Per quanto i tre possano risultare così determinati, difficilmente i conservatori e i parlamentari che hanno già pensato ad "un'alternativa May", si lasceranno scalzare e portare via la Brexit

Blair, Major e Clegg insieme fanno il nuovo trio di supereroi che vuole salvare l’Europa. In missione diplomatica in giro per il Vecchio continente per cercare di convincere i leader europei a fermare la Brexit.

Nick Clegg, vice primo ministro fino al 2015 ed ex leader del partito Liberal Democratico, ha iniziato la missione in modo indipendente per poi trovarsi gli altri due alleati. È nelle ultime settimane che Clegg ha incontrato Mark Rutte, il primo ministro olandese Wolfgang Schäuble, il presidente del Bundestag tedesco Peter Altmeier, il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel, ex ministro degli esteri tedesco e alti funzionari del team di politica estera del presidente francese, Emmanuel Macron.

Blair, invece, la scorsa settimana ha incontrato politici di alto livello in Germania e Austria e il ministro degli interni italiano, Matteo Salvini. Sullo sfondo la campagna People’s Vote, in collaborazione con Clegg, che ha nominato Tom Cole, ex funzionario della Commissione europea, per mantenere regolari contatti con le ambasciate dell’Ue a Londra.

“Non stiamo tentando di sovvertire i negoziati governativi, ma stiamo cercando di assicurarci che i leader europei siano inseriti nella politica britannica e non stiano solo ottenendo informazioni dal governo britannico”. È quello che una fonte ha riferito alla stampa inglese. Il cruccio dei neo attivisti è, infatti, che la versione del reale stato delle cose in Gran Bretagna sia edulcorata dal governo.

I tre sono convinti che il clima nel Paese sia radicalmente cambiato, e che occorrerebbe davvero un secondo referendum. Oggi, sostengono, nessuno più sognerebbe la Brexit.

Parlando dall’Italia, Clegg ha dichiarato al Guardian: “Lo scopo delle visite è di convincere i leader europei che la politica britannica ha reso possibile la probabilità di rimanere all’interno dell’Ue”. Sostenendo che la discussione britannica su un ulteriore referendum è stata spesso soffocata dalla politica europea, ha spiegato: “Il mio scopo principale è stato quello di far sì che i politici europei si preparino alla eventualità che la Gran Bretagna non risulti in grado di offrire una Brexit praticabile e potrebbero aver bisogno di essere pronti per un nuovo voto. Si tratta di spingerli a mantenere aperta l’estensione del processo dell’articolo 50 oltre la scadenza di marzo, per dare più tempo ai negoziatori britannici, tra cui quello di preparare la legislazione sul voto popolare”. E ha poi aggiunto, “per un anno dopo il referendum sono stato accolto con un misto di curiosità e pietà, sulla base del fatto che non era lontanamente probabile che qualcosa avrebbe fermato Brexit. L’atmosfera è cambiata”. Sarà vero?

Intanto è vero che Clegg conosce Michel Barnier, il capo negoziatore della Brexit, da venticinque anni e risulta essere pertanto, il nesso tra la battaglia intrapresa con i suoi colleghi e la diplomazia. I tre non sono dei novellini della politica, sanno bene come muoversi, anche perché marzo 2019 non è più così lontano.

Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Blair, “dal 2016 e dal referendum, l’immigrazione è il problema dell’Europa. Oggi sta sconvolgendo la politica di ogni singolo paese europeo. Ci sono molte cose che il Regno Unito può fare senza modificare il principio base della libera circolazione”. Tutti e tre vorrebbero, comunque, che il Regno Unito partecipasse alle elezioni europee di maggio per lasciare che i deputati se ne vadano “più tardi, ma solo se necessario”.

Ma, in questo contesto, il vero punto interrogativo resta la Merkel. La cancelliera cercherà di salvare la May o si schiererà dalla parte del trio per evitare la Brexit?

Tony BlairJohn Major e Nick Clegg, finché c’è tempo, continueranno a viaggiare per l’Europa forti di un’esperienza personale che li ha visti leader dei tre maggiori partiti della Gran Bretagna. E si sono creati anche una base di sostegno dall’interno: indiscrezioni hanno rivelato che esiste un’ala dei laburisti che nel silenzio, s’incontra tutti i mercoledì in riunioni presiedute da Chuka Umunna, – ex ministro ombra dei laburisti e in lizza come leader del partito ai tempi dell’elezione di Corbyn – e a cui partecipano diversi parlamentari anti Brexit.

L’obbiettivo resta riuscire ad ottenere un secondo referendum, sebbene la May abbia più volte insistito che non lo concederà mai. Anche perché verrebbe sbranata dai suoi. Lo scopo di tutti, però, non è quello di “sovvertire” i negoziati, ma far arrivare ai leader europei informazioni sulla politica inglese che non provengono dalla Whitehall.

Nei giorni scorsi, intanto, Blair, invitato all’Open Future Festival, ha affermato che l’Unione europea dovrebbe offrire alla Gran Bretagna una proposta per rimanere nel blocco dei 28 e non di spingere il Paese ad andare via in malo modo. Come peraltro sta facendo. E ha anche voluto avvertire laburisti e parlamentari di non lanciarsi nella formazione di un nuovo partito, perché non sopravviverebbe. I malumori che ha partorito Corbyn, insieme alle accuse di antisemitismo, hanno messo il partito laburista in seria difficoltà.

Nel quadro di una classe politica mandata in pensione, ma che vorrebbe cambiare le sorti dell’Europa, fa un certo effetto il ruolo giocato da John Major. Il primo ministro dal 1990 al 1997 e ministro dei governi Thatcher, è terrorizzato dall’idea che il Paese possa abbandonare l’Unione. Ha invitato May a non prendere troppo in considerazione l’ala della “hard Brexit” del suo partito e a non portare l’Inghilterra fuori dal mercato unito e dall’unione doganale.

Eppure per quanto i tre possano risultare così determinati, difficilmente i conservatori e i parlamentari che hanno già pensato ad “un’alternativa May”, si lasceranno scalzare e portare via la Brexit.

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