Antonio Caponetto è da pochi mesi al vertice dell'Agenzia che si occupa dei progetti Ue. A Formiche.net spiega l'avvio della sua rivoluzione: il nodo è l'esecuzione delle opere, ma soprattutto la loro messa in funzione

“Abbiamo speso il 99,5 per cento dei fondi europei per i Programmi operativi nazionali e regionali cofinanziati dalla Ue”. Antonio Caponetto, è il direttore generale dell’Agenzia per la coesione territoriale, la struttura vigilata direttamente dalla Presidenza del Consiglio che ha l’obiettivo di sostenere, promuovere ed accompagnare programmi e progetti avvalendosi anche delle risorse stanziate dall’Unione Europea. Essa vigila sull’attuazione delle politiche di coesione e svolge un ruolo importante in ordine al monitoraggio per il rafforzamento della loro efficacia. Mentre tiene banco da mesi la questione della Tav, con la possibilità di perdere una quota dei fondi, il direttore dell’Agenzia tiene a precisare che il quadro complessivo è invece incoraggiante: “Nel 2018 sono state impiegate la stragrande maggioranza delle risorse destinate alla coesione stanziate da Bruxelles”.

Direttore, le statistiche le danno ragione, ma in molti casi deve riconoscere che questi fondi li spendiamo con eccessivo ritardo.

In alcune circostanze è vero, ma alla fine riusciamo a spendere quasi tutto. Nella maggior parte dei casi si tratta semplicemente di questioni tecniche che hanno a che fare con le modalità di rendicontazione della spesa. Noi possiamo dire di aver speso i fondi solo dopo che ogni spesa è stata certificata. Faccio un esempio: nel 2018, ad ottobre, la spesa si attestava al 40 per cento delle risorse da spendere entro il 31 dicembre 2018, ma a fine anno siamo arrivati al 99,5%. Questo traguardo è stato raggiunto non perché i fondi siano stati effettivamente spesi solo negli ultimi mesi dell’anno, ma perché in tale periodo sono state ultimate le procedure di rendicontazione delle spese, che, come è noto, sono successive all’espletamento delle verifiche necessarie e dei lunghi passaggi burocratici imposti dalle leggi italiane ed europee.

Insomma, solo burocrazia?

Nell’Unione Europea si riscontra un maggiore tracciamento delle procedure che comporta una maggiore formalizzazione dei passaggi, rispetto a quanto previsto dalla normativa nazionale.
In molti casi la spesa è stata sostenuta, ma non emerge a causa della lunghezza dei tempi di rendicontazione e di verifica preliminare. La spesa delle risorse comunitarie viene effettuata all’interno di un ciclo di programmazione settennale. Gli obiettivi di spesa sono verificati annualmente. Se non sono raggiunti le risorse si perdono. L’attuale ciclo programmatorio è iniziato nel 2014 e si concluderà nel 2020, ma il termine ultimo per dimostrare di aver speso tutto è la fine del 2023. Voglio sottolineare che questo sistema è quello più monitorato e trasparente di tutti. Viene data ampia pubblicità e ci sono momenti di controllo periodico molto stringenti. Per questo, il ritardo nella attuazione degli investimenti finanziati dai fondi europei è immediatamente evidente e attira giuste critiche. Ma tengo a dire che nonostante gli allarmi che spesso sono sollevati e le indiscutibili difficoltà di realizzazione, l’Italia non ha mai registrato alcuna perdita significativa di risorse europee, in questo (che è in corso) come in tutti i periodi di programmazione precedenti.

Tante volte per rispettare i patti siete però costretti a delle macchinazioni contabili. In questi anni si sono utilizzati anche alcuni espedienti per non perdere i finanziamenti europei.

Nessuna macchinazione, sono semplicemente degli accorgimenti leciti per raggiungere gli obiettivi di spesa. Uno di questi è stato, a novembre dell’anno scorso, ridurre la parte del finanziamento nazionale. Tale operazione si è resa possibile in quanto l’Italia ha sempre fissato il tasso di cofinanziamento nazionale a un livello superiore al minimo richiesto dall’Ue. Le risorse nazionali che sono state scomputate dai programmi europei, pari a 944 milioni di euro, confluiscono in una programmazione “complementare” che, svincolata dalle rigide regole comunitarie, rispettando l’attribuzione ai territori, contribuisce ad alimentare la politica di coesione, senza quindi alcuna riduzione effettiva del livello complessivo degli investimenti.

Avviene lo stesso per i cosiddetti “progetti sponda”?

I progetti sponda non sono altro che progetti coerenti con le finalità della programmazione comunitaria, già realizzati o in fase di realizzazione. Non sono come spesso si sottintende un “fallimento di programmazione” perché ciò che conta è il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo e perché il principio della rendicontazione su cui si basano i fondi europei, permette comunque di riutilizzare le risorse che vengono rimborsate.

Quando si parla di fondi europei si citano molti casi di frodi comunitarie.

Prima di tutto si deve distinguere tra semplici “irregolarità” e le frodi, che hanno rilevanza penale e sono fatte con intenzione. Le statistiche a volte mescolano i due casi. E poi è necessario distinguere tra frode accertata e frode sospetta, irregolarità e semplici segnalazioni. I dati delle frodi comunitarie sono difficilmente comparabili tra Stati membri, per le diverse modalità e intensità dei controlli, e per la diversa quantità di risorse gestite.
In Italia la segnalazione di sospetta irregolarità o frode è molto anticipata rispetto all’effettivo accertamento. I dati in nostro possesso peraltro mostrano un trend in discesa.

Fin qui abbiamo parlato soltanto della spesa. Lei dimostra con i fatti che i finanziamenti europei riescono effettivamente ad essere stanziati, impiegati quasi nella loro totalità. Il problema è che tante opere pagate poi non vengono messe in funzione causando rabbia e sfiducia nei cittadini. Come si risolve?

Ho detto prima che il sistema è molto monitorato. Ma ci si concentra sui dati finanziari. Oggettivamente, minore è l’attenzione ai risultati. Spesso viene trascurato il fatto che un’opera completata debba essere data immediatamente in gestione per essere utilizzata. Oppure ci si concentra sugli aspetti tecnici trascurando il contesto. Ad esempio, in Puglia fu realizzato anni fa un invaso idrico per un sistema di irrigazione. I lavori si erano conclusi nei tempi previsti, nel rispetto perfetto del budget, un lavoro da manuale, ma l’opera non poteva essere messa in funzione perché l’acqua non vi arrivava, perché c’erano contrasti amministrativi tra ente che doveva mandarla e ente che doveva utilizzarla. Voglio investire di più sulla valutazione dei risultati, per essere certi che la spesa fatta si traduca effettivamente in un servizio migliore per i cittadini.

Cosa intende per investire di più?

Sto avviando una riorganizzazione completa dell’Agenzia. Voglio, infatti, che l’Agenzia sia anzitutto di supporto alle amministrazioni territoriali e nazionali nell’utilizzo delle risorse, e che poi punti a valutare il completamento e la messa in funzione delle opere per fornire risposte concrete alle esigenze dei cittadini.
La nuova filosofia consiste nel vigilare perché la fase della progettazione sia rapidamente seguita dalla esecuzione dei lavori e che si verifichi che un’opera dopo essere stata costruita venga resa fruibile per tutta la comunità.
L’Agenzia deve anche aumentare la propria accountability, deve rendere conto di ciò che fa e dei risultati e, poiché gestisce direttamente non poche risorse, aumenterò la trasparenza e rafforzerò il sistema di controllo interno.

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