Il presidente dell'Inps fa bene a preoccuparsi per la tenuta del sistema. Ma sarebbe bene ricordarsi di due cose. Primo, non è detto che nel 2019 tutti decidano di andare in pensione prima del dovuto. Secondo, l'assegno decurtato a causa dell'uscita anticipata nel lungo termine finirà con il controbilanciare l'aumento delle pensioni da erogare

C’è un grande equivoco di fondo sulle pensioni. Premesso che non esiste al mondo un intervento di finanza pubblica gratis, l’andare in pensione prima del previsto sta creando qualche problema di troppo sulla comprensione della partita per lo smontaggio della legge Fornero. La domanda è: ha ragione il presidente dell’Inps Tito Boeri, quando agita lo spettro del collasso della previdenza italiana per l’eccessivo peso della spesa pensionistica (qui l’articolo di ieri) oppure il governo quando dice che l’operazione è perfettamente sostenibile? I latini non a caso dicevano in medias res, cioè la verità è nel mezzo. Una massima cui non dà torto Fiorella Kostoris, economista, membro del board Mps e grande esperta di lavoro e previdenza.con cui Formiche.net ha analizzato l’effettiva sostenibilità del piano legastellato per anticipare l’uscita dal lavoro.

“Boeri ha in parte ragione, ma ci sono alcune precisazioni da fare. La prima, che è anche una certezza, è che se davvero nel 2019 si potrà andare in quiescenza prima, cioè tra i 62 e i 67 anni, ci saranno sicuramente più teste, più pensionati e l’Inps dovrà pagare più pensioni, perché ci saranno vecchi e nuovi pensionati, rispettivamente persone dotate dei vecchi requisiti, cui si aggiungeranno quelle con i nuovi requisiti  per il ritiro, desiderose di farlo”, spiega Kostoris. Per la quale “non è dato sapere quanti, fra i 4-500.000 nuovi individui potenzialmente in via di pensionamento, di fatto sceglieranno quota 100, anche perché, se verrà mantenuto il criterio contributivo o misto (a seconda di quando è stata iniziata la vita attiva) il beneficio pensionistico individuale scenderà rispetto a quel che sarebbe con i normali requisiti a 67 anni, e diminuirà di una percentuale via via più alta, in ragione di quanti anni prima rispetto ai 67 si va in quiescenza”.

“Questo”, spiega l’economista, “perché così si contribuisce per meno tempo al montante contributivo e in aggiunta si sta in pensione mediamente più a lungo. In ogni caso, l’aumento del numero dei pensionati ci sarà e ciò creerà inevitabilmente uno shock incrementale per l’Inps, o meglio per la Pa, che si manterrà nel tempo, se quota 100 resterà invariata, al netto degli agganci fra l’età pensionabile/l’anzianità contributiva e l’aspettativa di vita. Tale shock sul numero di persone in pensione crescerebbe ulteriormente nel tempo se il governo attuale volesse interrompere anche quegli agganci, voluti dal IV governo Berlusconi nel 2010, ma ripresi dalla stessa Legge Fornero”.

Kostoris affronta anche un altro nodo. “Oltre al numero di teste in pensione, fin dal 2019 vi sarà un aggravio nella spesa globale per pensioni, in quanto a quella per i vecchi, si addizioneranno le uscite per i nuovi pensionati, anche se questi ultimi otterranno, coeteris paribus, un beneficio pensionistico annuale minore dei primi, sia perché il loro montante contributivo è meno elevato, sia perché esso deve venir spalmato su un maggior numero di anni. Gli attivi, che dovrebbero con i loro contributi pagare l’aggravio della spesa pensionistica, non saranno in grado di farlo alle vecchie condizioni, sia perché fra essi non si conteranno più coloro che, avendo 62 anni o più, scelgono la quiescenza, sia perché questi ultimi anzi pesano, aumentando la spesa pensionistica”.

C’è un altro problema infine. Se i giovani oggi hanno un lavoro precario, come potranno sostenere l’intero sistema previdenziale se non versano i contributi? “L’idea”, conclude Kostoris, “che per ogni nuovo pensionato ci sia almeno un nuovo giovane assunto nel lavoro è del tutto illusoria, come dimostrano molte analisi, sia teoriche, sia empiriche, tanto italiane che straniere. Dunque, questa riforma fin dal 2019 creerà un incremento del deficit e del debito pubblico. Ma per fortuna, su questa seconda componente che ho appena illustrato, dopo un certo numero di anni, vi sarà una diminuzione del disavanzo pubblico, in quanto diventeranno sempre meno frequenti fra le persone in quiescenza quelle ritiratesi con i vecchi criteri e con una pensione elevata. Pertanto, entrerà in gioco un fattore compensazione: in pratica, rispetto a oggi, osserveremo una platea più numerosa di pensionati, però più poveri. Il che non pare molto saggio: secondo me, sarebbe di gran lunga preferibile andare in quiescenza regolarmente, con l’attuale legge, ma con assegno pieno”.

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