Contro il programma missilistico dell’Iran, il pressing degli Stati Uniti sull’Ue

Contro il programma missilistico dell’Iran, il pressing degli Stati Uniti sull’Ue
Ci sono segnali che Bruxelles potrebbe concedere qualcosa davanti all'ampia campagna di pressione anti-iraniana di Washington. Sebbene alcuni analisti non concordino sull'effettiva violazione giuridica, alcuni membri Ue, come la Francia, hanno già preso una posizione dura contro Teheran sull'ultimo test

Negli ultimi giorni si è intensificato il pressing che gli Stati Uniti stanno facendo sull’Unione Europea affinché avvii una procedura sanzionatoria contro l’Iran, come punizione per il test missilistico che il primo dicembre il dipartimento di Stato ha pubblicamente denunciato come una violazione di una risoluzione 2231 dell’Onu che vieta a Teheran lo sviluppo di sistemi balistici. Il rappresentante speciale americano per le faccende iraniane, Brian Hook, ha definito la Repubblica islamica una “grave e crescente minaccia” e chiesto a Bruxelles di agire di conseguenza (“[…] le nazioni di tutto il mondo, non solo l’Europa, devono fare tutto il possibile per prendere di mira il programma missilistico dell’Iran”).

Quando Foggy Bottom, attraverso una dichiarazione proprio di Mike Pompeo ha denunciato il test, ha spiegato che quel tipo di missile che gli ingegneri degli ayatollah stanno progettando sarebbe “capace di trasportare testate multiple” ed è potenzialmente in grado di colpire tutto il Medio Oriente e parti dell’Europa. La sottolineatura segue la linea politica: da maggio gli Stati Uniti si sono tirati fuori dall’accordo sul nucleare iraniano chiuso nel 2015 dall’amministrazione Obama e da un sistema multilaterale che coinvolge gli altri quattro (oltre agli Usa) membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Germania (in rappresentanza dell’Ue).

L’uscita americana è stata giustificata sotto tre motivazioni: l’esistenza di prove (anche se non evidenti) di un’attività clandestina dell’Iran per continuare il programma nucleare militare; la parallela continuazione di ricerca e sviluppo sui vettori balistici; la diffusione all’interno di altri Paesi influenze attraverso partiti-milizia collegati in modo da poter aumentare la propria dimensione regionale. Sulla base di queste tre ragioni, che l’amministrazione Trump identifica come “la condotta maligna” dell’Iran, Washington sta chiedendo agli Stati alleati di mollare il Nuke Deal e di riattivare il piano sanzionatorio contro Teheran precedente all’accordo di tre anni fa (panoplia economico-diplomatica che gli Usa hanno rimesso in piedi, a pieno regime, dal 4 novembre).

Lo sforzo diplomatico di Washington è intenso, e – mentre sul deal la trattativa con gli alleati (che dall’accordo hanno visto riaprirsi linee economiche commerciali, tuttavia messe a rischio dalla riattivazione delle sanzioni americane) è più complessa – sul tema-missili potrebbe trovare maggiori spazi. Teheran ha ripetutamente respinto le trattative sul suo programma missilistico, insiste che tutto è sviluppato soltanto a scopo difensivo, e ha annunciato che continuerà a condurre test missilistici nonostante la condanna occidentale.

Ci sono segnali che Bruxelles potrebbe concedere qualcosa davanti all’ampia campagna di pressione anti-iraniana orchestrata da Washington (in allineamento con i principali alleati mediorientali, dall’Arabia Saudita nel Golfo a Israele). Sebbene alcuni analisti non concordino sull’effettiva violazione giuridica, alcuni membri Ue, come la Francia, hanno già preso una posizione dura contro Teheran sull’ultimo test: secondo Parigi è stato “provocatorio e destabilizzante” e “non in linea” con le linee di dialogo aperte.

Il caso è un’altra dimostrazione di come gli americani chiedano agli alleati più stretti di seguire su certi dossier, come quello iraniano o il confronto con la Cina, una postura netta: qualcosa di simile al “o noi o loro”. È l’atteggiamento con cui Donald Trump conduce la propria politica estera, fatta di interessi, fedeltà (e trasparenza), concessioni e allineamenti. In un’immagine, la sovrapposizione del tema Iran, di quello Cina, e di questa attitudine, sta nell’arresto in Canada – avvenuto il primo dicembre, ma reso pubblico ieri – della top manager di Huawei Meng Wanzho.

Gli americani accusano la direttrice finanziaria del gruppo cinese delle telecomunicazioni (e figlia del fondatore) di aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni: Ottawa, che nei giorni scorsi ha siglato con gli Usa il nuovo trattato di libero scambio nordamericano, l’ha fermata su richiesta degli Stati Uniti, che ora vogliono l’estradizione. È un altro tassello nell’enorme puzzle dello scontro aperto tra Washington e Pechino, all’interno del quale Huawei è stata fatta più o meno fuori dal mercato del 5G nei Paesi del Five Eyes, con gli americani che chiedono a tutti gli altri alleati di fare altrettanto. Sulla Cina così come sull’Iran l’amministrazione Trump detta delle red line: superarle potrebbe mettere a rischio amicizia e cooperazione.

 

ultima modifica: 2018-12-06T17:46:56+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

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