Otto persone sono morte vicino a Msallata, mentre al mix di disagio sociale si somma il caso del giacimento di Sharara (da 315.000 barili di petrolio al giorno). Secondo la Noc la sua chiusura sta costando al paese 32,5 milioni di dollari al giorno in entrate perse.

Scontri armati, caso Fezzan e pozzi: sono queste le tre spine che agitano la Libia, proprio mentre il titolare della Farnesina sceglie Giuseppe Maria Buccino Grimaldi come ambasciatore italiano in Libia (vi era già stato nel 2011), in sostituzione di Giuseppe Perrone.

Nuovi episodi di violenza costano la vita a otto persone a Msallata, contribuendo ad allontanare le voci di una situazione sotto controllo. Nel mezzo il dramma sociale del Fezzan, dove la povertà è padrona e il caso dei pozzi di Sharara, il cui stallo costa svariati milioni di dollari al giorno.

BLOCCO

315mila barili di petrolio al giorno fino allo scorso 8 dicembre. Nel sud ovest della Libia, a Sharara, i numeri erano davvero significativi, contribuendo a dare una spinta considerevole alla produzione nazionale libica (da 1,2 milioni). Il nodo, secondo quanto osservato dalla National Oil Company (Noc) è proprio questo, e si aggiunge al sito “collegato” a Sharara, ovvero El Feel che di barili ne produce 73.000. Il tutto costa alla Libia qualcosa come 32,5 milioni di dollari al giorno in entrate perse. E’la ragione per cui, a Sharara come a Al Hasawna (600 km a nord), i soldati a presidio dei pozzi sono stati “invitati” dalle milizie ad allontanarsi. Noc ha provveduto ad evacuare ingegneri e tecnici in aereo.

Intanto da Bruxelles l’Ue sottolinea che la chiusura dei due siti non porterebbe fisiologici vantaggi e che si rende imprescindibile un intervento che sani le questioni aperte in quel fazzoletto di Libia, ma in pratica affinché i siti tornino sotto il diretto controllo della Noc occorre un intervento diretto. Anche perché, secondo alcuni media locali, gli aggressori di Sharara e Al Hasawna fanno parte dello stesso gruppo di soldati addetti alla sicurezza dei due pozzi.

MOSSE

Un no al pagamento di una sorta di pizzo per lasciar continuare il lavoro nei due pozzi arriva dal numero uno di Noc, Mustafa Sanalla: “Voglio essere chiaro, questa milizia deve lasciare immediatamente il campo. Alla Noc stiamo facendo tutto il possibile per migliorare le condizioni di vita dei residenti, ma le loro legittime richieste e lamentele sono state usate dai criminali che perseguono solo gli interessi personali” ha detto. Come a non voler escludere completamente un nesso tra aggressori e aggrediti.

Aggiungendo che se il ministero delle finanze libico pagasse i militanti, ciò costituirebbe un pericoloso precedente e metterebbe in pericolo la ripresa economica generale della Libia, in quanto poi produrrebbe una sorta di effetto a catena per il futuro. Parole che Sanalla ha messo nero su bianco anche in una lettera ufficiale indirizzata al Presidente del governo appoggiato dall’Onu Fayez Al-Serraj, certificando che riverberi negativi vi sarebbero stati anche sul terminale di esportazione e raffineria di Zawiya, dove il greggio di Sharara è diretto.

I militanti, che si dichiarano appartenenti alla Guardia dei servizi petroliferi, hanno preso il controllo dei pozzi alla fine della scorsa settimana e ora chiedono il pagamento di una cifra in dollari per rilasciarlo.

SHARARA

Si tratta del maggiore giacimento libico, con una produzione stimata in più di 300.000 barili al giorno. All’attacco delle milizie si è sommato il maltempo incessante che ha contribuito al calo della produzione di barili. Lì si è diretta la rabbia delle tribù, proprio nel sito di maggiore interesse per la politica energetica del paese: in sostanza chiedono più fondi per lo sviluppo a lungo termine e per le condizioni generali di lavoro.

Un panorama che si somma all’inflazione elevata, allo scarsissimo potere d’aquisto, alla povertà in varie province specialmente nella zona del Fezzan. In questo senso la Noc è vista come il nemico da colpire, mentre invece è il player che assicura guadagni costanti e una potenziale stabilità in prospettiva.

SCENARI

Due gli obiettivi nel breve-medio priodo: il possibile referendum costituzionale e la strutturazione di una gestione dei terminal che abbracci (ma è tutta da costruire, anche socialmente) anche i contestatori.

Il febbraio 2019 è stato individuato come una possibile finestra per celebrare il referendum costituzionale, ma solo in presenza dei fondi necessari per sicurezza e organizzazione (servono 30 milioni di dollari e un ombrello internazionale di garanzia). Quello sarebbe il primo passo del nuovo anno per condurre il Paese ad elezioni.

In secondo luogo il fatto che la Noc possa contare sulle guardie di protezione del petrolio, mossa che garantisce al colosso di Stato la manutenzione sulle installazioni petrolifere per cinque anni, non lo ripara contrattempi come quello di Sharara. Ma dal momento che all’orizzonte si intravede la possibilità di portare la produzione complessiva a due milioni di barili al giorno entro il 2022 (contro quella attuale di circa 1,25 milioni) ecco che vi sono solidi argomenti per immaginare le struttute petrolifere come una risorsa per tutti.

Ma a patto che sia valorizzata da un governo unitario che funga da abina di regia.

twitter@FDepalo

Condividi tramite