Si punta a vendere in Egitto più dei 15 miliardi di dollari concordati lo scorso anno. Regista dell'operazione è la Delek Drilling LP, l'azionista di maggioranza nel bacino del Leviatano, anche per questo Netanyahu non vuole, per nulla al mondo, perdere le elezioni politiche per cui Trump si sta spendendo in prima persona

“Il potenziale nel mercato egiziano è infinito”. Sono la parole con cui Yossi Abu, Ceo di Delek Drilling LP l’azionista di maggioranza nel bacino del Leviatano, ha concluso l’incontro con i vertici del governo egiziano. Soprattutto da questa consapevolezza passa la nuova strategia di Israele per esportare più gas, con l’obiettivo ormai non più celato di vendere in Egitto ben più dei 15 miliardi di dollari concordati lo scorso anno. Un dossier, quello energetico, che si intreccia alle imminenti elezioni politiche in Israele.

QUI TEL AVIV

“Nei prossimi mesi chiariremo molti punti interrogativi, una volta che avremo iniziato a far fluire il gas attraverso il gasdotto Emg”. Più che una semplice considerazione, quella di Abu è una certezza sbandierata ai quattro venti, ovvero anche a quei players come la Turchia che si sono intestarditi nel voler essere protagonisti del dossier energetico nel Mediterraneo orientale. Le aziende che sono al lavoro per sviluppare il progetto hanno quasi ultimato le operazioni legate alla prima fase del progetto Leviathan, consentendo il flusso di gas in Egitto, Giordania e Israele. Un canale per aumentare le vendite potrebbe essere attraverso gli impianti di Gnl nelle località di Idku e Damietta lungo la costa mediterranea. L’obiettivo è portare il suddetto flusso a oltre 3 miliardi di dollari in obbligazioni entro il prossimo anno. Per fare ciò ecco all’orizzonte la possibilità che Delek acquisti un terminale di gas naturale liquefatto sulla costa settentrionale egiziana.

QUI CAIRO

Un altro tassello, questo, che va a rafforzare il tandem israelo-egiziano, a seguito della trasformazione delle strategie energetiche nel Mediterraneo. Dopo il 2009, anno di scoperta del giacimento Tamar sulla costa di Israele, sono mutate le condizioni e quindi le partnership. Non va dimenticato che Exxon e Qatar Gas hanno scoperto un altro gigantesco giacimento di gas al largo della costa di Cipro e anche l’Italia con Zohr e Noor è diventato un player primario a quelle latitudini. Solo per avere un’idea complessiva della portata dell’affare, è sufficiente pensare al dato potenziale del Mediterraneo: il mare nostrum contiene circa 2.100 miliardi di metri cubi di gas, mentre il consumo Ue nel 2017 è stato di 410 miliardi di metri cubi. Significa che i margini di strutturazione organica delle nuove risorse sono davvero robusti.

ALLEANZE & FRIZIONI

In questo contesto si inseriscono le alleanze accanto alle frizioni politiche, che rappresentano un elemento di cui tener conto. La partnership ormai solida tra Israele, Cipro, Grecia ed Egitto, con la presenza del Segretario di Stato Usa Mike Pompeo all’ultimo vertice di Gerusalemme, cammina ormai sulle proprie gambe (ma sempre sotto l’ombrello protettivo di Washington). Il punto di domanda verte semmai sulle interferenze turche nei confronti del gasdotto EastMed e dei giacimenti nella Zona economica escusiva di Cipro dove sono già in azione i players che si sono aggiudicati le esplorazioni nei singoli blocchi. Washington ha, in diverse occasioni, messo in guardia la Turchia dal destabilizzare ulteriormente la regione e dai preoccupanti lavori di esplorazione. Gli Stati Uniti sono favorevoli al gasdotto EastMed in quanto fornirebbe una fonte di energia alternativa all’Ue, dove il gigante russo Gazprom domina il mercato. Ciò indebolirebbe l’influenza di Mosca in paesi con alti livelli di dipendenza come l’Europa orientale.

La spinta israeliana sul gasdotto Eastmed prima di tutto è economica, con i possibili introiti già citati e in secundis è di matrice geopolitica. Tel Aviv infatti è consapevole di poter incassare forti dividendi politici dal nuovo vettore, perché di fatto crea un collegamento fisico con l’Europa continentale: è la ragione per cui guida il nuovo quadrumvirato del gas con Egitto, Cipro e Grecia anche al fine di cambiare volto alla leadership mediterranea.

ISRAELE AL VOTO

Le elezioni politiche si pongono nel mezzo di questa parabola: l’ultimo sondaggio relativo al Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, rivela che c’è un balzo in avanti rispetto alla scorsa settimana, quando era stata diffusa un’altra rilevazione questa volta da parte di Smith Research. I 650 intervistati hanno risposto che a oggi il Likud avrebbe 29 seggi. Staccati gli altri partiti, con otto seggi per Labour, sette ciascuno per Hadash-Ta’al e la New Right, sei ciascuno per l’Unione dei partiti di destra, United Torah Judasim e Shas, cinque per Meretz e quattro ciascuno per Yisrael Beytenu, Zehut, Kulanu e la lista araba Balad. Un altro sondaggio, relativo alla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere ufficialmente la sovranità di Israele sulle alture del Golan, dice che rafforzerebbe la posizione del premier Netanyahu nelle prossime elezioni. Infatti il 74% degli elettori destra, il 54% di quelli di centro e il 59% di quelli di sinistra ritengono che questo annuncio è a vantaggio del primo ministro uscente.

Intanto hanno cominciato a votare i primi 1700 funzionari del governo israeliano che lavorano fuori nazione e che possono già votare in Canada e negli Stati Uniti. Saranno aperti in totale 96 seggi elettorali in 77 paesi con oltre 5.000 aventi diritto. Solo quando i seggi elettorali in Israele saranno chiusi, verranno aperte le urne di questi elettori “lontani”.

twitter@FDepalo

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