Riparte la caccia al gas nel Mediterraneo. Tutte le mire di Israele

Riparte la caccia al gas nel Mediterraneo. Tutte le mire di Israele
Tel Aviv ci riprova: dopo 4 anni di chiusura-mare e dopo il tentativo fallito dello scorso anno (per l'immobilismo del consorzio greco-indiano), è vicina ora a una nuova gara a caccia di gas e petrolio. Con sullo sfondo le triangolazioni con Il Cairo e Nicosia, e la partita tutta da giocare con Ankara

Da quando una serie di analisi tecniche hanno rivelato che sotto le acque del Mediterraneo orientale ci potrebbe essere una copiosa riserva di gas, oltre a quelle già individuate nella zona economica esclusiva cipriota, le strategie dei macro players regionali che in quel fazzoletto di mare nostrum si affacciano (e di chi da lontano osserva) sono mutate.

In sostanza vi è la possibilità concreta che le caratteristiche dei nuovi giacimenti presentino affinità con quello di Zohr scoperto dall’Eni e considerato, al momento, il maggiore dell’intera area. Ecco mosse, visioni e progetti di Israele.

QUI TEL AVIV

L’obiettivo del governo israeliano è di bypassare il duopolio dei giacimenti Tamar e Leviathan per aprire il mercato delle forniture di gas. Ovvero il sogno di Benjamin Netanyahu è trasformare Israele in un fornitore regionale perché sotto quelle acque dovrebbero esserci almeno altri 2 miliardi di metri cubi di gas.

Per questa ragione ha avviato una nuova gara per l’esplorazione e la successiva perforazione dopo 4 anni di chiusura-mare e dopo il tentativo fallito dello scorso anno a causa dell’immobilismo del consorzio greco-indiano, che pare non sia riuscito a convogliare in loco gli investitori annunciati.

Adesso si è molto vicini ad una nuova gara al fine di farsi esportatore certificato, così da mettere sul mercato la maggior parte dell’energia trovata, in considerazione della bassa domanda di mercato interno.

La regia è affidata al ministro dell’Energia Yuval Steinitz. Le migliori condizioni offerte ai partecipanti renderanno l’asta più efficace, ha annunciato alla stampa locale Amir Foster, direttore della divisione ricerca e strategia della Israeli Gas Exploration Industries Association. Infatti Tel Aviv per evitare che l’inconveniente di 12 mesi fa si ripeta, ha chiesto come prova di “buone intenzioni” un cip di ingresso di 400 milioni di dollari in azioni, una condizione che se da un lato ha scoraggiato i players locali, dall’altro effettua una sorta di selezione naturale facendo restare al tavolo da gioco solo grandi nomi.

TATTICA

Ma allora, si chiede più di qualcuno, come si intreccia la gara israeliana con le nuove scoperte di gas in Egitto? E ancora, come mai solo sei mesi fa è stato siglato un accordo decennale tra la società israeliana Delek Group Ltd e l’egiziana Dolphinus Holdings per vendere a quest’ultima gas israeliano? Certo, il governo del Cairo da tempo ha detto pubblicamente di essere intenzionato ad acquistare gas da tutti i giacimenti presenti nel Mediterraneo orientale, ovvero Cipro e Israele, compreso anche il Libano (tramite una non meglio precisata intermediazione saudita).

Ma con quale fine si importa un bene che già si possiede? Ecco che una possibile risposta si ritrova alla voce geopolitica, con il tentativo da parte di Tel Aviv di strutturare una più ampia partnership politica legata al dossier idrocarburi al fine di isolare il rivale di tutti i paesi che su quell’area del Mediterraneo orientale si affacciano: la Turchia.

STRATEGIA

Solo nel 2008 Israele importava il 100% delle sue risorse energetiche, mentre nel 2015 ben il 50% del consumo elettrico interno era costituito da carbone. Ad oggi lo scenario è destinato a cambiare rapidamente vista della presenza di giacimenti in loco. Un punto fermo di questa nuova strategia israeliana legata al gas e al petrolio è stato fissato lo scorso maggio a Houston, in occasione di un meeting internazionale aperto ad aziende statunitensi e di altre nazionalità per progettare azioni e nuove partnership future.

Non solo l’obiettivo di ridurre del 50% il carbone nel 2022 e di eliminarlo completamente nel 2026, ma puntando forte su veicoli elettrici, a idrogeno e a gas naturale compresso. È anche questa la ragione dell’accelerazione di Tel Aviv sui gasdotti, che si intrecciano con il trasferimento degli impianti di produzione dall’olio combustibile al gas naturale, destinato a sfondare nel brevissimo periodo quota 80% della domanda di elettricità di Israele.

OPERAZIONI

Ed ecco il fil rouge col Texas, dove verrà costruita la piattaforma fissa di circa 30mila tonnellate dalla Kiewit Offshore Services a Ingleside, per il giacimento Leviathan dove opera il gruppo Delek. Il piano di sviluppo prevede un budget di 3,75 miliardi di dollari con una produzione di 12 miliardi di metri cubi annui. La piattaforma dovrebbe essere operativa ad inizio del 2019 con la prima produzione prevista per la fine dell’anno.

Un quadro che si somma alle firme già poste sull’altro grande progetto che investe anche l’Italia: il gasdotto Eastmed, con l’obiettivo di trasportare entro il 2025 fino a 16 miliardi di metri cubi di gas tra Israele e Italia, attraverso Cipro e Grecia. Un’altra pietra miliare nello sviluppo offshore di Israele e Cipro, ma più in generale dell’intero versante euromediterraneo legato all’energia.

twitter@FDepalo

ultima modifica: 2018-11-06T09:04:17+00:00 da Francesco De Palo

 

 

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