Come spesso accade con Francesco, con il suo stile di espressione diretta, non mediata, spontanea, il rischio di equivocare o di sottovalutare è sempre presente. Può accadere così di perdere il punto, o di ingigantire un aspetto formale rispetto a quello sostanziale. Anche il colloquio che Francesco ha avuto con i gesuiti durante il suo recente viaggio in Africa australe si presta a questi rischi. Ricostruendo l’incontro, come avviene in ogni viaggio, La Civiltà Cattolica dà conto che a Francesco, verso la fine, è stato chiesto “qualche pensiero sull’Apostolato della Preghiera, che adesso si chiama Rete Mondiale di Preghiera del Papa e ha appena compiuto i suoi 175 anni di attività.” Questa la risposta fornita da Bergoglio: “Penso che dobbiamo insegnare alla gente la preghiera di intercessione, che è una preghiera di coraggio, di parresia. Pensiamo all’intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra. Pensiamo all’intercessione di Mosè per il suo popolo. Dobbiamo aiutare il popolo a esercitare più spesso l’intercessione. E noi stessi dobbiamo farlo di più. Lo sta facendo molto bene la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, come si chiama adesso, diretta dal p. Fornos. È importante che la gente preghi per il Papa e per le sue intenzioni. Il papa è tentato, è molto assediato: solo la preghiera del suo popolo può liberarlo, come si legge negli Atti degli Apostoli. Quando Pietro era imprigionato, la Chiesa ha pregato incessantemente per lui. Se la Chiesa prega per il Papa, questo è una grazia. Io davvero sento continuamente il bisogno di chiedere l’elemosina della preghiera. La preghiera del popolo sostiene”.

Quel che emerge decisivo per capire non è tanto il fatto che il Papa si definisca assediato, quanto che dica “il Papa è tentato”. Le tentazioni possono ricordare Gesù che si sottopose alle tentazioni del diavolo, ma possono ricordarci anche la nostra quotidianità: quante tentazioni ci riguardano ogni giorno?

Ricordato che Francesco non perde occasione per definirsi un peccatore, che si confessa una volta ogni due settimane, siamo per prima cosa alla umanizzazione della figura del pontefice. Il papa non è un semidio, è un peccatore. A cambiare le carte in tavola è la preghiera, la nostra preghiera, la preghiera cioè del suo popolo. Il rapporto tra il successore di Pietro e il popolo di Dio è certamente il rapporto tra la “roccia della fede” e “il gregge”, ma Pietro cadde in tentazione, lui stesso, ricorda Bergoglio, venne imprigionato. A cambiare, a salvarlo, fu la preghiera della Chiesa. Cosa vuol dire? Qui si tratta di una comunicazione “mistica” che molti possono non credere che esista, o non capire. Eppure è un modo di dire abbastanza diffuso quello per cui a una persona nominata in sua assenza si dice “ti sono fischiate le orecchie”.

Ecco, Francesco sembra dire che lui, per resistere alle tentazioni e rimanere sempre “la roccia della fede” ha bisogno dell’empatia, della comunicazione mistica, del sostegno spirituale del popolo di Dio: della sua intercessione. Questa preghiera, questa comunicazione mistica, questo riverbero, c’è? Il popolo di Dio capisce, sente, percepisce le sfide che affronta il Papa?

Qui si potrebbe discettare a lungo delle sfide, interne ed esterne, che questo Papa sta affrontando: l’Amazzonia, cioè la tutela dell’ambiente, della casa comune, i migranti, cioè la fratellanza umana posta sotto attacco, il clericalismo, cioè la rigidità dogmatica di molti intorno a lui, la corruzione, quel fenomeno diffuso per cui come le cose, a cominciare dall’acqua, anche noi ci possiamo corrompere.

Leggere questo colloquio come una denuncia di solitudine, di un Papa che vive sotto assedio a Santa Marta, sembra un errore. Ma la richiesta è chiara: le sfide, le tentazioni, sono enormi. E questo dovremmo saperlo anche noi. Ce la può fare a fronteggiarle, e a resistere, un uomo solo? Dunque, la Chiesa prega per il suo pastore? Davvero?

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