Cyber security, privacy, democrazia. Come cambia la protezione dei dati

Cyber security, privacy, democrazia. Come cambia la protezione dei dati
Chi c'era e che cosa si è detto al convegno "I Confini del Digitale", organizzato alla Camera dal Garante della Privacy in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali 2019

Cyber security, privacy, democrazia. Sono tanti i fronti da presidiare per chi è impegnato in uno dei compiti più delicati dell’era digitale: la protezione dei dati.
Del tema si è discusso oggi a Roma durante il convegno “I Confini del Digitale”, organizzato alla Camera dal Garante Privacy in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali 2019, al quale hanno preso parte, tra gli altri, Erica Palmerini, (docente di diritto privato dell’Istituto Dirpolis della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Stefano Mele (avvocato specializzato in diritto delle tecnologie), Roberto Baldoni, vicedirettore generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, Giuliano Amato (giudice costituzionale), Maurizio Molinari (direttore de La Stampa) e il ministro per la Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno.

LA CRESCITA DEL CYBER CRIME

“Quella cibernetica – ha sottolineato nel suo discorso d’apertura il Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro – è la frontiera su cui si sta spostando sempre più e in misura più pervasiva la dinamica delle conflittualità tra Stati e tra soggetti”. A dimostrarlo, ha evidenziato, ci sono innanzitutto i numeri. “Si stima che la perdita economica imputabile al cyber crime possa raggiungere nel 2020 i 3mila miliardi di dollari e che gli attacchi informatici possano interessare il 74% del volume degli affari mondiali”.

IL LATO OSCURO DELLE SMART CITIES

Cifre importanti che, secondo il Garante Privacy, rappresentano tuttavia solo una parte del problema. “Se prive di regole, le nuove tecnologie possono alimentare un regime della sorveglianza tale da rendere l’uomo una non-persona, l’individuo da addestrare o classificare, normalizzare o escludere”. L’esempio di questa innovazione dove l’uso di tecnologie incide anche sulla tutela dei dati personali e quindi anche sulla democrazia si può riassumere per Soro in quelle esperienze battezzate con la denominazione di “Smart cities” con “innovazioni che assicurano un sensibile miglioramento della vita individuale e collettiva, pure al prezzo di una mappatura massiva di comportamenti e abitudini dei cittadini, secondo l’ambiguità propria di ogni tecnica, che da un lato amplifica la libertà, dall’altro la limita, se non governata in funzione di tutela della persona”. “Conosciamo, per il suo rilievo, l’esperienza statunitense.

PRO E CONTRO

Sono invece meno note, ma non meno significative, altre realtà sulle quali oggi vorremmo riflettere. “Si pensi all’Estonia, – ha sottolineato Soro – che oltre a vantare città tra le più ‘intelligenti’ ed efficienti del pianeta e ad aver introdotto da tempo diffusi sistemi di e-voting, ha espressamente riconosciuto l’accesso a internet come diritto fondamentale. E tuttavia, a fronte della forte promozione delle tecnologie digitali, l’Estonia ha anche introdotto importanti limitazioni alla privacy dei cittadini”.

“Così Singapore, da un lato, con il progetto ‘Smart Nation’ ha sperimentato droni-postino e taxi a guida autonoma, dall’altro ha legittimato, tra le deroghe ampie alla disciplina di protezione dati che pure ha introdotto, un incisivo controllo pubblico sulle persone, basato persino sul monitoraggio, con tecniche di sentiment analysis, dei post pubblicati sui social”. C’è, infine, ha spiegato il Garante Privacy, il modello cinese, caratterizzato da soluzioni avveniristiche e dall’investimento nelle tecnologie digitali delle sue grandi risorse umane e finanziarie, ma anche da aspetti come il riconoscimento facciale e “la ‘vita a punti’, qualcosa di più e di diverso dalla mera digitalizzazione dell’azione pubblica”, che “sembra indicare la via di un nuovo totalitarismo digitale, fondato sull’uso della tecnologia per un controllo ubiquitario sul cittadino, nel nome di una malintesa idea di sicurezza”.

ADATTARSI AL CAMBIAMENTO

Una sicurezza, in particolare una cyber security, che secondo il vice direttore generale del Dis con delega proprio alla sicurezza informatica, Roberto Baldoni, “non è un obiettivo perché dobbiamo continuamente adattarci al cambiamento delle tecnologie e delle minacce”. La minaccia cyber – ha aggiunto Baldoni – è “endemica” e interessa soprattutto quei settori che hanno subito una massiccia digitalizzazione come ad esempio la Sanità e l’agroalimentare. L’attuazione della Direttiva Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi da sola non basta per garantire una difesa adeguata a una minaccia che è globale.

DIGITALIZZAZIONE E DEMOCRAZIA

E affrontare questi rischi è tanto più urgente quanto più questi toccano gangli vitali delle nazioni e, talvolta, le loro stesse essenze democratiche. “La digitalizzazione”, ha detto a questo proposito nel suo intervento il giudice costituzionale Giuliano Amato, “ha favorito enormemente processi di creazione di sovranità limitata per alcuni Paesi. Situazioni che erano presenti in forme diverse anche in passato, ma con successo di penetrazione molto più basso. E questo pone di problemi inquietanti, perché non ci è ancora chiaro come potremo risolverli, ma non c’è dubbio che c’è chi ha interferito” ad esempio” con le elezioni negli Stati Uniti e ha attentato così a ciò che nei nostri ordinamenti è rimasto sovrano, al di là dello Stato: il singolo cittadino e la sua volontà”.

UNA RIVOLUZIONE DI DATI

Questi cambiamenti non potranno comunque essere affrontati senza il decisivo intervento della politica, chiamata a dare un corretto indirizzo ai tanti cambiamenti in atto. “Siamo di fronte”, ha detto il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno nell’intervento conclusivo, “a una rivoluzione di dati: il 90% di questi ultimi, immagazzinati nei sistemi, è stato prodotto negli ultimi due anni. E nei prossimi 5 anni, secondo le previsioni che sono state fatte, ci saranno un miliardo di nuovi utenti e 50 miliardi di nuovi dispositivi”. Tuttavia, “non c’è adeguata consapevolezza dell’importanza e della ricchezza che possono dare i dati”. Per questo, ha rimarcato il ministro, servirebbe agire su più fronti: “aumentare la cultura sul digitale”, a partire dalla PA, “dove gira ancora troppa carta: la rivoluzione digitale non potrà essere completata in poco tempo ma è necessario accelerare la formazione ad hoc”. “Un esempio? Chi ha chiesto la carta di identità digitale a Roma l’avrà dopo 4 mesi, in altri comuni invece subito”, ha spiegato Bongiorno. “Il prodotto elettronico è uguale ma non si può pensare di digitalizzare certi processi se prima non si semplificano le procedure e non si forma in modo adeguato il personale”.

ultima modifica: 2019-01-29T08:40:37+00:00 da Federica De Vincentis

 

 

 

 

 

 

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