Prosegue la visita del vicepremier in Cina, la terza del governo gialloverde dopo quelle di Tria e Geraci. Sul tavolo l'export italiano e la via della Seta. Ecco opportunità e rischi (anche geopolitici) della special relationship fra Italia e Cina

Continua la chinese connection italiana, e si fa sempre più sistematica. Lo conferma la missione nel Dragone del ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, iniziata questo mercoledì a Chengdu, nella provincia sud occidentale del Sichuan, con la sottoscrizione di alcuni accordi bilaterali nel campo del turismo e del terziario (uno tocca da vicino la madreterra del vicepremier: un’intesa fra Parco Archeologico dei Campi Flegrei e l’amministrazione dei Beni Culturali del Sichuan) assieme al segretario del partito della provincia Peng Qinghua. La seconda giornata è iniziata con l’inaugurazione, assieme al vice-primo ministro cinese Hu Chunhua, del Padiglione Italia alla Western China International Fair. L’Italia è ospite d’onore alla fiera che è giunta alla sua diciassettesima edizione e, oltre ad essere un palcoscenico internazionale d’eccezione, è anche un’importante piattaforma per la promozione della Belt and Road Initiative (BRI), il progetto per una nuova via della Seta lanciato da Xi Jinping nel 2013. La giornata prosegue con un tocco tutto italiano: Di Maio e il governatore del Sichuan Yin Li assisteranno al concerto “Incantevole Italia” con le musiche di Nino Rota presso il China-Europe Cooperation Centre. C’è attesa poi per un accordo di cooperazione nei Paesi africani che il ministro firmerà con il governo cinese, che conferma una linea già tracciata dal sottosegretario al Mise Michele Geraci: l’Italia sceglie la Cina come partner strategico in Africa per bloccare i flussi migratori.

La calorosa accoglienza del vicepremier è indicativa di un periodo di crescita delle relazioni bilaterali fra Roma e Pechino, confermato dalla scelta del Mise di creare una task-force per la Cina guidata da Geraci, che a fine agosto si è recato in visita a Pechino e Shanghai assieme al ministro dell’Economia Giovanni Tria (due missioni rimaste parallele). Atterrato in Cina Di Maio ha precisato l’obiettivo della sua missione: favorire l’export italiano nell’ex Celeste Impero, con una particolare attenzione all’agroalimentare e al Meridione, possibilmente superando le “barriere non tariffarie legate a una serie di norme fitosanitarie che non ci consentono, per esempio, di portare prelibatezze della nostra terra qui in Cina”. Tradotto: bisogna fare breccia nelle maglie della burocrazia cinese e chiedere di allentare i vincoli sull’import che da sempre minano la reciprocità nel commercio bilaterale. Il mantra che guiderà eventuali intese siglate dal vicepremier è quello ripetuto da Geraci (che potrebbe raggiungerlo in questi giorni, e comunque ha in programma altri viaggi cinesi nelle prossime settimane): l’Italia cerca investimenti greenfield, cioè gli investimenti diretti esteri con un impatto significativo su occupazione e capacità produttiva. “Abbiamo tante aziende italiane nel settore agricolo e nel settore dell’allevamento che sono desiderose di esportare verso la Cina e altrettanto riceviamo la richiesta dalla Cina per quanto riguarda l’import di prodotti agroalimentari” – ha chiosato Di Maio al suo arrivo – “bisogna migliorare alcuni accordi e bisogna in altri casi farne di nuovi”.

LE MISSIONI DI TRIA E GERACI

Tre missioni in meno di un mese non sono poco. Superano per frequenza anche i viaggi in Cina del governo Renzi ai suoi albori, ma la missione dell’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ebbe un impatto ben diverso, aprendo alla partecipazione di Bank of China in aziende strategiche come Telecom Italia, Fiat Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e Generali. Le due missioni agostane di Tria e Geraci, dicevamo, sono rimaste parallele. Il titolare di via XX Settembre ha assistito alla firma di una serie di memoranda of understanding (Snam e State Grid, Cdp e Bank of China Limited, Fincantieri e China State Shipbuilding Corporation). A questi incontri ha sommato appuntamenti con alcuni fra i più grandi finanzieri cinesi: i dirigenti del Silk Road Fund (il fondo che finanzia la Via della Seta, ndr), della China Construction Bank, e del fondo sovrano China Investment Corporation. Sullo sfondo un obiettivo non ufficiale: trovare acquirenti del debito pubblico italiano in vista di una manovra che, nonostante l’impegno di Tria, sul debito rischia di infierire non poco. Geraci, che in Cina ha vissuto e insegnato diversi anni, ha lavorato per la digitalizzazione delle pmi italiane e l’export, con un focus speciale sulla partecipazione italiana alla via della Seta. Questo è un nodo che Di Maio cercherà di sciogliere in Cina. Pechino guarda con particolare attenzione ai porti italiani, e soprattutto a Trieste come possibile terminale europeo della Silk Road. Aprire agli investimenti cinesi potrebbe far competere il porto friulano con un gigante come Rotterdam, ma non mancano rischi (politici) sottesi all’operazione. Geraci a Formiche.net ha garantito: “non vogliamo vendere nulla”. Di Maio gli fa eco dalla Cina: “Per noi è molto importante chiarire che siamo contenti di essere l’unico Paese del G7 ad avere portato avanti fino a questo punto i negoziati”. Ci sarà forse occasione di riparlarne all’Expo di Shanghai dal 5-10 novembre cui Di Maio prenderà parte. Nel frattempo il Mise studia rischi e opportunità di un’adesione italiana al progetto infrastrutturale di Xi. “Gli investimenti sono un motore di crescita, e l’Italia sconta un grave ritardo” spiega ai nostri microfoni Fabrizio Lucentini, a capo della Direzione generale per le politiche di internazionalizzazione e la promozione degli scambi. “L’importante è che siano investimenti brownfield e greenfield, cioè che creino crescita, e che rispettino i principi di level playing field indicati dalla Commissione Europea in una recente normativa sul meccanismo di screening” – continua il dirigente – “starà al Comitato del Golden power della presidenza del Consiglio decidere se gli investimenti cinesi siano o meno opportuni”.

GLI STATI UNITI OSSERVANO

Sullo sfondo della terza visita gialloverde in Cina scorrono questioni di politica internazionale tutt’altro che irrilevanti. Con il viaggio del premier Giuseppe Conte a Washington il governo ha confermato la scelta di campo atlantica, trovando nell’amministrazione Trump un interlocutore particolarmente benevolo. Resta però da vedere quanto la chinese connection in via di costruzione sia compatibile con le relazioni commerciali e politiche instaurate con gli americani, mentre Cina e Stati Uniti sembrano alle porte di una nuova Guerra Fredda. Non è fantascienza, ma una lettura che sta convincendo sempre più il mondo mediatico e accademico. In un recentissimo editoriale il New York Times taglia corto: “le due più grandi economie al mondo sono in procinto di iniziare una nuova Guerra Fredda economica che potrebbe durare ben oltre la presidenza Trump”. Il crescendo di tensioni a suon di dazi e l’escalation militare nel Sud Est Asiatico danno forma a questa ipotesi. L’ultimo smacco è la scelta di Alibaba di non creare un milioni di posti di lavoro negli States come promesso a Trump dal fondatore Jack Ma nel 2017. Niente premesse, niente promesse, ha sentenziato l’ad in uscita: “La premessa era quella di relazioni commerciali amichevoli tra i due Paesi, ma non esiste più”.

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