Pare ormai certo che ci sia poco della mano di Leonardo da Vinci nel quadro acquistato il 15 novembre 2017 a New York, alla cifra record di 450,3 milioni di dollari durante un’asta di Christie’s e destinato al Louvre di Abu Dhabi

La questione è degna della penna di Dan Brown. Il mistero della paternità del quadro, su cui si scontrano le perizie più autorevoli e archivi coronati, l’eccellenza dell’artista, maestro del Rinascimento italiano, la cifra record raggiunta dalla vendita, il ruolo di mediazione di un misterioso quanto potente principe saudita, che avrebbe agito per conto di Abu Dhabi, senza contare le reticenze e gli intuibili imbarazzi del museo forse più prestigioso al mondo, il Louvre di Parigi con la sua nuova filiazione emiratina. Insomma, gli ingredienti ci sono tutti e in tale abbondanza che la trama potrebbe apparire addirittura barocca, se non fosse per la bellezza magnetica del Salvator Mundi, enigmatico Cristo che leva le tre dita della mano destra nell’atto benedicente, mentre con la sinistra sorregge allusivo un globo di vetro.

Certo è che del Salvator Mundi qui nell’isola di Saadiyat non c’è neanche l’ombra (a meno di setacciare i caveau del museo) e tanto meno appare all’orizzonte. Il Louvre di Abu Dhabi anticipa per il prossimo anno una mostra sui tesori archeologici disseminati sulle antiche strade d’Arabia, ma nulla che riguardi Leonardo (vero o presunto). Eppure proprio nell’autunno 2019 si celebreranno i 500 anni dalla morte del genio italico e la Francia pare decisa a non perdere il treno del tornaconto economico, preannunciando con anticipo di circa un anno, un ricco calendario d’iniziative. In attesa di sapere cosa abbia in serbo l’Italia (che comunque a Leonardo ha dato i natali), sappiamo che il Cristo benedicente doveva essere il pezzo forte della proposta franco-emiratina. Ma si badi bene, doveva, per l’appunto.

Procediamo per gradi, perché i dubbi sono tanti. Pare ormai certo che ci sia poco della mano di Leonardo da Vinci nel quadro acquistato il 15 novembre 2017 a New York, alla cifra record di 450,3 milioni di dollari durante un’asta di Christie’s e destinato al Louvre di Abu Dhabi. La supposizione, rilanciata nei mesi scorsi anche dalla stampa italiana, è che nel secondo periodo milanese Leonardo possa aver parzialmente dipinto una tavola per Luigi XII ispirata al tema del Salvator Mundi, tema frequente nella pittura del XVI secolo. Ma la tela sarebbe quella menzionata dagli archivi storici della Corona britannica e arrivata a Londra a seguito delle nozze tra Enrichetta di Borbone e Carlo I arrivata a Londra? Desmond Shawe-Taylor, perito delle Queen’s Pictures alla Royal Collection, ha confessato sul Sunday Times i propri dubbi: “Ci sono diversi riferimenti negli archivi dell’epoca di Carlo I e Carlo II a un Leonardo che potrebbe essere il ‘Salvator Mundi’, ma non è chiaro se si tratti dell’opera recentemente venduta da Christie’s, di quella ora attribuita al Giampietrino del Puškin (il celebre museo di Mosca, ndr) o di un’altra ancora”. L’autore sarebbe, invece, Bernardino Luini, discepolo del maestro del Rinascimento, come suggerito da Matthew Landrus, ricercatore presso il Wolfson College di Oxford e tra i massimi studiosi di Leonardo?

Quanto al misterioso personaggio dotato di un portafoglio tale da permettersi la cifra ad oggi record per un’opera d’arte, gli interrogativi si sono rincorsi per settimane. Ma ormai non vi sarebbero più dubbi. Il New York Times per primo l’ha identificato con Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, principe saudita, legato alla famiglia reale. Sarebbe proprio Bader, ricchissimo trentenne, compagno di studi universitari e oggi tra i fidati consiglieri di Mohammed Bin Salman (il celeberrimo Mbs, principe ereditario saudita e uomo forte del Paese, vicino al potente principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan), ad aver lasciato un deposito cauzionale di 100 milioni di dollari a New York. Si tratterebbe, quindi, di un acquisto eseguito per procura a vantaggio degli alleati emiratini e per conto dell’erede saudita, rimasto prudentemente nell’ombra.

Infine, i fatti. Nel giugno scorso l’annuncio sul profilo Instagram del museo: dal 18 settembre sarebbe stato possibile ammirare l’opera al sole di Abu Dhabi. Poi, poco prima dell’atteso appuntamento, il 3 settembre, un nuovo annuncio shock: il Dipartimento per la Cultura e il Turismo dell’Emirato dichiara di aver “posticipato” a data da determinarsi la sua presentazione al Louvre Abu Dhabi. Certo è che nell’arco di un anno, la vicenda sembra essersi trasformata in un terribile autogol: se sino ad allora tutto pareva procedere in linea ad una sapientissima strategia mediatica e di marketing tesa ad amplificare l’attesa in vista dell’esposizione, nei mesi successivi troppe autorevoli fonti avevano irrimediabilmente screditato la paternità leonardesca, mentre le più autorevoli testate internazionali, di settore e non (e anche questo fa parte della storia), ne avevano tratto gustosi titoli di stampa.

Quanto la vicenda possa costituire motivo d’imbarazzo per Parigi è possibile intuirlo anche solo dai silenzi siderali. In base all’accordo stipulato, il museo di Abu Dhabi (opera dell’architetto Jean Nouvel, inaugurato da Macron dopo dieci anni di difficile gestazione) potrà utilizzare il nome Louvre per 30 anni e 6 mesi, accedere a prestiti, consulenze, esperienza e sostegno all’organizzazione di eventi in cambio di ingenti investimenti economici. Secondo un perfetto piano win-win, anticipato dalla stampa, alla Gioconda di Parigi, quindi, avrebbe dovuto fare da pendant il Salvator Mundi di Abu Dhabi: un filo rosso che si dipana da Ovest a Est, nel nome di uno dei massimi maestri del mondo occidentale, Leonardo da Vinci, e di un’icona della cristianità, il Cristo benedicente. Senza dubbio una mirabile operazione culturale (anche in senso lato) e di comunicazione tout-court, in linea con le intenzioni sempre più esplicitate nel Golfo persico: usare anche l’arte visiva (oltre che permettere alle donne saudite di mettersi al volante e, presto, di andare allo stadio), come metafora di modernizzazione.

Resta da sapere quale passaggio della complessa trasmissione meccanica si sia inceppato, anche se ormai non vi sarebbero più dubbi sull’opportunità iniziale dell’acquisto. Quella della tela di Leonardo, infatti, è una delle storie più rocambolesche e sulfuree del mondo dell’arte dell’ultimo secolo. Sulla vicenda è stato detto e scritto di tutto, dal restauro ai limiti del lifting ai prezzi elevati al quadrato in pochi decenni, a partire dalle 45 sterline sborsate nel 1958 da Sir Francis Cook per la “crosta”, tavola di legno, copia da Boltraffio, fino ai 127 milioni di dollari spesi nel 2013 dall’oligarca russo Dmitry Rybolovlev. Che poi però se ne è pentito e ha intentato causa contro il mediatore, l’imprenditore svizzero Yves Bouvier, presidente della Natural Le Coultre, società svizzera che si occupa di trasporto e conservazione di opere d’arte, accusandolo di frode.

In un mondo in cui appare ormai difficile il confine tra ciò che costa perché vale o vale perché costa, in cui il fake è in grado di garantire suggestioni e proventi maggiori dell’originale, restano significative le parole Hito Steyerl, teorica e artista che, secondo la rivista inglese Art Review, è la donna più influente del mondo nel settore. I suoi testi e le sue riflessioni tratteggiano una mappa impietosa della geopolitica artistica. Roba buona per chi vuole divertirsi a vedere oltre ai musei e alle opere esposte. “Ai regimi l’arte deve saper dire no. Ormai se vedo il Salvator Mundi di Leonardo, non posso non pensare a Jamal Khashoggi“. ha detto Steyerl in una recente intervista alla stampa italiana. Una condanna durissima verso archistar che flirtano con dittatori, mastodonti museali che si fanno porti franchi per la circolazione di capitali miliardari. Intanto sui social la nuova onda d’urto dei difensori dei diritti umani coinvolge il Golfo, in vista della super partita Juve-Milan in programma a Jeddah, in Arabia Saudita, il prossimo 16 gennaio. Ci saranno spalti ad accesso misto ed altri per sole donne. Mentre Salvini condanna la scelta di disputare il match in un paese che non rispetta la parità di genere, il presidente della Lega di Serie A Miccichè tenta di smarcarsi dalla politica: “La nostra Supercoppa sarà ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo”. Insomma anche la geopolitica del calcio, come quella l’arte, ha le sue regole, e forse neanche troppo diverse. Ma al netto di ogni ipocrisia, resta difficile negare che piccoli passi in avanti si compiano anche su questi terreni.

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