È nato il PanEuropean payment system initiative, un consorzio di circa venti banche per offrire una alternativa europea ai circuiti delle carte di pagamento. Le banche sono pronte a investire nelle nuove piattaforme, ma non ritenendo possibile un ritorno degli investimenti a breve, vogliono capire se il progetto è sostenibile sul lungo termine. Per questo sono in corso studi di fattibilità rigorosi e puntuali

Pepsi. L’acronimo inganna, ma non ha nulla a che fare con le bevande. Si tratta del PanEuropean payment system initiative, un consorzio di circa venti banche che si sono riunite per creare un sistema di pagamenti elettronici a livello europeo per offrire una alternativa ai noti circuiti delle carte di pagamento, Visa e Mastercard.

Pepsi non si limiterà solo alle carte, ma è pensato per gestire tutte le forme di pagamento non in contanti.

Secondo i ben informati l’iniziativa avrebbe la benedizione della Bce. Non si stenta a dar conto a questa ipotesi anche in considerazione della recente strategia europea nel settore dei pagamenti digitali.

Chi ha seguito l’intero iter, leggendo tutti gli atti preparatori, del regolamento 751/2015 (quello per intenderci che ha stabilito un tetto alle commissioni interbancarie) e della Psd2, la nuova direttiva sui pagamenti (già recepita in Italia), sa bene che nelle intenzioni del legislatore europeo c’è quella di stimolare l’indipendenza del mercato europeo dei pagamenti dai circuiti d’oltreoceano.

Quindi, più che per una nuova “plastica” (come in gergo vengono definite le carte di pagamento) europea, l’intenzione dell’iniziativa è quella di sviluppare uno standard probabilmente basato sui nuovi servizi di pagamento introdotti dalla Psd2, i cosiddetti Pisp (Payment initiation service providers) in grado di “gestire” in modo semplificato le forme di pagamento elettronico. I Pisp non vengono mai in possesso dei fondi del cliente, ma consentono di ordinare direttamente al conto di pagamento del pagatore di inviare una somma di denaro al conto di pagamento del beneficiario. Si tratta di una soluzione a ben vedere molto coerente con la realtà dell’area Sepa e la sua standardizzazione delle regole tecniche (a cominciare dall’identificazione standardizzata dei conti di pagamento tramite l’iban)

L’obiettivo dell’iniziativa è ambizioso, ovvero ottenere in breve tempo una quota di mercato pari al 60% dei pagamenti elettronici in Europa.

Le banche (quelle coinvolte sarebbero solo quelle di Paesi dell’eurozona) per adesso mantengono uno stretto riserbo. Ma non si tratterebbe solo di limitare i circuiti americani, quanto piuttosto di prevenire la crescente influenza delle cinesi Alipay, Hipay e WeChat Pay, che vedono nell’Europa il mercato dal quale iniziare a diffondersi a livello internazionale.

Certo ci sono le regole della concorrenza da tenere in conto, ma a differenza del progetto Monnet (lanciato senza successo nel 2012), i tempi sono cambiati e la Commissione europea potrebbe assecondare l’iniziativa soprattutto in considerazione della totale dipendenza del mercato dei pagamenti europei da attori internazionali.

Le banche sono pronte a investire nelle nuove piattaforme, ma non ritenendo possibile un ritorno degli investimenti a breve, vogliono capire se il progetto è sostenibile sul lungo termine. Per questo sono in corso studi di fattibilità rigorosi e puntuali, non solo a livello tecnologico ma anche sulla reale probabilità di penetrazione nel mercato dei nuovi servizi, sia livello centrale che periferico.

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