"L’attentato di Giza dimostra come la minaccia non si possa definire risolta, come invece in più occasioni il governo e le autorità egiziane hanno tentato di spiegare attraverso media locali e internazionali". Conversazione con Giuseppe Dentice, Ispi researcher nel Programma Mediterraneo e Medio Oriente

La rappresaglia del governo egiziano contro coloro che sono ritenuti responsabili dell’attacco di ieri al pullman di turisti nei pressi delle piramidi di Giza, nella periferia ovest del Cairo — la bomba, piazzata lungo Mariotia Street, ha ucciso almeno quattro turisti vietnamiti — è stata dura. Oggi, in due operazioni armate, sono stati uccisi quaranta “miliziani”, ma il ministero dell’Interno egiziano non ha precisato a quale gruppo appartenessero i bersagli.

Per ora non ci sono state rivendicazioni, però l’Egitto è stato più volte colpito da attacchi terroristici di vario genere, compresi quelli legati alla Wilayat Sinai dello Stato islamico, che controlla l’area della penisola egiziana, diventata nel corso degli anni dopo la creazione del Califfato un importante hub per i baghdadisti.

“L’attentato di Giza dimostra come la minaccia non si possa definire risolta, come invece in più occasioni il governo e le autorità egiziane hanno tentato di spiegare attraverso media locali e internazionali” spiega a Formiche.net Giuseppe Dentice, Ph.D Student all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Ispi researcher nel Programma Mediterraneo e Medio Oriente (Dentice è tra i migliori esperti, non solo italiani, di ciò che sta accadendo in quell’area nevralgica per il Cairo, il Sinai, enorme risorsa turistica e ponte geopolitico, diventata l’attuale centro di raccolta del terrorismo).

“L’episodio di ieri si inserisce in un trend decisamente al ribasso, in cui i numeri di attacchi e vittime nel Paese è in discesa rispetto agli anni precedenti. Basti pensare che l’attacco mortale di ieri rappresenta soltanto il quinto evento terroristico nel solo 2018 all’infuori del Sinai, principale epicentro della minaccia nel Paese”, spiega Dentice.

Quali sono gli elementi interessanti di quello che è successo ieri? “Il target, ancora una volta sono turisti e stranieri. Quindi i responsabili dell’attacco seguono uno schema già visto da tempo, ossia colpire il settore turistico, tra i principali comparti dell’economia egiziana. Nel corso del 2016 c’erano stati alcuni attacchi contro i siti turistici proprio nell’area di Giza, fortunatamente senza vittime, e dal 2015 erano iniziati gli attentati contro infrastrutture e attrazioni che si ricollegavano al comparto turistico, come ad esempio gli attacchi agli hotel a Hurghada sul Mar Rosso e nelle città resort del Sinai meridionale (soprattutto Sharm al-Sheikh). Azioni che  in fondo avevano provocato pochi morti, ma poi sopra i cieli del Sinai centrale c’era stata l’esplosione di un aereo turistico della compagnia russa Metrojet, che uccise 224 persone a bordo”.

Dunque colpire il turismo è un obiettivo strategico dei terroristi? “Di fatto colpendo il turismo si crea un danno all’economia egiziana: basti soltanto pensare che il settore prima delle rivoluzioni del 2011 e 2013 e della nuova stagione terroristica in corso nel Paese rappresentava circa l’11% del Pil nazionale, con una ricaduta occupazionale, diretta e indiretta, pari al 60-65% della forza lavoro”.

Chi possono essere i responsabili dell’attacco al bus di ieri? “Seppur non rivendicato, possiamo ragionare sul modus operandi, ma anche questo non ci dà troppo aiuto: l’evento racconta di un attacco avvenuto per mezzo di uno Ied (Improvised explosive device), ossia ordigni artigianali costruiti spesso con materiale di fortuna facilmente occultabile nel piazzamento, sia nei pressi del target da colpire, sia all’interno dello stesso obiettivo. Ad esempio, nel volo della Metrojet l’ordigno sarebbe stato inserito in una bottiglia di plastica contenuta in una valigetta trasportata nell’aereo (non è ancora chiaro come sia entrata, ndr). Nel caso del bus di Giza, il materiale esplosivo sarebbe stato piazzato su un muro di una costruzione lungo il tragitto, esplodendo al passaggio del mezzo. Questa tipologia di strumenti esplosivi è stata usata da un’ampia varietà di soggetti nel corso degli ultimi anni, da gruppi jihadisti in senso stretto, vicini alle diramazioni egiziane dello Stato islamico, ai gruppi anarchici presenti e operativi nelle città, financo alle organizzazioni come Hasm, costituita da fuoriusciti radicalizzati della Fratellanza musulmana. Pertanto in assenza di rivendicazioni gli autori possono essere diversi e comunque riconducibili al mondo della violenza politica”.

Si può leggere un qualche significato dietro all’attacco? “Come spesso avvenuto nel corso di questi anni, le azioni dei terroristi si sono mosse in una sorta di continuità operativa e ideologica, in cui i gruppi o i soggetti operanti hanno spesso alternato le operazioni contro il comparto turistico con le classiche azioni stragiste nei confronti dei luoghi di culto (per lo più chiese copte, ma anche contro simulacri sufi, come il tragico attacco alla moschea di Bir al-Abed nel Sinai settentrionale, che provocò oltre 300 vittime nel novembre 2017). Queste sono azioni dal grande impatto emotivo e politico, tese a lacerare il più possibile il tessuto sociale egiziano, con l’intento duplice di promuovere sia una campagna settaria all’interno del Paese (musulmani contro cristiani), sia di danneggiare l’immagine politica, locale e internazionale, del regime, dimostrando l’inadeguatezza e l’incapacità delle forze di sicurezza, polizia ed esercito, nel contrastare la minaccia terroristica in loco”.

Come si inquadra l’azione di ieri con la situazione politica e la fase presidenziale di Abdel Fattah al Sisi? “L’attacco dimostra come il fenomeno e la sua relativa minaccia siano ancora molto forti e radicati nel Paese, benché in termini di messa in sicurezza siano stati fatti grandi passi in avanti (come ad esempio l’arresto di Hisham Alì al-Ashmawy, ex militare egiziano, già protagonista nell’attuale stagione terroristica tra le fila di Ansar Bayt al-Maqdis, il gruppo oggi noto come Wilyat Sinai, e tra gli uomini più ricercati dell’intero Nord Africa). Questo vale soprattutto nel mainland egiziano, anche per effetto dell’ultima operazione di counter-terrorism, Comprehensive Operation-Sinai 2018, lanciata nel febbraio 2018, con ordine diretto dello stesso presidente al-Sisi, sull’intero territorio nazionale con il compito preciso di ‘sradicare il terrorismo’ dal Paese”.

Risultati? “A fronte di un impegno massiccio, esistono tuttora importanti sacche di resistenza soprattutto nel Sinai centro-settentrionale, dove la rappresaglia militare dello Stato centrale è maggiore, ma ancora del tutto incapace di ridurre sensibilmente la pericolosità del fenomeno, soprattutto in quell’area di Paese, dove il Wilayat Sinai è stato capace di costruire un hub terroristico di grande valore e sicuramente considerabile come il più importante e strutturato all’infuori del Siraq”.

C’è anche un uso politico della situazione da parte del governo? “Sì, infatti ciò non toglie che a fronte di una minaccia concreta e reale come quella terroristica, il regime abbia spesso strumentalizzato la paura e la minaccia stessa per giustificare l’utilizzo di strumenti legali di contrasto (nuove leggi anti-terrorismo e altre leggi ad hoc) che hanno favorito nuove formule di arresto preventivo soprattutto nei confronti delle opposizioni politiche, riuscendo di fatto a indebolirle e a renderle innocue sul piano operativo. In questo modo il regime non ha avversari politici sul piano legale, ma soltanto una serie di attori extra-legali, alcuni impegnati ad abbracciare le armi per sconfiggerlo. Con questa narrativa, il regime ha serrato le fila favorendo in sostanza una istituzionalizzazione dell’autoritarismo”.

L’Egitto in questo momento sembra stia aumentando il suo peso/ruolo internazionale: le azioni terroristiche sono collegate? “Il terrorismo di fatto rappresenta un grande tema che accomuna tutti i Paesi sunniti vicini all’asse saudita-israeliano. Non è un caso appunto che l’Egitto appoggi numerose iniziative di Riyadh nella regione, mirate per l’appunto a contrastare Qatar e Iran dietro la bandiera della lotta al terrorismo, ossia per combattere quei paesi ritenuti sponsor del fenomeno. In questo senso l’Egitto ha sposato più o meno apertamente le posizioni assertive di politica estera di altri Paesi come Arabia Saudita o Emirati Arabi Uniti”.

Ultimamente è spesso tirato in ballo sul dossier siriano è altre iniziative a tema sicurezza… “Infatti, abbiamo visto come il Paese abbia deciso di muoversi in sintonia con i partner del Golfo sul caso siriano, così come è apparentemente concorde con la strategia saudita (e trumpiana) per la definizione di un asse politico-militare come la cosiddetta ‘Nato araba’. Tuttavia è difficile parlare di aumento del ruolo internazionale dell’Egitto, poiché spesso il Cairo è junior partner in tali iniziative e non promotore diretto, anche se l’ambizione del paese sarebbe quella di muoversi in una certa autonomia da garante degli equilibri regionali arabia”.

È una visione nostalgica o una prospettiva? “È una visione molto fedele al passato glorioso (nasseriano e sadatiano) che non guarda però all’oggi e alle evoluzioni mutevoli del Medio Oriente. Sebbene il Cairo sia ancora un centro nevralgico e un termometro importantissimo degli umori regionali, le decisioni politiche e le iniziative vengono prese in altre cancellerie come Riyadh, Abu Dhabi, Doha e perfino Tel Aviv, spesso competitor diretti dello stato egiziano. Oggi lo stato nordafricano ha due importanti direttrici operative all’infuori del Medio Oriente, ossia il Mediterraneo e l’Africa orientale”.

Là si legano anche gli interessi dell’Egitto, giusto? “Sono aree che per motivi economico-commerciali, energetici e geopolitici possono far ritagliare al paese un certo grado di rilevanza strategica certamente perduta negli anni di Mubarak e anche in quelli recenti post-rivoluzioni. In questo senso al tradizionale approccio da mediatore nei principali teatri di crisi regionale (dalla Libia a Gaza, passando per la Siria e il Libano) si aggiunge un possibile ruolo da broker nel comparto energetico, soprattutto grazie alla scoperte dei giacimenti Zohr e Noor nel Mediterraneo orientale, e alla salvaguardia delle rotte marittime commerciali da e verso il corridoio Canale di Suez-Mar Rosso, porta di passaggio di circa il 10% delle merci mondiali che collegano il Mediterraneo al Mar Arabico e all’Oceano Indiano Occidentale”.

 

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