Perché il nemico pubblico n.1 dell’Italia è lo spread. Il rapporto di Bankitalia

Perché il nemico pubblico n.1 dell’Italia è lo spread. Il rapporto di Bankitalia
La sfiducia verso il nostro debito sta riuscendo in ciò che sembrava impossibile. Intaccare l'unica vera ancora di salvezza dell'economia, il risparmio dei privati, famiglie o imprese che siano. Uno tsunami che travolge tutto e tutti fino ad arrivare a banche e assicurazioni

L’Italia ha un solo vero patrimonio. Il risparmio privato. Più o meno diecimila miliardi di euro, beni mobili e immobili compresi, di 4.300 in mano alle famiglie. Dal Btp all’auto in garage, conta poco, l’importante è che sia risparmio. Lo spread oltre i 300 punti base, complice una manovra incompresa da mercati ed Europa, sta lentamente intaccando questa leva che spesso ha costituito il vero scudo contro le tempeste finanziarie. E questo non può essere che un problema, sollevato nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia. La tesi è su per giù sempre quella: se lo spread non inizierà a portarsi in modo strutturale sotto i 300 punti base, ci saranno serie conseguenze per i risparmiatori italiani. Anzi, a dire la verità già ci sono.

L’OMBRA DELLO SPREAD

Uno dei primi passaggi è anche uno dei più delicati. “Gli incrementi elevati e persistenti dei premi per il rischio sui titoli di Stato ostacolano il calo del debito pubblico in rapporto al prodotto, incidono sul valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni” scrive Bankitalia. “La situazione finanziaria delle famiglie rimane solida, benché il calo delle quotazioni dei titoli abbia già determinato una contrazione del valore della loro ricchezza”. Non c’è molto da ricamarci sopra, la minor fiducia dei mercati verso il nostro debito sta letteralmente erodendo l’intera economia, a cominciare da quelle familiari.

IL PROBLEMA FAMIGLIE…

Via Nazionale va ancora più nello specifico. Il risparmio potrebbe risultare molto facilmente la vittima sacrificale di mesi di spread a rialzo. “Il deprezzamento dei titoli riduce il valore degli investimenti in attività finanziarie, compresi quelli effettuati mediante intermediari quali fondi comuni, compagnie assicurative e fondi pensione. Gli effetti negativi dell’innalzamento dei rendimenti possono inoltre comportare per le banche una restrizione dell’offerta di credito al settore privato (famiglie e imprese, ndr)”. Bankitalia cita il caso del 2011 quando lo spread toccò quota 500 punti base. “Nella fase di elevata tensione dei mercati del 2010-11 un aumento dello spread di 100 punti base ha determinato nell’arco di un trimestre rialzi dei tassi di interesse pari a circa 70 punti base per i prestiti alle imprese non finanziarie e di 30 punti base per i mutui alle famiglie; le condizioni di fragilità che in quella fase caratterizzavano i bilanci dei principali gruppi bancari e delle imprese italiane amplificarono la trasmissione dell’aumento dello spread L’incremento dei rendimenti dei titoli pubblici si è inoltre associato in passato a una significativa riduzione del tasso di crescita dei prestiti concessi alle imprese dalle banche italiane”. L’impressione è dunque di una manovra a tenaglia. Da una parte il risparmio che si deprezza, dall’altro i prestiti erogati col contagocce.

…E QUELLO BANCHE

L’altra faccia della medaglia sono le banche, chi cioè presta denaro all’economia reale ma anche chi detiene il risparmio. Anche qui, dice Bankitalia, sono dolori e la colpa è sempre di lui, dello spread. “Per le banche le tensioni sul mercato dei titoli di Stato hanno diverse conseguenze negative. Un primo effetto è l’incremento dei costi della raccolta: analisi condotte sul periodo 2010-11 indicano che un innalzamento di 100 punti base dello spread sui titoli decennali può causare un aumento di circa 40 punti base dei tassi di interesse sui depositi a termine e sui report di circa 100 punti base sulle nuove emissioni obbligazionarie”. Un ulteriore effetto dello spread “è legato all’impatto sul patrimonio delle variazioni di prezzo dei titoli di Stato valutati al fair value, che alla fin di giugno scorso ammontavano in media al 5,7 per cento dell’attivo con un’incidenza più elevata tra le banche meno significative (11,3 per cento, contro 4,7 per le banche significative)”.

I RISCHI PER LE ASSICURAZIONI

Chi rischia qualcosa in più delle banche è il settore assicurativo “particolarmente esposto al rischio sovrano, in ragione degli investimenti necessari a coprire gli impegni presi con la clientela e dell’elevata quota di titoli di Stato in portafoglio. Gli indici di solvibilità delle compagnie sono in media ampiamente al di sopra dei minimi regolamentari ma hanno però registrato una consistente riduzione. Eventuali ulteriori forti svalutazioni dei titoli avrebbero effetti rilevanti sulla posizione di solvibilità delle assicurazioni”. Tuttavia, un salvagente c’è, non solo per le assicurazioni. “Diversi fattori stanno attenuando le ripercussioni delle turbolenze finanziarie sull’economia. L’indebitamento del settore privato risulta tra i più bassi nell’area dell’euro, l’avanzo commerciale è ampio e la posizione debitoria netta verso l’estero si è pressoché azzerata. L’elevata vita media residua del debito pubblico rallenta la trasmissione dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato al costo medio del debito”.

ITALIA GIALLOVERDE MA CON VECCHI PROBLEMI

Una cosa è certa. Spread o non spread l’Italia tinta di gialloverde continua a scontare vecchi e soliti problemi. E nemmeno in Bankitalia si stancano di dirlo. In “Italia i maggiori rischi per la stabilità finanziari derivano dalla bassa crescita e dall’alto debito pubblico. L’incertezza sull’orientamento delle politiche economiche e di bilancio ha determinato forti rialzi dei rendimenti dei titoli pubblici; vi hanno contribuito timori degli investitori riguardo a un’ipotetica ridenominazione del debito in una valuta diversa dall’euro. Le condizioni di liquidità del mercato secondario dei titoli di Stato sono più tese rispetto ai primi mesi dell’anno ed è aumentata la volatilità infragiornaliera delle quotazioni”.

ultima modifica: 2018-11-23T10:15:39+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

 

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