Un giudice (nominato da Obama) blocca il muro di Trump

Un giudice (nominato da Obama) blocca il muro di Trump
Secondo il giudice federale Gilliam, la strategia finora utilizzata dal presidente Usa sarebbe incostituzionale. In realtà la presidenza finora si è mossa secondo il National Emergencies Act del 1976 e una sentenza della Corte Suprema del 1983. Il dibattito è acceso

Il muro al confine con il Messico ritorna al centro del dibattito politico americano. Ieri, il giudice federale, Haywood Gilliam, ha emesso un’ingiunzione preliminare che blocca i finanziamenti previsti per la sua realizzazione da parte del Pentagono. Non solo. Il giudice – nominato da Barack Obama nel 2014 – ha formalmente vietato la costruzione del muro in determinate aree.

L’ACCUSA DEL GIUDICE

Secondo il togato, la Casa Bianca avrebbe violato il principio costituzionale della separazione dei poteri, recando in questo modo un “danno irreparabile”. Non a caso, il Tribunale ha scritto: “Poiché la Corte ha scoperto che i ricorrenti possono dimostrare che le azioni degli imputati hanno superato la loro autorità statutaria, e che un danno irreparabile deriverà da tali azioni, un’ingiunzione preliminare deve essere emessa in attesa di una risoluzione del merito del caso”. Gilliam ha così proseguito: “La tesi secondo cui, quando il Congresso declina la richiesta dell’esecutivo di stanziare fondi adeguati, l’Esecutivo possa tuttavia trovare semplicemente un modo per spendere quei fondi ‘senza il Congresso’ non è in linea con i principi fondamentali della separazione dei poteri che risalgono ai primi giorni della nostra Repubblica”.

CHI È A FAVORE DELLA DECISIONE

La decisione ha ovviamente raccolto il plauso delle associazioni contrarie al muro di Trump. In particolare, Dror Ladin, avvocato dell’American Civil Liberties Union, ha dichiarato: “Questo ordine è una vittoria per il nostro sistema di pesi e contrappesi, per lo stato di diritto e per le comunità di confine. Il tribunale ha bloccato tutti i progetti di muro attualmente previsti per la costruzione immediata. Se l’amministrazione inizia a stornare illegalmente fondi militari aggiuntivi, saremo in tribunale per bloccare anche questo”.

L’ANTEFATTO

Insomma, il muro al confine con il Messico torna al centro del dibattito statunitense. Lo scorso febbraio, il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato un’emergenza nazionale per sbloccare i fondi necessari alla sua realizzazione. Il Congresso aveva cercato di bloccare la mossa, approvando una risoluzione congiunta che ponesse fine all’emergenza stessa. La replica del magnate, tuttavia, non si è fatta attendere: Trump ha infatti posto il veto alla risoluzione, senza che il Campidoglio disponesse dei numeri parlamentari per aggirarlo (i due terzi, cioè, dei deputati e dei senatori). Secondo Gilliam, questa strategia proverebbe un comportamento incostituzionale da parte del presidente, per quanto ci sarebbe da sottolineare che in realtà la Casa Bianca si sia (almeno sinora) mossa nei binari del National Emergencies Act del 1976 e di una sentenza della Corte Suprema del 1983 (INS v. Chadha). Se infatti il primo dà al potere esecutivo l’autorità di dichiarare un’emergenza nazionale, la seconda ha conferito alla Casa Bianca la possibilità di bloccare tramite veto eventuali risoluzioni congiunte del Congresso volte a decretare la cessazione dell’emergenza stessa.

E IL RUOLO DEL PENTAGONO?

Punto controverso resta tuttavia il coinvolgimento del Pentagono nella costruzione del muro. Secondo alcuni, Trump non disporrebbe dell’autorità per agire in questo modo senza esplicito consenso del Congresso. Secondo altri, il presidente potrebbe attingere ai fondi che il Dipartimento della Difesa ha stanziato nella lotta al traffico di droga: fondi che attualmente ammonterebbero tuttavia a soli cinquecento milioni di dollari. Dichiarando comunque di voler utilizzare principalmente il muro per il contrasto al narcotraffico, Trump potrebbe stornare quei soldi senza passare per il Congresso. Più in generale poi non si tratterebbe della prima volta che il Pentagono venga coinvolto in attività di difesa del confine meridionale. Non solo perché già George W. Bush e Barack Obama hanno schierato ai loro tempi svariate migliaia di soldati in loco. Ma anche perché, in passato, il Dipartimento della Difesa ha preso parte – seppure come attore secondario – alla realizzazione di barriere similari a quella auspicata da Trump: si pensi solo alla recinzione decretata dal Secure Fence Act del 2006. La questione, insomma, resta aperta.

ultima modifica: 2019-05-25T10:50:14+00:00 da Stefano Graziosi

 

 

 

 

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