L'intervento del presidente dell'Istituto per la Competitività (I-Com) Stefano da Empoli, nel gruppo dei 30 esperti selezionati dal ministero dello Sviluppo economico per partecipare all'elaborazione della strategia nazionale sull'Intelligenza artificiale

Realtà virtuale, chatbot, robot, veicoli a guida autonoma, imaging: sono solo alcuni dei terreni di applicazione dell’intelligenza artificiale (IA). Che sta già cambiando la vita di tutti noi, anche se non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Basti pensare ai dispositivi per il riconoscimento vocale e l’assistenza virtuale che stanno invadendo le nostre case, ma più banalmente a molti dei social e dei siti che frequentiamo ogni giorno. Forse la mancata consapevolezza e anche alcune delle principali preoccupazioni derivano dal nome stesso, intelligenza artificiale, che evoca un soggetto alternativo all’uomo, forse addirittura ostile. Molte imprese che vendono prodotti basati su tecnologie IA se ne sono accorte e preferiscono parlare di intelligenza aumentata, dunque complementare più che sostitutiva rispetto alle attività umane.

Al di là delle questioni nominalistiche, viene da chiedersi quale sia il reale impatto di questo insieme di tecnologie sul sistema economico. In altre parole, quali sono i benefici oltre alla possibilità di ottenere nuovi servizi a prezzi accessibili?

È probabilmente troppo presto per rispondere alla domanda in maniera certa o quantomeno robusta ma se oggi c’è una speranza di rilanciare la produttività totale dei fattori produttivi, alla base della crescita economica, stagnante non solo in Italia ma in gran parte dei Paesi sviluppati, questa si chiama intelligenza artificiale. Grazie alla possibilità di elaborare straordinarie quantità di dati o di selezionarne la porzione di interesse per predire i comportamenti. Aumentando i ricavi o diminuendo i costi a parità di fattore lavoro e/o capitale. Dal punto di vista teorico, già negli anni Cinquanta si erano poste forti basi per modelli basati sull’IA. Ma mancavano tre ingredienti fondamentali: la capacità di calcolo, la digitalizzazione su larga scala dei dati e una modalità di comunicazione immediata e facile tra oggetti.

Per il sistema Italia, secondo Paese manifatturiero d’Europa, i vantaggi dell’IA sono evidenti. Grazie a soluzioni tecnologiche prima impossibili o comunque poco o per nulla accessibili per le nostre Pmi.
Pensiamo al design generativo, che permette in un giorno di fare quello che era possibile in molti anni di lavoro o, in alternativa, con piante organiche da grandi multinazionali. Oppure la manutenzione predittiva, che ferma le macchine solo quando è ragionevole farlo (al contrario della manutenzione preventiva). Anche qui con riduzioni di costo che per imprese più piccole, dotate di poche macchine, possono essere ancora più significative che per i grandi colossi.

Per questo, il nostro interesse Paese, oltre a quello di sviluppare tecnologie IA in alcune nicchie di mercato (pensiamo soprattutto ad alcuni ambiti B2B), è soprattutto quello di permettere alle nostre imprese di adottare soluzioni avanzate ma a buon mercato e facilmente reversibili. In altre parole, un approccio democratico all’IA. Che non significa negare un giusto riconoscimento al merito bensì mettere le imprese, piccole, medie o grandi, sulla stessa linea di partenza. E che poi, al termine della competizione, vinca davvero il migliore.

Condividi tramite