È stato un anno cruciale per Bergoglio. Soprattutto per chi cercava una visione da contrapporre ai nuovi totalitarismi, sempre più diffusi e allarmanti

4 febbraio 2019: papa Francesco si reca ad Abu Dhabi, primo vescovo di Roma a mettere piede nella penisola arabica. Lì firma con l’imam al-Tayyeb, rettore della più importante università islamica, al-Azhar la dichiarazione congiunta sulla fratellanza umana.

6 ottobre 2019: si apre in Vaticano il primo sinodo straordinario della Chiesa cattolica sull’Amazzonia, dove sono rimasti in vita soltanto 3 milioni di indigeni. Dopo la sua conclusione, il 24 novembre 2019, Bergoglio arriva a Hiroshima e poi si reca a Nagasaki, per condannare non solo l’uso ma anche il possesso di armi nucleari, archiviando ogni compiacenza per la deterrenza nucleare. Quindi a Roma, il 17 dicembre dello stesso anno, abolisce il segreto pontificio per i casi di abuso sessuale.

In mezzo a questo vi sono stati altri eventi importantissimi, tra i quali spicca il primo viaggio di un papa in Macedonia, in terre europee, periferie europee e soprattutto ortodosse. Se possiamo definire tutti questi gli epicentri di un anno straordinario, il suo senso complessivo è soprattutto uno; la difesa globale per il pluralismo, che ha nella dichiarazione sulla fratellanza e nel sinodo per l’Amazzonia i suoi capisaldi.

Il pluralismo possiamo definirlo il vero progetto di Dio. È la Dichiarazione sulla fratellanza che lo indica con chiarezza e assoluta coerenza con il Concilio Vaticano II, attuandolo però, visto che per la prima volta l’indicazione pluralista viene firmata con un così autorevole esponente musulmano davanti a centinaia di leader di tutte le religioni. Nel 1975 la scelta fu compiuta con questo passo decisivo della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle religioni non cristiane: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

Nel 2019 questa visione viene confermata dalla dichiarazione congiunta: “Ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

È una visione non più esclusivista, come quella che allargò l’esclusione dalla salvezza non solo agli eretici ma a tutti i non cattolici con il Concilio di Firenze del 1442, né inclusivista, come in parte è stata quella post-conciliare, ma finalmente è compiutamente pluralista. Questo disegno nel corso del 2019 si è concretizzato, è passato dall’esposizione dei principi alla loro pratica, con il sinodo per l’Amazzonia. L’esposizione nella chiesa di Santa Maria in Transpontina di una statuetta della Pachamama, gettata da ottusi bigotti nel Tevere perché ritenuta un idolo, ne è divenuta in certo senso il simbolo.

Il ritrovamento della stessa, integra, ha arricchito la simbologia di un sapore indicativo: solo rispettando le diverse culture il mondo potrà ritrovare il suo equilibrio. Il senso del Sinodo, che non si capisce né si può riassumere nel deliberato sui preti sposati, indispensabili per evitare il digiuno eucaristico alle popolazioni sparpagliate nell’immensa Amazzonia, lo ha indicato così il cardinale Hummes, relatore generale dell’assemblea sinodale: “Inizialmente il cristianesimo ha incontrato un luogo di inculturazione nella cultura europea, con un processo molto felice che dura ancora oggi. Ma quell’unica inculturazione non basta. Dobbiamo apprezzare la diversità delle culture. Quindi se parliamo fra noi e riusciamo a trovare nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia, questo andrà a beneficio di tutta la Chiesa”.

Le culture amazzoniche, le culture dei tantissimi popoli degli indigeni amazzonici vittime di efferate violenze e sterminii da secoli, rappresentano il tassello che ci connette alla casa comune, a quella Pachamama, o Madre Terra, che tanto ricorda la “sora nostra matre Terra, /la quale ne sustenta e governa, /e produce diversi frutti con coloriti flori et herba”.

È questa la strada che conduce all’ecologia integrale, che comprenda tutto il creato e tutto l’uomo, e che richiede un allontanamento dal nucleare, vera ideologia distruttiva dell’uomo e della natura che non ha più bisogno, in un’epoca post-blocchi, della deterrenza chissà contro chi. E questo passo è puntualmente arrivato con il pellegrinaggio nei luoghi dell’orrore nucleare, Hiroshima e Nagasaki. Quei discorsi, forse sottovalutati perché considerati quasi “normali”, si comprendono solo vedendo il trittico Abu Dhabi, Amazzonia, Giappone.

Se il viaggio africano, soprattutto nella tappa in Madagascar, è stato un antefatto del sinodo amazzonico, nella tappa alle Mauritius uno sviluppo africano di quello ad Abu Dhabi, e nella tappa in Mozambico un sostegno al dialogo per favorire la pace, il pluralismo del 2019 non poteva non dire qualcosa di importante anche all’Europa smarrita. I viaggi in Bulgaria, Romania e Macedonia hanno parlato all’Europa e alle Chiese europee del pluralismo come poliedro. Chiese ortodosse chiuse, comunità cattoliche esigue e dimenticate, Paesi europei rimossi o non considerati. Da queste realtà dove si chiudono le porte ai migranti anche se la popolazione locale emigra in massa e la forza lavoro scarseggia sembra emergere il richiamo all’Europa a guardare meglio il proprio destino comune, nel quale nessuno potrà illudersi di fare i propri interessi tradendo i propri principi. Ritrovare l’idea-Europa è essenziale per l’Europa.

Resta infine da ricordare l’abolizione del segreto pontificio che copre nel segreto le carte e le decisioni vaticane sui religiosi che i fedeli hanno denunciato per abuso sessuale. Alle denunce alle varie diocesi nel mondo seguivano infatti, con la Congregazione per la Dottrina della Fede, analisi e verdetti ecclesiastici, coperti appunto da segreto. Ora invece le autorità civili potranno chiedere e ottenere copia di quanto discusso (elementi) e deliberato (sentenze). Dunque la novità è la fiducia, la collaborazione con le autorità civili, nel nome della tutela dei diritti della vittima. Basta segreti, quel segreto che confermava l’idea che il vero motore degli abusi stia nel potere, nella cultura del potere ecclesiastico e che l’ordinato ha così introiettato da ritenere di poterlo esercitare anche fisicamente nei confronti dei più piccoli e comunque laici. Per questo il clericalismo è tra le vere cause della tragedia degli abusi e per questo c’era il segreto pontificio anche davanti a questo crimine.

A giudicare da questa rapida e superficiale carrellata il 2019 di Francesco è stato un anno cruciale, soprattutto per chi cercava una visione da contrapporre ai nuovi totalitarismi, sempre più diffusi e allarmanti.

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