Le elezioni Usa e la vittoria del dualismo globale

Le elezioni Usa e la vittoria del dualismo globale
Il vantaggio della destra? Avere in mano l’agenda del senso comune. La difficoltà della sinistra? Non riuscire a proporre ancora un’alternativa futuribile ai propri valori classici, contrattualisti, volontaristici, fatti di assistenza pubblica e di convivenza muti culturale, tremendamente appannati

I risultati delle importanti elezioni americane di medio termine sono già a disposizione, mentre ancora le urne in molti Stati sono aperte. Quello che era pronosticato come l’anti Trump Day ha deluso le aspettative progressiste. I democratici, infatti, hanno conquistato la maggioranza di 218 seggi, indispensabile per la Camera, ma non sono riusciti nell’impresa di strappare agli avversari il Senato, dove invece i repubblicani sono in vantaggio di 52 a 45.

Importanti, al di là della terza riconferma democratica di Cuomo a New York, sono gli esisti della Florida e del Texas, restati in mano ai Repubblicani. Obiettivo questo molto rilevante specialmente perché Ron De Santis potrà essere così una figura chiave per Trump nelle presidenziali del 2020, essendo alla guida di uno Stato elettoralmente decisivo.

Se, da un lato, Nancy Pelosi evoca l’alba di un nuovo giorno, esaltando il risultato progressista alla Camera, il quale certamente darà filo da torcere all’amministrazione Trump, questi invece esulta per la promessa onda blu che si è rivelata invece una flebile brezza azzurra.
Che bilancio dare a questa situazione?

La prima osservazione riguarda certamente il Presidente in carica. Siamo davanti, infatti, ad una delle figure più controverse ed anomale della storia americana: un conservatore radicale poco in linea con la tradizione repubblicana, il quale non ha incontrato alcun favore da parte della stampa nazionale ed internazionale, ma che, tuttavia, conserva una parte sostanziale del suo consenso profondo. Tale fatto significa una sola cosa: la linea della nuova destra globale viene danneggiata certamente, ma non sconfitta dalle intemperanze di chi la guida e dagli strali contrari della pubblica opinione. Resta, cioè, quella contrapposizione tra l’animo della gente, raccolta e rappresentata da Trump, e la forza degli apparati di comunicazione e di cultura progressista che stentano invece a risalire la china, sebbene crescano indiscutibilmente.

Dal canto loro, i democratici sembrano essere usciti dalla pendice minima della loro storia. Un barlume di speranza perciò può guidarli al domani per tornare competitivi, sebbene ancora non vi sia all’orizzonte, perlomeno negli States, un vero modello globale diverso dal nazionalismo dilagante.

Gli Stati Uniti, si sa, non sono soltanto una superpotenza, ma rappresentano uno spaccato rappresentativo del mondo intero, avendo nel proprio seno un’enorme società poli-statuale, unita ad un fervido patriottismo democratico multietnico. Quello che avviene a Washington rappresenta un quadro sinottico quindi delle tendenze complessive dell’elettorato globale, soprattutto europeo.

Il vero vincitore è il bicolore rosso-blu con cui si sta tappezzando la cartina geografica del vasto territorio nordamericano. Insomma, non sono i democratici o i repubblicani a perdere, ma è il dualismo a vincere. Oggi più che mai occorre scegliere ovunque se l’ordine politico complessivo deve basarsi sul frazionamento delle comunità chiuse, oppure sui valori aperti, comuni, universali e uniformi.

Il vantaggio della destra sta nell’avere praticamente in mano l’agenda del senso comune. La difficoltà della sinistra invece è nel non riuscire a proporre ancora un’alternativa futuribile ai propri valori classici, contrattualisti, volontaristici, fatti di assistenza pubblica e di convivenza muti culturale, tremendamente appannati. Eppure i democratici tengono, anzi addirittura s’impongono alla Camera. Il testimone adesso l’America lo lascia all’Europa, dove lo stesso dualismo è una certezza e dove il risultato finale si declinerà in una lotta furibonda tra federalisti e unionisti, simile a quella che oltreoceano si impose nel XIX secolo.

La grande scelta delle elezioni europee di primavera potrebbe veder vincere la destra, se i sovranisti sapranno convincere i popoli di poter organizzare politicamente la vita dei rispettivi cittadini a partire dalle particolarità locali; oppure vincere la sinistra, se essa saprà trovare idee nuove in grado di far alzare gli occhi della gente oltre la cupezza del presente. Ciò nondimeno, con ogni probabilità qui come in America non perderà nessuno, ma vincerà insieme il dualismo di entrambi gli opposti.

ultima modifica: 2018-11-07T09:30:46+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

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