Il rischio che sta correndo la Basilica di San Marco può essere paragonato all’incendio della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi. A Venezia l’incidente è però tutt'altro che casuale. L'analisi di Mario Panizza, professore ordinario di Composizione architettonica e urbana all'Università degli Studi Roma Tre, già rettore dell'ateneo dal 2013 al 2017

Venezia si trova in uno stato di perenne eccezionalità: corre costantemente il rischio dell’acqua alta che, quando supera la quota di 110 cm, provoca danni quasi sempre irreparabili. Il problema si collega alla particolare posizione geografica della città, ma, proprio per questo, essa dovrebbe essere dotata di contromisure stabili, idonee a contrastare il fenomeno dell’alta marea. Peraltro la condizione di Venezia, come dimostrato dalla serie storica, sempre in crescita, delle maree, tende progressivamente a peggiorare: l’aumento della temperatura del pianeta sta determinando il lento, ma continuo, innalzamento del livello del mare e ciò rende Venezia, come tutte le città costiere, particolarmente vulnerabile. Si prevede che, senza un immediato e combinato intervento, volto a contenere il surriscaldamento della terra, Venezia potrebbe finire sommersa nel giro di qualche decennio.

Nel 2003 è stata avviata la realizzazione del Mose, il sistema di diga mobile capace di mettere in sicurezza la città e salvaguardarne il grande patrimonio artistico. Il Mose, al momento della sua presentazione, riceve un discreto consenso, soprattutto perché propone una soluzione meccanica, con un ridotto consumo di energia e quindi con costi di esercizio contenuti. Si basa infatti sul principio dell’immissione di aria compressa che, svuotando i cassoni posti sul fondale delle bocche di porto, permette di farli ruotare, disporli in verticale, trasformandoli in una vera e propria barriera all’alta marea. Il sistema, particolarmente ingegnoso e, almeno apparentemente, semplice non giunge a compimento e, ancora peggio, i suoi costi lievitano. Le vicende che lo riguardano sono note e ampiamente descritte, anche nelle ragioni che ne hanno richiesto il commissariamento. Siamo ormai alla vigilia del suo completamento, con l’ipotizzata consegna alla città il 31 dicembre 2021, dopo diciotto anni dall’inizio dei lavori. Per il collaudo principale alla bocca di Malamocco era stata scelta la data del 4 novembre di questo anno, in ricordo della drammatica giornata del 1966, quando il livello del mare raggiunse la quota limite di 194 cm, provocando danni ingentissimi. Un “contrattempo tecnico” ha impedito però il test di sollevamento delle paratoie, lasciando ancora una volta la città priva di protezione con il livello del mare a quota 187 cm. Le barriere, ormai invece apparentemente pronte, avrebbero potuto cominciare a fare il loro lavoro, assicurando un argine all’alluvione di questi giorni.

Siamo tutti consapevoli che la situazione di Venezia è particolare e che la sua protezione è tutt’altro che semplice; è però altrettanto noto che il suo patrimonio artistico e ambientale va al di là di qualsiasi possibile valutazione e impedimento burocratico. Il rischio che sta correndo la Basilica di San Marco può essere paragonato al disastro di Parigi con l’incendio della Cattedrale di Notre-Dame il 15 aprile 2019. Qui a Venezia l’incidente è però tutt’altro che casuale e l’inadempienza dei lavori programmati risulta ancora più colpevole perché ogni ritardo espone il bene a danni che non si riescono neppure a quantificare e ipotizzare.

Al fenomeno dell’acqua alta che, come visto, provoca e provocherà danni ingenti alla città fino a quando non si provvederà a soluzioni certe e definitive, si aggiungono altri fenomeni nefasti, come l’incursione delle grandi navi da crociera che giungono fino a Piazza San Marco, causando incidenti, anche recenti, dovuti all’inavvedutezza dei comandanti, ma ancora di più alla colpevole permissività che non ha vietato per tempo l’ingresso in città di questi giganteschi palazzi galleggianti. Tali eventi e la massiccia trasformazione turistica dell’intera città storica hanno provocato il progressivo abbandono della popolazione, trasferitasi sulla terraferma. Da 175.000 abitanti nel 1951 si è passati a 56.000 nel 2017, con un conseguente depauperamento del patrimonio edilizio, sottoposto alle trasformazioni tipologiche necessarie per provvedere all’accoglienza dei turisti.

Venezia si è ripresa dalla pestilenza del 1633; oggi il suo futuro sembra molto più incerto. Che sia propizia l’espressione “in bocca al lupo”, la lavagna che a Venezia riportava i nomi degli scampati al naufragio.

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