I vertici delle commissioni elettorali libiche confermano: ultimato il 90% dei preparativi, ora manca solo la liquidità necessaria. Dunque l'accelerazione è possibile, ma vanno valutati due elementi. Le mire esterne sui pozzi e la strategia legata a Noc

Il referendum in Libia è più vicino? Ufficialmente ecco arrivare le rassicurazioni delle commissioni elettorali: i preparativi logistici e burocratici sono quasi ultimati, passaggio niente affatto secondario nel paese ancora alle prese con le conseguenze della rivoluzione del 2011, dove players primari (per dirne una) non hanno ancora una presenza diplomatica fissa.

Dunque un’accelerazione che sia anticamera ad elezioni regolari è possibile, ma vanno valutati due elementi: le mire esterne sui pozzi e la strategia complessiva legata a Noc.

REFERENDUM

Il presidente della Commissione elettorale nazionale (Hnec), Emad Al-Sayeh, si è incontrato a Tobruk con il presidente della Camera dei rappresentanti (HoR) Aqilah Saleh e ha discusso i preparativi per il referendum sulla costituzione. Il 90% del lavoro preliminare è completato, dicono, ora si attende fornitura del denaro da parte del Consiglio presidenziale per finalizzare il progetto e portarlo così al pubblico.

La data immaginata un mese fa è ancora quella del febbraio 2019, ma con il doppio elemento propedeutico dei 30 milioni di dollari necessari e di un ombrello internazionale che ne garantisca la regolarità. Solo a quel punto potrebbe essere più vicina una primordiale stabilizzazione istituzionale che conduca ad elezioni. La commissione elettorale guidata da Imed al-Sayeh è considerata una delle poche istituzioni indipendenti nel paese, per questa ragione la sua presa di posizione sul tema è sinonimo di una volontà attuativa precisa.

QUADRO

Ma i punti uniti da questa nuova strategia politica e amministrativa potrebbero essere stravolti dalle variabili legate al petrolio e al terrorismo che in Libia rappresentano una costante. E’stato spiccato dal procuratore generale un mandato di cattura per Abdulhakim Belhaj, politico e terrorista islamista, già vicino al leader della milizia Ibrahim Jahdran.

E’accusato di aver partecipato al massacro di 141 tra soldati e civili fedeli al generale Khalifa Haftar nella base aerea di Tamenhint attaccata nel 2017 nell’ambito di una mobilitazione che bloccò alcuni dei più grandi terminal di esportazione di petrolio della Libia. Lo stesso Belhaj è presente nella lista dei sanzionati da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto nel 2017.

BELHAJ

Si tratta di un ex comandante del gruppo combattente islamico libico (Lifg), una fazione islamista legata alla Fratellanza musulmana che in passato ha tentato più volte di sabotare Gheddafi. In passato da Londra erano anche giunte le scuse a Belhaj e a sua moglie circa il loro presunto coinvolgimento nel 2004 in un affare tra ufficiali dei servizi segreti statunitensi, thailandesi e libici.

Come noto, Jahdran e i suoi adepti hanno mantenuto il controllo sulla mezzaluna petrolifera centrale della Libia dal 2013 fino al 2016. E’ il sito da cui la Libia coglie i maggiori frutti economici della sua produzione complessiva, quantificata in circa 1,1 milioni di barili al giorno. Per questa ragione i miliziani di Jahdran sono stati allontanati dall’esercito fedele ad Haftar (Lna), e in seguito hanno organizzato un attacco alla stessa area.

AFFARI

Il nodo è anche relativo alla disponibilità di armi nel paese. Ieri le autorità libiche hanno annunciato il sequesto di una partita di armi turche giunte al porto di Misurata: è questa un’altra violazione da parte di Ankara della risoluzione Onu che ne vieta la vendita. Secondo quanto annunciato dagli uffici doganali, la partita conteneva pistole stipate all’interno di un container, nascoste tra giocattoli per bambini e articoli per la casa.

Sempre a Misurata sono state sequestrate otto tonnellate di hashish all’interno di due container in 260 sacchi. Solo tre mesi fa le autorità di Misurata avevano sequestrato milioni di pillole provenienti dalla Turchia, la più grande spedizione sequestrata in Libia.

SCENARI

Sono in molti a sostenere la tesi che, proprio al fine di sconfiggere il malaffare e la disoccupazione, la strada dell’implementazione della produzione petrolifera sia l’unica possibile. Uno schema illustrato dal presidente della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, che ha centrato il prossimo obiettivo: 2,1 milioni di barili di petrolio greggio entro il 2021, il doppio dei dati attuali, attualmente fermi a 953.000 barili al giorno.

Numeri che vanno tarati sull’ultimo blocco del giacimento di Sharara, che ha tagliato più di 300.000 barili al giorno rispetto alla media giornaliera. Tra l’altro proprio Sharara deve ancora riprendere il suo trend consueto di produzione, inficiato dalle precarie condizioni di sicurezza per i propri lavoratori dopo le richieste di tangenti delle milizie per togliere il blocco al giacimento.

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