Conversazione di Formiche.net con il professor Ernesto Damiani, presidente del Cini, il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica

Con Libra, Facebook “ha fatto una scommessa: creare un proprio ambito economico in cui può sia operare direttamente come fornitore di servizi, generando ricavi senza costi finanziari per gestire i pagamenti, sia estrarre valore dal funzionamento stesso del sistema attraverso il costo per transazione”.
Un progetto che – spiega a Formiche.net il professor Ernesto Damiani, presidente del Cini, il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica – potrebbe avere risvolti positivi, soprattutto per gli utenti, ma che, allo stesso tempo, rappresenta un campanello d’allarme per la politica ma soprattutto per le banche, che non possono “combatterlo frontalmente”, ma debbono “invece parteciparvi da protagonisti, per tutelare se stesse e la propria clientela”. Ecco perché.

Professor Damiani, in un momento in cui le Big Tech sono al centro del dibattito pubblico, Facebook decide di lanciare Libra, che attira ancora di più i timori di chi crede che i colossi del Web stiano accentrando nelle loro mani troppo potere. Come valuta questa lettura?

Se fossi un politico o un banchiere centrale, la creazione di un grande ambito economico internazionale a cui corrisponde una stablecoin sotto il controllo di un’autorità non bancaria – un’operazione molto diversa dallo spirito “democratico” originale delle criptovalute come Bitcoin – non mi farebbe dormire sonni tranquilli. Ma ci vedo lati positivi.

Quali?

Personalmente vedo con favore il fatto che sui social network venga finalmente attivato un flusso di valore che è potenzialmente indipendente dall’harvesting dei comportamenti e dal marketing mirato. Per semplificare, penso che sia meglio che la piattaforma social si faccia pagare un costo di transazione per il pagamento di un prodotto che mi serve, piuttosto che venda a terzi la sua capacità di persuadermi a utilizzare un servizio che non mi serve. Certo, non deve poi cercare di fare tutte e due le cose…

Questo è un punto delicato. Che cosa ci guadagnano Facebook e gli altri sostenitori di questa iniziativa?

Tantissimo, o magari nulla. Si tratta di una scommessa. Con Libra, Facebook ha creato un proprio ambito economico in cui può sia operare direttamente come fornitore di servizi, generando ricavi senza costi finanziari per gestire i pagamenti, sia estrarre valore dal funzionamento stesso del sistema attraverso il costo per transazione, che può essere considerato una sorta di imposta per chi opera in Libra. Ovviamente questo secondo flusso di valore non va direttamente a Facebook in quanto azienda multinazionale, ma deve passare all’autorità di gestione del sistema Libra. Bisogna vedere quale sarà l’equità del sistema percepita da parte degli utenti.

Che potenziale ha Libra in termini di disintermediazione nei confronti del sistema bancario? Che servizi potrà abilitare?

Il costo per transazione dei sistemi tradizionali è ancora elevato e la disintermediazione è a mio parere inevitabile. In termini semplificati: invece di pagare N volte dei servizi Internet con una carta di credito tradizionale, posso utilizzarla una sola volta per creare un ammontare in Libra, e poi pagare N volte i servizi in Libra, dove il costo per transazione è inferiore. Questo schema trasferisce valore dal sistema tradizionale a Libra, perché le transazioni tradizionali passano da n a una sola. Anche l’esercizio di servizi finanziari – ad esempio, prestiti e anticipazioni per il pagamento di servizi immateriali – su una stablecoin come Libra da parte di operatori non bancari è uno scenario inquietante per le banche che operano nel mercato retail, ed è forse la ragione per cui l’autorità di Libra vede la presenza accanto Facebook di grandi operatori attivi nel settore delle carte di credito.

Banche e finanza devono preoccuparsi? Il presidente della Consob Paolo Savona ha detto al Sole 24 Ore che “se le banche perdono il controllo dei sistemi di pagamento sono finite”. Che cosa ne pensa?

Penso che, come dice un detto cinese, stiamo vivendo tempi interessanti. Credo che il sistema bancario italiano e quello internazionale si rendano ben conto che – indipendentemente dal successo di Libra – sta avvenendo un mutamento profondo e che non si può combatterlo frontalmente. Occorre invece parteciparvi da protagonisti, per tutelare se stessi e la propria clientela.

Questo porta a una riflessione ulteriore sulle caratteristiche dell’iniziativa. Che cos’è Libra in termini tecnologici e finanziari?

Dal punto di vista tecnologico, Libra è un distributed ledger, registro distribuito su cui potranno funzionare una varietà di servizi. Il primo servizio ad essere disponibile è l’uso di una valuta virtuale. In termini tecnici si tratta di una stablecoin, ovvero della rappresentazione in unità di misura digitali di un “basket” pre-esistente di valori esterni, ad esempio depositi in valute tradizionali o obbligazioni.

Può essere definita una moneta digitale?

Una stablecoin come Libra assomiglia più che alle monete odierne, ai miniassegni circolari di trent’anni fa, o alle valute del secolo scorso, quando esisteva la convertibilità aurea. Infatti la massa del circolante è sotto il controllo di un’autorità centrale di emissione, e la creazione di moneta è in qualche modo vincolata dalla dimensione del sottostante basket di valori.

Quando si parla di cripto-attività il pensiero va subito al noto Bitcoin. Che cosa la accomuna e che cosa lo differenzia da Libra?

Ci sono tre differenze principali. La prima, di cui abbiamo già parlato, riguarda la creazione di moneta. Anche se Facebook non esclude di introdurne uno, per ora Libra è una stablecoin e non ha l’equivalente di un meccanismo che converte lavoro in valore, come il mining di Bitcoin. Questo abbandono del “Satoshi socialism” (che comunque ha subito anche in Bitcoin grandi cambiamenti rispetto alle intenzioni del fondatore) permette all’associazione che gestirà Libra un certo controllo della circolazione monetaria.
La seconda differenza riguarda il meccanismo di consenso, che deve agire ogni volta che un certo ammontare di valuta passa di mano tra Tizio e Caio. Il meccanismo di consenso permette di passare dalla rappresentazione del registro in cui la valuta è detenuta da Tizio a quella in cui è detenuta da Caio con l’accordo di tutti i detentori di copie del registro stesso, anche in presenza di comportamenti scorretti arbitrari (nel linguaggio tecnico “bizantini”) da parte di alcuni.
In Bitcoin, il meccanismo di consenso e verifica delle copie del registro è basato sugli hash concatenati (la famosa Blockchain), mentre in Libra si usa una tecnica diversa, detta sequenza verificabile di stati, che non richiede la concatenazione dei blocchi che compongono il registro. La terza differenza riguarda i permessi di accesso al registro e la gestione delle identità digitale di chi esegue transazioni. Come avviene in Bitcoin, chi opera su Libra lo fa attraverso un’identità digitale costituita da un certificato crittografico, cioè una coppia chiave pubblica-chiave privata. Un singolo utente Facebook può farsi rilasciare identità multiple (cioè svariati certificati) per operare su Libra, ma – al contrario di Bitcoin – il registro di Libra mantiene il collegamento tra le identità e gli utenti a cui sono state rilasciate. Quindi anche se nelle transazioni di pagamentotra Tizio e Caio riportate nel registro sono menzionate solo le identità digitali dei due (o meglio le chiavi pubbliche loro rilasciate), l’autorità che gestisce il registro può risalire a chi le detiene. Per garantire l’anonimato del registro Libra quando lo consultano utenti normali è quindi indispensabile che il registro Libra sia “permissioned”, cioè che certe transazioni sul registro siano visibili solo a chi ha titolo per farlo.
Il registro di Bitcoin invece è nato “permissionless”: chiunque può leggere e decodificare le transazioni presenti nel registro Blockchain, visto che il registro non riporta transazioni di associazione utente-identità (in gergo si dice che sono eseguite off-chain).

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