Sarà una manovra lampo e con l’incognita dell’Iva?

Sarà una manovra lampo e con l’incognita dell’Iva?
Con le urne a ottobre la sessione di bilancio verrà spaccata in due. E allora bisognerà fare in fretta per trovare i soldi con cui fermare l'aumento dell'imposta, sempre che si riesca a reperirli. Ma ci sono due potenziali ostacoli: i mercati e l'Europa. Per fortuna gli analisti sono ottimisti nel lungo termine

Matteo Salvini ha staccato la spina, ponendo verosimilmente fine a 14 mesi di esperienza gialloverde. Il che pone a sua volta una domanda: chi scriverà la prossima manovra? Non è un mistero che una crisi di governo a ridosso della sessione di Bilancio possa rappresentare un serio problema per un Paese che da anni attende un taglio delle tasse strutturale (qui l’intervista di ieri al vicepresidente di Cdp, Luigi Paganetto). La Lega, che ha fatto della riduzione fiscale la madre di tutte le sue battaglie rischia, paradossalmente di assistere se non a un mantenimento dell’attuale status quo fiscale, a un aumento: l’Iva rischia di salire al 25% a partire dal prossimo 1 gennaio, portando l’Italia ad avere un’imposta seconda solo a quella dell’Ungheria (che però ha un’imposta sui profitti societari tra le più basse d’Europa). E il perché è presto spiegato.

MANOVRA LAMPO, MA QUANDO?

Se davvero Sergio Mattarella deciderà di mandare al voto gli italiani il 13 (o il 20) ottobre, si aprirà un’incognita sui nostri conti. Ammesso e non concesso che dalle urne esca immediatamente un premier e dunque un governo, il nuovo esecutivo non entrerà in piena operatività prima di due-tre settimane, il tempo necessario per ottenere la doppia fiducia dalle camere. Senza contare i tempi canonici per la scelta dei ministri  e il giuramento al Quirinale. E anche con una sfiducia in pieno agosto, caldeggiata questa mattina dal leghista Claudio Borghi, alle urne non si andrebbe prima di ottobre perché servono 45 giorni dallo scioglimento delle camere. Si arriverebbe tranquillamente a novembre e a quel punto il nuovo ministro dell’Economia dovrebbe in fretta e furia procacciarsi 23 miliardi necessari a disinnescare la clausola di salvaguardia contenuta nella manovra 2019 e 12 miliardi per una possibile flat tax. Senza considerare tutte le altre misure nel paniere, come il rifinanziamento di Reddito di cittadinanza e Quota 100.

Il tutto senza ricorrere a nuovo deficit (con un disavanzo nuovamente al 2% si recupererebbero 5 miliardi), per due motivi: primo, in tal caso l’Europa che con noi ha pattuito una riduzione del disavanzo in cambio dello stop alla procedura di infrazione, si metterebbe quasi sicuramente di traverso, ritardando i lavori e condannando l’Italia all’esercizio provvisorio che farebbe automaticamente scattare l’Iva (la legge di Bilancio a approvata entro il 31 dicembre). Secondo, i mercati, che già hanno mandato segnali di fumo (oggi spread a 236 punti base) aprirebbero sicuramente il fuoco su Roma se non altro fino a una chiara definizione della manovra. Di qui la necessità per il nuovo esecutivo (leghista?) di approntare una manovra veloce, poco complessa e bisognosa di ingenti risorse e soprattutto in linea con Bruxelles. C’è però un alternativa, anticipare la manovra, comunque lampo, a settembre.

ANTICIPARE IL TUTTO PER FERMARE L’IVA

L’alternativa sarebbe una manovra anticipata a inizio settembre per creare, come fa notare oggi il Messaggero, una sorta di cordone sanitario intorno ai nostri conti pubblici: evitando da una parte lo scatto dell’Iva cercando subito i 23 miliardi dopo Ferragosto, dall’altra contenendo una plausibilissima fiammata dello spread. Anche qui i tempi però sarebbero serratissimi, perché si dovrebbe approntare il tutto prima dello scioglimento delle camere e sempre mantenendo un basso profilo. In caso di manovra anticipata parte delle risorse potrebbeero arrivare dai risparmi che continuano a registrarsi sulle due misure bandiera di Lega e M5S, Reddito di cittadinanza e Quota 100. Per l’anno in corso da questa voce potrebbero essere recuperati oltre 3 miliardi di euro, ai quali potrebbero aggiungersi un altro paio di miliardi sempre per questi provvedimenti nel 2020. Un altro pezzettino di 4-5 miliardi, potrebbe arrivare da un leggero incremento del deficit.

LO SPREAD SALE MA POI, FORSE…

Questa sera Fitch, una delle principali agenzie di rating mondiali, deciderà se rivedere il nostro rating sovrano, dopo averci graziato a febbraio, confermando il giudizio a BBB con outlook negativo. Nell’attesa il differenziale Btp/Bund si è portato a ridosso dei 240 punti base. Ma forse le cose potrebbero sistemarsi nei mesi prossimi. Superatolo scoglio voto, lo spread potrebbe raffreddarsi. Gli analisti di Equita per esempio hanno commentato che nel breve è da mettere in conto un aumento dello spread, spinto proprio dalla maggiore incertezza sullo scenario politico, ricordando nei giorni scorsi il vicepremier Salvini, ha indicato di voler superare la soglia del 2% di rapporto tra deficit e pil. Al contempo però viene fatto notare come negli ultimi mesi l’azione del governo era “paralizzata dallo scontro tra M5S e Lega:. a crisi annunciata ieri potrebbe alla fine sbloccare l’impasse e aprire scenari con maggioranze più omogenee e che potrebbero quindi essere più efficaci”.

ultima modifica: 2019-08-09T12:45:59+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

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