Perché la strada di Elizabeth Warren alla Casa Bianca è irta di ostacoli

Perché la strada di Elizabeth Warren alla Casa Bianca è irta di ostacoli
Già nel 2016 il suo nome era annoverato tra i papabili candidati dem, tanto alla nomination quanto alla vicepresidenza. In entrambi i casi non se ne fece nulla. Perché alla fine il rischio è proprio questo: che la senatrice si riveli una specie di eterna promessa

Elizabeth Warren ha annunciato ieri la propria candidatura alla nomination democratica del 2020. La notizia, del resto, era nell’aria. Lo scorso dicembre, la senatrice del Massachusetts aveva infatti dichiarato l’intenzione di creare un comitato esplorativo, con l’obiettivo di vagliare la possibilità di una discesa in campo. Alla fine, ha sciolto le riserve: nel corso di un intervento tenuto a Lawrence (nel suo Massachusetts) Warren ha dichiarato: “Siamo qui per continuare una lotta iniziata tanto tempo fa. Siamo qui per disfarci di un sistema corrotto e iniquo, siamo qui per costruire un’America dove i sogni siano possibili e che funzioni per tutti: per questo annuncio la mia candidatura alla Casa Bianca”.

Con la sua discesa in campo, la senatrice punta evidentemente a rappresentare la sinistra del Partito Democratico: una compagine inquieta che sta cercando disperatamente da tempo un leader che possa condurla alla Casa Bianca. Uno schieramento abbastanza caotico, che svariati esponenti dem si stanno candidando a guidare: dalla senatrice californiana Kamala Harris al senatore del Vermont Bernie Sanders. E proprio la discesa in campo di Sanders è attesa nelle prossime settimane: una eventualità che – qualora si concretizzasse – rischierebbe di spaccare ulteriormente un fronte già diviso e non poco litigioso.

In questo quadro complicato, Elizabeth Warren cercherà di puntare tutto sulle sue storiche battaglie. Da sempre, la senatrice risulta infatti in prima linea nella lotta contro lo strapotere di Wall Street: dalla crisi del 2008, è non a caso stata una delle principali critiche della finanza americana, occupandosi – tra l’altro – in Senato dell’applicazione del Dodd-Franck Act. In questo senso, il suo programma elettorale viene oggi a basarsi su alcuni punti ben precisi: innanzitutto troviamo una ferrea opposizione alla riforma fiscale repubblicana del 2017 (da lei considerata come un ingiusto favore ai ricchi): del resto, svariati sondaggi mostrano come – con ogni probabilità – l’aumento della tassazione sulle classi abbienti sia destinato a diventare un leitmotiv delle prossime primarie democratiche. In secondo luogo, la senatrice del Massachusetts promette battaglia anche sul commercio internazionale: un elemento che mostra una parziale (e solo apparentemente paradossale) convergenza con il protezionismo economico, avanzato da Donald Trump. Aperti dissidi con il presidente americano compaiono invece sulla questione dell’immigrazione clandestina: la senatrice non ha mai granché apprezzato la linea dura del magnate newyorchese in materia. Stesso discorso vale per le tematiche eticamente sensibili (dall’aborto alle unioni omosessuali).

Insomma, un programma deciso e particolarmente vicino alle istanze della sinistra democratica. Un programma che, forse, in astratto potrebbe anche funzionare ma che rischia tuttavia di scontrarsi con alcune incognite decisamente concrete. Che Elizabeth Warren abbia infatti reali capacità di emergere dalle primarie democratiche è ancora tutto da dimostrare. Già nel 2016, il suo nome era annoverato tra i papabili candidati, tanto alla nomination quanto alla vicepresidenza. In entrambi i casi non se ne fece nulla. Perché alla fine il rischio è proprio questo: che la senatrice si riveli, cioè, una specie di eterna promessa della politica americana. Un’intellettuale preparata e agguerrita che tuttavia non è ancora chiaro se disponga di quelle doti organizzative necessarie per portare vittoriosamente avanti una campagna elettorale di questo genere. Una campagna elettorale che – oltre agli alti princìpi e ai massimi sistemi – richiede machiavellismo, pragmatismo e capillare organizzazione. Tutti elementi in cui Bernie Sanders nel 2016 si dimostrò eccellente.

Ma i problemi non si fermano qui. Se vorrà essere realmente competitiva, la senatrice dovrà infatti innanzitutto proporre un messaggio politicamente trasversale, che vada al di là dell’autoreferenzialità settaria incarnata oggi da troppi esponenti delle galassie liberal. In secondo luogo, bisogna stare attenti a dar per scontato l’appoggio dell’intera sinistra dem: quella sinistra che potrebbe non averle ancora perdonato l’endorsement da lei dato all’odiata Hillary Clinton nel 2016. Infine, non bisogna dimenticare che la senatrice abbia delle difficoltà con le minoranze etniche (un problema che caratterizzò anche la campagna di Sanders due anni fa): un elemento che – se non verrà tempestivamente affrontato – potrebbe seriamente azzopparla nella sua corsa presidenziale.

Elizabeth Warren, insomma, scende in campo con passione ed energia. Ma la strada verso la Casa Bianca è irta di ostacoli.

ultima modifica: 2019-02-10T09:50:40+00:00 da Stefano Graziosi

 

 

 

 

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