migliore condizione per una crescita pulita in grado di generare lavoro, ricchezza e nuova bellezza.

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