Rimpatri e redistribuzione. La vera sfida del Conte 2 sull’immigrazione

Rimpatri e redistribuzione. La vera sfida del Conte 2 sull’immigrazione
Clandestinità è una parola spesso tabù a sinistra, ma ora tocca al nuovo governo non tradurre la questione migranti in qualcosa di simile a una sanatoria e porre con fermezza a Bruxelles il tema dei rimpatri evitando di declinare un troppo ampio concetto di solidarietà. Altrimenti il risveglio sarebbe molto brusco

In attesa di conoscere la linea del nuovo governo sull’immigrazione, sulla quale si giocherà una partita delicatissima, l’efficacia delle scelte politiche viene certificata anche dai numeri. Proprio perché non si conosce ancora la posizione dettagliata del Partito democratico, oltre a quella del “nuovo” Giuseppe Conte, non sappiamo se l’esperienza di Marco Minniti sarà tenuta in considerazione oppure no. Nicola Zingaretti per ora insiste su una “riforma radicale dei decreti sicurezza”, che sembra voler andare oltre i rilievi del Presidente della Repubblica ai quali ha fatto riferimento il Movimento 5 Stelle.

CALO DEGLI SBARCHI GIÀ NEL 2018

I numeri del ministero dell’Interno fino al 31 maggio 2018, alla vigilia del giuramento del governo Conte I, registravano in cinque mesi 13.430 arrivi, il 77,7 per cento in meno dell’anno precedente. Quelli al 31 dicembre scorso, dopo sette mesi con Matteo Salvini al Viminale, indicavano 23.370 arrivi, quindi altri 10mila, con un calo dell’80,4 per cento rispetto al 2017. Quest’anno, invece, fino al 3 settembre sono sbarcati 5.571 migranti, pari al 72,4 per cento in meno: un calo significativo che però sembra seguire una tendenza cominciata un po’ di tempo fa. I tunisini restano i più numerosi. Se, come pare, la politica dei porti chiusi di Salvini ha contribuito solo in parte al calo degli arrivi, con corredo di inchieste giudiziarie e polemiche, il ragionamento del nuovo governo dovrebbe essere articolato, considerando che la comunicazione dell’attuale ministro dell’Interno fa arrivare un messaggio che non sempre corrisponde alla realtà.

MENO ARRIVI IN TUTTO IL MEDITERRANEO

Il calo è generalizzato. I numeri aggiornati dell’Unhcr sull’intero Mediterraneo indicano 61.484 arrivi fino al 2 settembre, meno 35 per cento rispetto ai 141.472 dell’intero 2018. In Spagna, sulla rotta orientale, sono arrivate 19.782 persone tra mare e terra, circa il 40 per cento in meno dell’anno scorso quando furono 65.383, mentre in Grecia (anche qui tra mare e terra) i numeri sono identici in proporzione: 33.999 al 1° settembre rispetto ai 50.508 dell’intero 2018. È la Grecia che sta soffrendo di più, tanto che nei giorni scorsi, per ridurre l’affollamento nell’isola di Lesbo, circa 1.500 richiedenti asilo sono stati trasferiti a un campo profughi nel nord del Paese.

GLI OBIETTIVI ITALIANI IN EUROPA

In Italia aumenta un calo degli arrivi che era già sensibile l’anno scorso e nell’intero Mediterraneo si conferma un calo generalizzato degli arrivi che significa  un calo delle partenze. Mentre slitta il vertice dei ministri dell’Interno previsto per il 19 settembre a Malta, il governo italiano ha di fronte due montagne finora insormontabili. La prima è un accordo vero per una ripartizione dei migranti (quando era obbligatoria, ne erano stati ricollocati meno di 12.800 sui circa 40mila che l’Italia avrebbe dovuto “cedere”, nessuno dei quali nei Paesi del Gruppo di Visegrád a cominciare dall’Ungheria di Viktor Orbán), accordo che venne meno durante il primo Consiglio europeo al quale partecipò Conte nel giugno 2018, visto che da quel momento i ricollocamenti sono diventati volontari. La diplomazia di Conte ha consentito negli ultimi mesi di ricollocare diverse centinaia di persone arrivate su navi di ong e ora si può solo sperare nella dichiarata disponibilità del neopresidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che ha parlato di un nuovo patto per l’immigrazione. La seconda, davvero impegnativa, è riuscire a varare un piano di investimenti in Africa nell’ordine di parecchi miliardi senza il quale tutto il resto è aria fritta. La Finlandia presiede il semestre europeo e in un’intervista alla Stampa il ministro degli Esteri, Pekka Haavisto, ha confermato l’intenzione di redistribuire i migranti tra un gruppo di Paesi volenterosi, di rivedere fondi e modalità di intervento in Africa e di rilanciare l’Operazione Sophia anche con uno sguardo sulla Libia, sulla quale chiede un maggiore impegno dell’Italia.

Salvini, fin dal primo giorno da ministro quando in Sicilia si lamentò che erano arrivati 7mila tunisini in cinque mesi mentre erano meno di 2.800, è riuscito a far dimenticare la promessa delle espulsioni di irregolari. Pierluigi Bersani, il 26 agosto a In onda su La7, ha detto che “occorre un progetto nuovo, non buonista, ma umano e razionale, che per esempio metta al centro la clandestinità, i 600mila che girano per strada anonimi”. Clandestinità è una parola spesso tabù a sinistra, ma ora tocca al Conte II non tradurre quelle parole in qualcosa di simile a una sanatoria e porre con fermezza a Bruxelles il tema dei rimpatri evitando di declinare un troppo ampio concetto di solidarietà. Altrimenti il risveglio sarebbe molto brusco.

ultima modifica: 2019-09-04T08:50:30+00:00 da Stefano Vespa

 

 

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