Un centro di detenzione per migranti della città di Tajoura, hinterland orientale di Tripoli, è finito sotto un pesante bombardamento nella notte. Almeno quaranta persone inermi sono rimaste uccise mentre dormivano, 80 i feriti, secondo un bilancio temporaneo — destinato a salire tragicamente — diffuso dal ministero della Salute del Governo di accordo nazionale libico (Gna), l’esecutivo che avrebbe dovuto riunire il Paese sotto la guida di Fayez Serraj, secondo il progetto dell’Onu del 2015. Nei fatti il Gna non è mai riuscito nel suo obiettivo a causa dell’opposizione politica della Cirenaica e di quella armata guidata dal signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar, che da tre mesi sta cercando di conquistare Tripoli per provare lo scacco matto sul Paese e intestarsi il ruolo di nuovo rais.

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Per il Gna è lui il responsabile dell’attacco contro il centro migranti Al-Daman Camp di Tajoura. Un’azione che non può essere accidentale, dato che tutti conoscevano il posizionamento della struttura, sebbene dalla Cirenaica neghino responsabilità. Il campo si trova nei pressi del quartiere generale della milizia Damam, che combatte gli haftariani: forse era quello l’obiettivo del raid. Ad aprile, all’inizio degli scontri tripolini, il tetto di uno dei capannoni del centro era stato già danneggiato da un bombardamento, ma nonostante questo era comunque usato per riportare in Libia migranti recuperati dalla Guardia Costiera libica.

La campagna haftariana sta andando molto male, l’autoproclamato maresciallo della Cirenaica aveva promesso alle sue truppe e ai suoi sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi, e in modo più sfumato Francia e Arabia Saudita) che avrebbe preso la capitale in pochi giorni, ma sono tre mesi che è bloccato a qualche dozzina di chilometri da Tripoli. Il fronte nella periferia orientale, oltretutto, pochi giorni fa è stato spezzato dalle milizie di Misurata (città-Stato militarmente e politicamente molto forte a est di Tripoli) che sono intervenute per scacciare l’aggressore dalla Cirenaica.

Il contrattacco dei misuratini ha fatto perdere ad Haftar il centro di comando della campagna su Tripoli, l’altopiano di Gharyan. Senza quello, e senza altre postazioni via via cedute nelle scorse settimane, le sue truppe sono praticamente decapitate. Haftar aveva promesso vendetta lunedì, annunciando una serie di bombardamenti decisivi sulla capitale, e così è stato. Nello stesso giorno Serraj era a Milano per incontrare il vicepremier Matteo Salvini, a cui ha chiesto il sostegno dell’Italia contro l’aggressore.

I bombardamenti ci sono stati, pesanti, e hanno colpito, oltre al centro migranti, l’Accademia militare e un’altra caserma a Zwara: l’edificio, sebbene inutilizzato, si trova in un’area delicatissima, non distante agli impianti della Mellitah O&G che l’italiana Eni controlla insieme alla libica Noc. Il motivo per cui Haftar ha gli occhi iniettati di vendetta dopo Gharyan non è solo tecnico-tattico, ma anche politico. Con una fuga scomposta, i suoi miliziani si sono lasciati indietro un ampio bottino di guerra caduto in mano ai misuratini, e soprattutto dalle immagini diffuse su Twitter e Facebook e stato facile riconoscere armamenti passati a Haftar dai suoi sponsor in violazione dell’embargo Onu (alcuni missili anti-carro cinesi, altri americani che gli erano stati probabilmente ceduti dagli emiratini bypassando il contratto d’acquisto, una circostanza che se confermata potrebbe mettere molto in imbarazzo Abu Dhabi con Washington: gli Emirati ufficialmente negano ogni coinvolgimento).

Secondo le informazioni che ci passa una fonte da Misurata, inoltre a Gharyan c’erano una decina di francesi, “che si occupavano della fase di sorveglianza, ricognizione e targeting di bersagli delle forze del Gna”, usando droni; e poi una ventina di emiratini “che si occupavano di pilotare gli Uav per effettuare gli airstrike sulla base delle informazioni provenienti dalle attività di targeting effettuata dal team francese”. Non è la prima volta che vengono fatte segnalazioni del genere, ovviamente non confermabili dai canali ufficiali, anche se all’inizio dell’offensiva haftariana su Tripoli il Gna ha rotto le relazioni diplomatiche con Parigi per via dell’ambiguità con cui la Francia portava avanti il sostegno ufficiale al piano Onu, mentre dava appoggio informale alle truppe di Haftar.

L’attacco di oggi al centro migranti è stato l’episodio più drammatico di una campagna militare che ha comunque prodotto molte vittime civili soprattutto con gli attacchi aerei. A maggio l’Onu ha aperto un’inchiesta sulla base della repertazione successiva a un bombardamento tra le case di un quartiere tripolino, dove sono stati trovati pezzi di missili cinesi che gli Emirati Arabi sono gli unici attori in campo a possedere. Formiche.net si era fatta promotrice di un appello rivolto al governo italiano affinché Roma prendesse l’iniziativa in sede Nato per chiudere lo spazio aereo libico con una no-fly zone che coinvolgesse entrambi i fronti. Sembra quasi inutile aggiungere che le bombe sui centri per migranti rappresentano plasticamente come la guerra civile in Libia sia un dossier che si sovrappone a quello della gestione dei flussi migratori a cui l’Italia dedica attenzione di primo piano.

 

 

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