Trenta razzi contro una base Usa a Kirkuk: un americano morto e diversi feriti. Le milizie sciite filo-iraniane hanno passato una red line?

Un contractor civile della Difesa americana è stato ucciso e diversi soldati statunitensi sono stati feriti ieri sera a Kirkuk, nord di Baghdad, quando due dozzine di razzi sono piombati sul deposito di munizioni della base K1 (utilizzata dagli Usa in condivisione con le forze di sicurezza irachene per portare avanti la campagna contro lo Stato islamico, e rimasta come avamposto tattico contro fenomeni di insorgenza jihadista).

Non è la prima volta che negli ultimi mesi postazioni statunitensi finiscono bersagliate da razzi (di solito Katyusha), ma è la prima volta che un americano rimane ucciso. A metà dicembre, per esempio, cinque razzi erano stati sparati da sud verso l’aeroporto di Baghdad: dovevano colpire una base di soldati stranieri (americani, ma non solo) all’interno del compound, però, visto che sono armi non troppo di precisione, hanno centrato la caserma dei poliziotti iracheni lì vicino.

Tempo fa qualcosa di simile era successo nella Green Zone, l’area protetta nel cuore della capitale: prima a maggio, un razzo diretto contro il fortino dell’ambasciata Usa aveva colpito un palazzo del quartiere e un altro era caduto sul prato davanti al monumento ai caduti; poi a settembre, di altri due razzi sparati sempre su quello stesso obiettivo uno era caduto all’interno del cortile dell’ambasciata, mentre un terzo era finito nel Tigri.

Per questi attacchi sono state incolpate le milizie sciite irachene, in particolare la Kata’ib Hezbollah per l’aeroporto e per maggio e un altro gruppo minore per l’episodio di settembre. Ma da diversi mesi i cinquemila militari americani presenti in Iraq subiscono azioni di disturbo quasi giornaliere. Le milizie sono una realtà forte in Iraq controllata completamente dall’Iran: hanno una componente politica, hanno interessi economici e commerciali, hanno un valore sociale, sono parte del tessuto interno iracheno e da qualche tempo l’ombrello che le raggruppa come protezione politica, l’Hashd al-Shaab, Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), è stato integrato nelle forze di sicurezza del Paese. Le PMF hanno combattuto in prima linea l’infestazione baghdadista, e la regolarizzazione è stata una sorta di tributo. A volte, come a Kirkuk, hanno anche condiviso il fronte con gli americani, che dall’alto coordinavano le missioni per liberare i territori iracheni dal Califfato.

Le milizie sono state implementate da Teheran dopo che nel periodo della guerra d’Iraq avevano dimostrato capacità di guerriglia e odio contro gli Usa (e da bravi jihadisti contro l’Occidente in generale). A quei tempi attaccavano quotidianamente le forze americane ed erano considerate fenomeni terroristici peggiori di al Qaeda — che gli Usa stavano combattendo e che nel giro di un decennio avrebbe dato alla luce il Califfo. Attualmente le milizie sono il vettore con cui l’Iran riesce a esercitare influenza in Paesi della regione come Iraq, Libano, Siria. Sono controllate dall’unità operazione segreta Quds dei Pasdaran, che fa capo al generale/politico Qassem Soulimani (ministro degli Esteri per i piani più aggressivi della Repubblica islamica), e rappresentano una forma di Stato parallelo. Le proteste irachene di questi mesi sono concentrate proprio contro di loro, contro questa forma di controllo da remoto che attraverso loro l’Iran esercita sull’Iraq e soprattutto contro il governo che non fa niente (e forse non può) per spezzare quel sistema corrotto che si sono create attorno. Non è un caso se siano le milizie a occuparsi della repressione dei manifestanti e nemmeno che Soulimani in persona sia stato almeno due volte a Baghdad per ordinare ai capi politici di non mollare il governo (in particolare ha convinto quello della Badr Organization) e poi coordinare la risposta violenta che avrebbe dovuto soffocare le proteste — secondo alcune ricostruzioni è Abu Zainab al-Lami, capo della sicurezza interna delle PMF, a dare gli ordini ai cecchini che dai tetti degli edifici di Baghdad o Nassirya hanno sparato sulla folla.

Gli Stati Unito hanno più volte denunciato la situazione e ringhiato contro l’Iran, ritenendolo responsabile diretto delle azioni delle milizie. Anche la scorsa settimana il segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva promesso una “risposta decisa” se gli americani fossero stati messi ancora in pericolo. Poche ore fa una delle red lines profonde statunitensi è stata abbondantemente superata con l’uccisione del contractor. Per ora non è noto il colpevole e nello statement diffuso dal Pentagono c’è scritto che saranno le autorità irachene a indagare (ma è chiaro che è una formula retorica per evitare sovrapposizioni e ingerenze: gli Usa a breve sapranno chi è stato l’autore dell’attacco). Nell’area è forte l’Asa’ib Ahl al-Haq, più famosa come Lega dei Giusti, che negli anni dell’occupazione americana ha firmato migliaia di attacchi, diversi anche contro obiettivi occidentali. Ma c’è anche la Kata’ib Hezbollah, come detto individuata recentemente come responsabile di attacchi del tutto simili, e per questo “il principale sospettato” ha ricordato un funzionario Usa alla Cnn.

È possibile che in questa occasione, se sarà verificato che la colpa dell’attacco alla base K1 è da ricondurre a una milizia filo-iraniana, gli americani decidano di rispondere in qualche modo deciso. Quest’estate c’è già stato un episodio gravissimo su cui Washington era restata ferma per evitare escalation, l’abbattimento da parte dei Pasdaran di un drone Global Hawk sopra lo stretto di Hormuz. Ma in questo caso la reazione Usa sarebbe semplificata: l’attacco potrebbe non essere stato condotto da corpi regolari iraniani, e andare contro le milizie (sebbene addossandone la responsabilità a Teheran) è politicamente molto più facile. In più in questa situazione a essere colpito non è stato un robot-aereo, ma personale statunitense, un collaboratore esterno civile ucciso e soldati feriti.

L’episodio è un ulteriore step nel confronto in cagnesco tra Stati Uniti e Iran, sostanzialmente legato alla riattivazione della linea dura da parte di Washington iniziata col ritiro dall’accordo sul nucleare. Nei mesi estivi ci sono stati diversi episodi controversi che hanno interessato l’area del Golfo Persico e di cui gli iraniani sono responsabili secondo gli americani: sabotaggi alle petroliere, attacchi contro i sistemi petroliferi sauditi (eseguiti dagli Houthi, un’altra forza locale, nello Yemen, a cui l’Iran passa le armi).

 

 

 

 

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