Scontata la sua vittoria su Saar, il pensiero corre alle elezioni politiche del prossimo marzo, tra i procedimenti giudiziari per Bibi e il nuovo piano di difesa tra Tel Aviv e Washington

In vista delle primarie del Likud previste il 26 dicembre, Benjamin Netanyahu sta facendo una campagna intensa e già gode di un forte sostegno tra i membri del suo partito, anche se alcuni di loro si rendono conto che questo comunque potrebbe essere un altro passo verso la fine di un’era. Sullo sfondo però resta l’appuntamento nazionale elettorale del prossimo marzo, dove il principale competitor, Blue and White, è nato con l’unico obiettivo di porre fine al regime di Netanyahu, che molti in Israele percepiscono come un voler minare i pilastri della stessa società israeliana.

CHI È SAAR

Il 52enne Gideon Saar è stato a lungo considerato una stella nascente a Likud e un potenziale futuro erede. Ma mentre altri fino ad oggi hanno atteso pazientemente l’uscita di scena volontaria di Netanyahu, Saar ha scelto di affrontarlo a testa alta. È fermamente contrario ad uno Stato palestinese e appoggia l’annessione della Cisgiordania. In varie occasioni pubbliche ha dichiarato che questa mossa dovrebbe essere “una politica ufficiale del Likud” e che il partito ha bisogno di “abbandonare formalmente l’idea dei due Stati”.

Sebbene la vittoria di Bibi nelle primarie di Likud sia data per certa, va ricordato che si tratta ancora di un appuntamento cruciale per determinare il prossimo primo ministro israeliano. Per la prima volta in un decennio Netanyahu viene sfidato per la testa del partito.

La tesi sostenuta da Saar poggia sulla convinzione che un primo ministro sotto accusa non possa essere in grado di formare un governo. Saar, nonostante i sondaggi a lui sfavorevoli, potrà contare su alcuni amministratori locali e su qualche membro della Knesset, che in prospettiva potrebbero garantirgli visibilità anche in ottica nuovo esecutivo (dal momento che si voterà per la terza volta il 2 marzo 2020).

PROCLAMI

Circa 500 attivisti del partito hanno partecipato giorni fa al lancio della campagna dell’ex ministro dell’istruzione tenutasi nel sobborgo di Tel Aviv. Nel frattempo, nonostante le sue accuse, Netanyahu è stato autorizzato a rimanere al suo posto in quanto secondo la legge israeliana solo una condanna può costringere un primo ministro in carica a dimettersi. “Se Netanyahu vince le primarie, non ci sarà un governo – ha avvertito Saar durante una conferenza ad Ashkelon -. Dobbiamo preservare la tradizione democratica di Likud per due motivi: perché Likud è un movimento democratico e perché se smette di essere democratico cadrà”.

STRATEGIE

La domanda che tutti si pongono, tanto all’interno quanto all’esterno di Israele, è se Bibi possa condurre il Likud alla vittoria nel prossimo marzo e formare un governo. Secondo un recente sondaggio, in un’elezione nazionale Saar potrebbe ottenere più seggi per una coalizione di destra rispetto a Netanyahu, anche se quest’ultimo è sostenuto costantemente dai suoi partner della coalizione, come i partiti religiosi, che hanno permesso al Likud di dominare la recente politica nazionale. Per cui, valutando come molto probabile la vittoria di Natanyahu alle primarie del Likud, ecco che il discorso andrà nuovamente tarato sulle elezioni di marzo e sul ruolo che potranno avere i “terzi” di questa partita.

ALLEANZE

Il pensiero corre all’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman che pubblicamente ha ammesso di essere intenzionato a sostenere il perdono per Netanyahu ma solo nel caso in cui il premier decidesse di ritirarsi dalla vita politica. Sullo sfondo il programma del suo sfidante, Gantz, le cui posizioni sulla atavica questione di pace sono in gran parte sconosciute, anche se più volte è trapelata la sua intenzione di procedere prima alla cura delle divisioni tra israeliani, e solo in seguito ad un accordo tra israeliani e palestinesi.

Pochi giorni fa inoltre Netanyahu e Mike Pompeo, il Segretario di Stato americano, si sono incontrati per discutere del patto di difesa Usa-Israele. Ganz da parte sua ha chiarito che si oppone all’accordo in corso di negoziazione.

twitter@FDepalo

 

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