Il dialogo Usa-Turchia? Cruciale per il Medio Oriente. Parla Manciulli

Il dialogo Usa-Turchia? Cruciale per il Medio Oriente. Parla Manciulli
Nel giorno dell'incontro fra Trump e Erdogan, e dopo l'attentato contro un convoglio militare italiano in Iraq, Andrea Manciulli - presidente di Europa Atlantica e senior fellow dell'Ispi, esperto e studioso di terrorismo - analizza con Formiche.net le mosse degli attori in Medio Oriente e gli scenari della crisi regionale

L’incontro di oggi tra il presidente americano Donald Trump e quello turco Recep Tayyip Erdogan, “al netto dell’ideologizzazione della vicenda curda, è positivo, perché un’assenza di dialogo sarebbe nefasta”. Tuttavia, “serve anche capire che non avere una propria visione e scegliere di volta in volta di puntare su diversi attori locali non facilita un esito positivo della contrapposizione”.
A crederlo è Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e senior fellow dell’Ispi, esperto e studioso di terrorismo, che in una conversazione con Formiche.net spiega perché, “mentre in Medio Oriente crescono i focolai di tensioni tra Iraq, Libano, Siria e non solo – e cresce la contrapposizione tra sciiti e sunniti – è necessario che l’Occidente non si disinteressi di ciò che accade”. Il rischio, avverte, “è la proliferazione di nuovo terrorismo di matrice jihadista”.

Manciulli, partiamo dall’attentato contro un convoglio militare italiano in Iraq. Che cosa racconta questo preoccupante episodio?

Partiamo col dire che su questo tema ho visto troppo reazioni emotive. Il ruolo delle missioni internazionali è fondamentale per aumentare le capacità di relazione con gli attori locali e c’è bisogno che la classe dirigente sappia anteporre, su questo tema, l’interesse nazionale a velleità spesso inopportune del confronto politico. Ci vuole un Paese che sappia stringersi attorno agli operatori dell’antiterrorismo, perché questa nuova fase non sarà facile, serve grande saggezza e saldezza strategica. Detto ciò, sono molto preoccupato della situazione in Iraq.

Perché?

Si stanno creando sollevazioni contro il governo iracheno, soprattutto da parte della componente sunnita che vede una ostilità aumentata nei suoi confronti.

Da che cosa è determinata questa situazione?

Quanto accade è accentuato dal ruolo che Teheran sta svolgendo nei confronti del Paese. Nell’ultima fase risulta che siano passati più di 6mila combattenti iraniani delle forze del generale Qasem Suleimani e che siano stati dislocati a sud di Baghdad per aiutare il governo a controllare il territorio. Si tratta di una vicenda che va avanti da anni, da quando Paul Bremer – allora inviato presidenziale in Iraq scelto dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush – decise di puntare sugli sciiti e marginalizzare i sunniti. Ora, a fronte della destabilizzazione, questa rinnovata contrapposizione rischia di riaprire ferite in Medio Oriente.
Il blocco sunnita-salafita non vuole perdere influenza nell’area e sta costruendo una politica di forte riarmo, rafforzandosi anche in Libano, implementando le relazioni consuete con il Pakistan, e, sempre in quest’ottica, va letta la stagione di dialogo inaugurata dall’Arabia Saudita con Israele. A ciò si è aggiunta anche la Turchia, che non vuole rinunciare a dire la sua sul destino della Siria.

Che cosa fare?

Bisognerebbe che l’Occidente giocasse una partita unitaria tesa a una stabilizzazione vera dell’Iraq, altrimenti questa conflittualità è destinata a perdurare e a peggiorare. Tra l’altro, ed è un dato non marginale, queste manifestazioni in Iraq rischiano di essere ispirate da ciò che sta accadendo in Libano, altro fronte delicato. In definitiva, si può dire che una nuova postura aggressiva dei principali attori del Medio Oriente abbia fatto crescere da tutte le parti tensioni.

Con quali rischi?

Questo è il requisito più importante che ha consentito al terrorismo di matrice jihadista di crescere e radicarsi, e per questo mi preoccupa che l’attenzione del governo iracheno si sia spostata su zone dove si verificano le insorgenze mentre le aree del nord sono meno sorvegliate. Ma dovrebbero esserlo, perché la vicenda siriana e la progressiva neutralizzazione del ruolo curdo possono fare del settentrione del Paese una delle zone più critiche per una nuova emersione del terrorismo. E non sarebbe una novità, perché l’inizio della esplosione dell’Isis è avvenuto proprio in quelle zone.

A proposito di Turchia, oggi Trump incontra Erdogan. Che cosa aspettarsi dagli Usa per la stabilizzazione della regione?

Le potenze occidentali e la Russia stanno guardando con attenzione determinata a quel che accade, ed è necessario che l’Occidente non si disinteressi perché un tale atteggiamento potrebbe soltanto peggiorare la situazione. In questo senso l’incontro tra il presidente americano e quello turco è positivo, perché un’assenza di dialogo sarebbe nefasta. Tuttavia, serve anche capire che non avere una propria visione e scegliere di volta in volta di puntare su diversi attori locali non facilita un esito positivo della contrapposizione. Al netto dell’ideologizzazione della vicenda curda, è evidente che in una parte della Siria e del nord Iraq, perdere il ruolo americano è negativo per il raggiungimento di una stabilizzazione e per la lotta al terrorismo, perché il jihadismo può essere utilizzato per condurre operazioni di un attore regionale contro un altro. Per questo dico che sono necessari un coordinamento e una risposta occidentali, perché assistiamo a un moltiplicarsi dei focolai di crisi alimentati dal terrorismo, ovvero a una dinamica che Osama bin Laden e al-Qaeda auspicavano già diversi anni fa. Reagire è fondamentale.

ultima modifica: 2019-11-13T12:10:57+00:00 da Michele Pierri

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: