Il socialista ex ministro al Lavoro e alle Finanze traccia un bilancio negativo sul caso Ilva. Un disastro annunciato venticinque anni fa, quando la politica ha privatizzato ma non liberalizzato il settore pubblico. Governo Conte? Non è culturalmente all'altezza per risolvere la crisi

È un bilancio nero pece quello che Rino Formica, già ministro ai Trasporti, alle Finanze, al Lavoro, traccia sul caso Ilva. Sul banco degli imputati, dice il socialista ex braccio destro e amico di Bettino Craxi, c’è la politica italiana. Che da venticinque anni si ostina ad affrontare con toppe e soluzioni emergenziali una crisi che ha radici ben più profonde.

Formica, un disastro annunciato?

Da ogni parte. I nodi di venticinque anni di politica italiana sono venuti al pettine. I riformisti affrontano i problemi quando sono maturi, i conservatori quando sono marciti. E quando i problemi marciscono rimangono solo più soluzioni d’emergenza.

Quando è marcito il problema Ilva?

Sicuramente nell’ultimo decennio. Un settore vitale per la politica industriale di un grande Paese come quello siderurgico non muore da un giorno all’altro. Chi se ne doveva occupare ha fatto finta di non vedere il cortocircuito fra produzione, lavoro e salute.

Cioè il governo, giusto?

Non tanto il governo, quanto le forze politiche che ne fanno parte, soprattutto quelle che dieci anni fa già esistevano e non hanno fatto altro che rinviare una soluzione.

Conte ha detto che tutte le soluzioni sono sul tavolo.

Ho sentito la conferenza stampa ed è l’emblema dell’impreparazione e improvvisazione di questa classe politica. Il presidente ha menzionato anche l’ipotesi di una nazionalizzazione di Ilva, dimenticando che essa inciderebbe sulla proprietà dell’azienda ma non sulla sua natura.

Quindi un intervento dello Stato è impensabile?

Non risolve il problema alla radice. Che a rilevare Ilva sia lo Stato, una cordata italiana o straniera cambia relativamente. Si è creata una frattura irreparabile.

Siamo alle porte di una nuova Bagnoli?

Al momento non vedo altre possibilità. Questo disastro ci impone una riflessione su quanto è stato fatto venticinque anni fa, all’inizio degli anni ’90. La politica si pose il problema della dismissione del settore pubblico e pensò di risolverlo privatizzandolo, quando invece serviva una liberalizzazione, che è cosa ben diversa.

Dov’è la differenza?

Semplice. È nell’articolo 41 della Costituzione, secondo cui l’iniziativa privata è libera ma deve avere un fine di carattere sociale e la legge deve stabilire forme per il controllo e la programmazione economica. Invece pezzo a pezzo il settore pubblico è stato venduto ai privati senza l’ombra di un cambio di programmazione e di politica industriale.

Formica, torniamo all’Ilva. Il governo ora cosa può fare?

Il governo non è culturalmente all’altezza di questa sfida. Siamo a un bivio storico per la siderurgia italiana, c’è il serio rischio di imboccare la strada per la definitiva deindustrializzazione del Paese, e il governo invoca una risposta “patriottica” della politica. Quindi? Dovremmo dichiarare guerra all’India perché ristabilisca il finanziamento dopo un’inadempienza contrattuale?

L’Ilva è solo una faccia della medaglia. Avrà letto cosa scrive l’ultimo rapporto Svimez sul Mezzogiorno…

Su questo rapporto ho letto grandi ipocrisie. È un documento annuale, viene pubblicato da decenni. E da decenni puntualmente la politica lo getta in un cestino senza neanche aprirlo. Quello che leggiamo oggi sullo stato del Mezzogiorno è la conseguenza di decine di rapporti Svimez cestinati gli anni precedenti.

Una novità c’è. È il primo rapporto che parla del reddito di cittadinanza.

Un magro bilancio, non sono sorpreso. Senza le politiche economiche programmatiche questi interventi non funzionano. Il reddito di cittadinanza rientra nella logica della Caritas. Le intenzioni sono lodevoli, ma è meglio lasciare queste cose alla Chiesa.

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