Proposte concrete per l’Ilva. L’appello al realismo di Federico Pirro

Proposte concrete per l’Ilva. L’appello al realismo di Federico Pirro
È necessario che a livello governativo, ma anche sul territorio, si lavori a soluzioni concrete e percorribili per salvare occupazione, ambiente e salute. Una possibile via di uscita dalla crisi Ilva secondo il prof. Federico Pirro

Come sembra ormai molto probabile da tanti indizi di questi ultimi giorni, e nonostante gli sforzi e le proposte allo studio del governo Conte, Arcelor Mittal, per le ragioni ampiamente esposte nella lettera ufficiale della scorsa settimana ai commissari, lascerà Taranto e tutti gli altri siti del Gruppo Ilva – retrocedendone la gestione con il personale all’amministrazione straordinaria – che dovrà così farsi carico della riassunzione degli addetti e dell’esercizio degli impianti.

Intanto, da oggi e nei prossimi giorni è bene che la società assicuri effettivamente (e scrupolosamente) – come del resto ha affermato di voler fare nei giorni scorsi la dott.ssa Morselli – un suo “ordinato” disimpegno dalla conduzione del siderurgico ionico, ove l’incidente di ieri in acciaieria evidenzia ancora una volta la necessità di manutenzioni ordinarie e straordinarie ormai indifferibili, e ricorda in particolare che eventuali responsabilità penali restano tuttora a carico dell’attuale management sin quando non avverrà il passaggio formale e verbalizzato della gestione da Am Investco Italy ai Commissari.

È del tutto evidente infatti, per fin troppo intuibili ragioni, che gli impianti non potrebbero essere ulteriormente stressati da comportamenti dell’attuale gestione che risultassero omissivi, in tutto o in parte, degli interventi manutentivi necessari e programmati da realizzarsi sino all’ultimo giorno utile.

La battaglia legale che sta per aprirsi fra gestione commissariale e azienda retrocedente farà il suo corso nelle sedi competenti, con gli esiti che si vedranno. Ora è necessario che a livello governativo, ma anche sul territorio, si lavori (ad horas) a soluzioni concrete e percorribili per salvare occupazione, ambiente e salute, avviando quello che il presidente Giuseppe Conte con efficace espressione ha chiamato “il cantiere Taranto”.

Al riguardo la storia ci ricorda che già nel 1987 – quando l’Italsider estromise 4.000 addetti dal siderurgico a seguito delle misure comunitarie per la riduzione della produzione di acciaio in Europa alla luce della dichiarazione di “crisi manifesta” del settore – l’allora presidente della regione Salvatore Fitto lanciò l’Operazione integrata Taranto. Questa portò poi all’impegno diretto del governo, a prepensionamenti con risorse della Comunità europea, al programma Resider di reindustrializzazione delle città colpite dalle ristrutturazioni delle acciaierie, agli interventi della Spi – la finanziaria dell’Iri per l’attrazione degli investimenti – alla nascita del Cisi e ad alcuni nuovi insediamenti manifatturieri fra cui quello della Vestas, tuttora in attività sul territorio.

Oggi, allora, che fare? L’amministrazione straordinaria dovrà farsi carico della gestione, sperabilmente per poco tempo, utilizzando le risorse (residue) conferite dai Riva e, previo provvedimento autorizzativo del governo, contraendo come in passato un mutuo per interventi solo ambientali, mentre si deve individuare (subito) il nucleo dirigenziale che dovrà gestire gli impianti.

Ai quali, se ne convincano i Cinque Stelle, bisognerà assicurare lo scudo penale per il periodo di attuazione del piano ambientale che resta in vigore – altrimenti nessun dirigente se la sentirà di assumersi la responsabilità (già gravosissima) di guidare la fabbrica con uno staff di collaboratori. Si consultino al riguardo anche la Federmanager e la Federacciai per riceverne utili suggerimenti e verificare la disponibilità di possibili (coraggiosi) dirigenti, anche per il commerciale, perché quel poco di acciaio producibile in questa fase a Taranto bisognerà pure cercare di venderlo.

Una newco si potrebbe costituire per assumere l’affitto di ramo d’azienda del gruppo Ilva, ma nuovi soci potrebbero entrare anche nella AmInvestco Italy che rimarrebbe solo come involucro societario e dalla quale si provvederebbe a retrocederne le perdite sinora accumulate alla vecchia proprietà. I nuovi soci? Opportunamente qualche ministro – fra cui il prof. Gualtieri – i sindacati e lo stesso vertice della Cassa depositi e prestiti, avendo definita strategica la produzione di acciaio per il nostro Paese, ritengono possibile in logiche di mercato e in una società senza debiti l’ingresso della stessa Cassa tramite il Fondo di investimenti italiano da essa controllato al 68%.

Ma il partner industriale cui affidare la gestione effettiva del Gruppo? Vi sono acciaieri e/o trasformatori e impiantisti italiani, possibilmente aggregabili, capaci di scendere in campo? Marcegaglia? Arvedi? Ferriere Nord? Techint? Danieli? Certo, la congiuntura in questo momento non è delle migliori e un loro passo in questa direzione potrebbe rivelarsi molto problematico, ma un confronto serrato con i campioni nazionali del comparto andrebbe aperto e proseguito, se ciò non fosse già avvenuto.

E se invece – come (forse) potrebbe anche essere stato adombrato ieri nell’incontro fra Conte e la Merkel – nascesse un nuovo campione siderurgico europeo italo-tedesco che veda Thyssen Group – anche con la sua acciaieria di Terni – partecipare alla cordata? Certo, la holding germanica ha a Duisburg due impianti che insieme totalizzano una capacità superiore a quella (massima) di Taranto e, data la crisi del mercato europeo, in caso di joint-venture, si potrebbe rendere necessaria qualche riduzione di capacità territorialmente bilanciata fra Italia e Germania. Ma, a nostro avviso, è una strada da esplorare.

Altri possibili partner potrebbero essere consultati, come ad esempio i giapponesi della Nippon Steel – cui peraltro, com’è noto, si deve l’impostazione impiantistica di Taranto, soprattutto per il suo raddoppio fra il 1971 e il 1975 – o i coreani della Posco che, in realtà, hanno già un centro di lavorazione da 50mila tonnellate annue, la Verona Posco Itpc, a Vallese di Oppeano nella provincia scaligera.

È opportuno ricordare, al riguardo, che anche la Fca aveva acquistato coils dalla Posco per il suo stabilimento di S.Nicola di Melfi. Inoltre i coreani hanno un know-how tecnologico avanzato e, fra i grandi gruppi mondiali del settore, hanno sviluppato la tecnologia Corex, declinandola nella sua variante Finex che permette di produrre ghisa senza utilizzo delle cokerie.

Un tema questo di grande rilievo, anche ai fini dell’ecosostenibilità della produzione a Taranto, ma che dovrebbe essere affrontato senza declamazioni propagandistiche, con analisi assolutamente rigorose dei costi dei forni elettrici, del loro montaggio, delle materie prime necessarie, di energia, gas e dei prevedibili prezzi di vendita dell’acciaio così prodotto: si tratterebbe, in altri termini, di lavorare alla redazione di un business plan economicamente sostenibile, e non alla stesura di una relazione per qualche convegno locale, senza ascoltare ingegneri siderurgici, manager ed esperti del comparto.

Un altro interlocutore potrebbe essere il gruppo indiano facente capo a Sanjeev Gupta, leader di Liberty Steel – che ha rilevato gli impianti di Arcelor in Europa dopo le prescrizioni della Ue – diventato il quarto player europeo per capacità produttiva, e che punterebbe ad essere anch’esso un gruppo siderurgico a zero emissioni entro il 2030. Insomma, gli interlocutori non mancherebbero ed è auspicabile che, sia pure riservatamente, l’esecutivo si sia già mosso o abbia intenzione di farlo rapidamente nella loro direzione.

Taranto ha bisogno di diversificare la sua economia e il presidente Conte ha chiesto ai suoi ministri idee progettuali idonee a tale scopo. In proposito, nel sottolineare che un ruolo trainante, anche se non esclusivo, dovrebbe essere assolto per quella missione da Eni, Leonardo, Fincantieri, Invitalia – ciascuna secondo i propri ambiti di competenza – ci permettiamo sommessamente di ricordare allo staff del presidente che già il Piano di sviluppo strategico della Zes ionica – documento validato in sede ministeriale alla cui redazione il sottoscritto ha attivamente partecipato (a titolo gratuito) su incarico della Giunta Regionale –  ha previsto interventi di dettaglio possibili in diversi settori manifatturieri, secondo quanto previsto dalla normativa sulle Zes.

Essa, com’è noto, ha proposto di individuare nei diversi territori da inserire nelle Zone speciali i comparti da ‘sviluppare’ perché non esistenti, e quelli da ‘rafforzare’ perché già in produzione ma potenziabili.

Allora, per scendere in indicazioni di merito, non si era ipotizzato a Taranto di avviare la demolizione di navi della Marina militare in un cantiere (rifiutato peraltro da Piombino), alla cui progettazione aveva lavorato l’Autorità di sistema portuale con l’Agenzia industrie difesa? A che punto è quel progetto? Ancora, si è ipotizzato nel piano per la Zes, di costruire e/o manutenere a Taranto container, pianali ferroviari e grandi gru da banchina, destinati a tutti i mercati mediterranei, dal momento che nel suo bacino sono in corso grandi investimenti nelle aree portuali.

E per tali costruzioni si potrebbero attrarre imprese con adeguato know-how di altri Paesi.  Ancora: un altro comparto da sviluppare – e che vede in loco e nell’intero Mezzogiorno presso le industrie che vi sono insediate, l’utilizzo di determinanti macchinari – potrebbe essere quello molto vasto delle macchine utensili a controllo numerico che nel Sud non si producono.

Anche in questo caso, solo partner di altre regioni potrebbero avviarne in loco la costruzione, sperabilmente operando in joint venture con i locali. Nell’area peraltro si è già insediata qualche impresa ravennate che opera nell’impiantistica pesante e come subfornitrice anche della BHNuovo Pignone di Bari. L’Eni intanto potrebbe anticipare gli investimenti per circa 120 milioni previsti nei prossimi quattro anni nella sua raffineria locale.

L’impiantistica off-shore – che vide a Taranto la costruzione di grandi piattaforme petrolifere della Belleli – potrebbe essere riavviata dalla Saipem per un mercato che potrebbe essere anche in questo caso mediterraneo e mondiale, se è vero che nel Mare nostrum sono stati reperiti e sono in coltivazione giganteschi giacimenti di gas, come quello anche dell’Eni di Zohr al largo dell’Egitto e l’altro, ancora più ricco del precedente, di Noor.

Nell’off shore potrebbero attivamente lavorare con la Saipem imprese locali, già impegnate in passato, come Comes, Modomec, Stoma, Tecnomec ed altre.  Il comparto aeronautico, con il grande centro di Grottaglie della Leonardo, con le future sperimentazioni di droni e con i futuri velivoli per i voli suborbitali, potrebbe essere centro di aggregazione di capacità di molte pmi altamente specializzate, mentre si potrebbero sviluppare produzioni di tecnologie e trasformazioni manifatturiere al servizio dei beni pregiati del grande bacino agricolo del Metapontino e dell’intera provincia tarantina, nella quale, ad esempio, già a Castellaneta un’azienda come la Fruttirossi è diventata leader nazionale nella produzione di melagrane e si accinge dal prossimo anno a produrre succhi di frutta.

Ma anche nel comparto delle tecnologie biomedicali si potrebbero avviare produzioni di nicchia; infatti già esiste nell’area la Ligi, una piccola ma molto qualificata azienda che produce tecnologie per patologie oculari. E poi esiste il vastissimo campo delle macchine per il monitoraggio e la tutela degli ecosistemi su cui il Polo scientifico Magna Grecia, diretto dal prof. Tursi dell’ateneo di Bari, ha lavorato a lungo e che potrebbe offrire indicazioni di grande utilità.

Insomma, bisognerebbe saper leggere attentamente i profili produttivi già esistenti sul territorio, analizzarne le dinamiche e, se del caso, irrobustirle con nuovi investimenti per i quali gli incentivi nazionali e regionali non mancano, essendo la Regione Puglia fra quelle più efficienti a livello nazionale nell’utilizzo dei fondi per l’industria.

Infine un accenno allo strumento operativo per portare innanzi il disegno di diversificazione del tessuto produttivo locale. In realtà, non c’è da inventarsi nulla, perché già esiste la Struttura tecnica di missione del Cis, il contratto istituzionale di sviluppo: bene, se ne amplino le competenze, la si irrobustisca con esperti di marketing territoriale e di attrazione di investimenti, la si ponga in relazione con un Comitato di indirizzo politico-economico con tutti gli stakeholder locali, ma non se ne faccia un organo assembleare che rischierebbe così di essere inconcludente.

No, la struttura tecnica di missione deve essere una struttura agile, competente, operativa h24 per sette giorni la settimana – sì, avete compreso bene, amici lettori, h24 per sette giorni la settimana come nelle fabbriche, Ilva compresa – perché non c’è un minuto da perdere dovendo tutti rispondere ancora una volta alle necessità del territorio, e all’accorato appello dell’arcivescovo di Taranto monsignor Santoro, cui non saremo mai abbastanza grati per l’appassionato impegno quotidiano che profonde per l’amata comunità della sua Diocesi.

ultima modifica: 2019-11-13T12:30:51+00:00 da Federico Pirro

 

 

 

 

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