Vi spiego tutti i rischi di una mini Ilva a Taranto. Parla il prof. Pirro

Vi spiego tutti i rischi di una mini Ilva a Taranto. Parla il prof. Pirro
Il sito di Taranto non può scendere ad una capacità di 4 o 4,5 milioni di tonnellate all’anno, pena un drastico ridimensionamento del tutto antieconomico per un impianto di quelle dimensioni. Conversazione di Formiche.net con il professore Federico Pirro dell’Università di Bari

“Facciamo tutti attenzione che il Siderurgico di Taranto non venga declassato a centro servizi del Gruppo Arcelor. Il rischio almeno potenziale esiste”. Inizia con questa preoccupata affermazione la conversazione di Formiche.net con il professore Federico Pirro dell’Università di Bari che sta seguendo da tempo le vicende dell’Ilva.

Professore, ma esiste realmente questo rischio?

Purtroppo sì, se nella prossima trattativa fra gli esperti nominati dal governo e quelli di Arcelor non verrà ribadito con chiarezza dai rappresentanti italiani che il sito di Taranto non può scendere ad una capacità di 4 o 4,5 milioni di tonnellate all’anno, pena un drastico ridimensionamento del tutto antieconomico per un impianto di quelle dimensioni che è ancora la più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa e la maggior fabbrica manifatturiera d’Italia con i suoi 8.277 addetti diretti.

Ma perché Arcelor dovrebbe ridimensionarlo? 

Il gruppo francoindiano, dopo aver ceduto alcuni suoi impianti in Europa a causa delle prescrizioni di Bruxelles per poter acquisire il gruppo Ilva, al momento gestito in locazione finalizzata all’acquisto, sta riorganizzando le produzioni nei suoi stabilimenti di Dunkerque e di Fos-sur-Mer vicino Marsiglia, portandole – con il consenso del governo francese – da 4 a 6 milioni di tonnellate ciascuno e, pertanto, potrebbe non avere interesse a conservare un’elevata capacità a Taranto, perché i 12 milioni di tonnellate dei due siti francesi e gli eventuali 4 del capoluogo ionico sarebbero sufficienti a conservarle il suo mercato continentale. Si punterebbe così ad una mini Ilva. Secondo la sua strategia tale disegno sarebbe comprensibile, ma non sarebbe condivisibile dall’Italia che deve conservare adeguata capacità nel ciclo integrale.

E vi sarebbero anche effetti occupazionali a Taranto…

Pesantissimi, non solo per l’attuale manodopera diretta che con 4 o 4,5 milioni di tonnellate sarebbe dimezzata – senza alcuna speranza inoltre di poter un giorno recuperare in fabbrica gli attuali 1.700 cassintegrati in carico all’Amministrazione straordinaria – ma anche per gli addetti diretti di Genova e Novi ligure, e per alcune migliaia di occupati dell’indotto manifatturiero delle tre città, ma soprattutto di Taranto e non solo per quello industriale.

E quali sarebbero gli altri settori colpiti?

Le movimentazioni del porto cittadino che potrebbe anche perdere entro qualche anno, se non recuperasse traffici, la classificazione di porto core con la scomparsa della sua Autorità di sistema portuale, come ha sottolineato il suo Presidente Prete, ma anche il settore dell’autotrasporto su gomma e su ferrovia, tutto l’indotto di secondo e terzo livello, dalle pulizie industriali alle mense aziendali, senza considerare l’impoverimento complessivo di territori provinciali e regionali in cui viene speso il reddito di operai e tecnici dell’Ilva. Insomma, una catastrofe.

Ma tutto questo è già stato deciso? 

Deciso non ancora, per quanto mi risulti, perché si avvierà una trattativa nei prossimi giorni, ma per sventare il rischio è necessario in primo luogo che lo staff dei negoziatori del governo che si apprestano al confronto con lo squadrone di Arcelor sia tecnicamente all’altezza dei propri interlocutori/contraddittori. Lo sono i tecnici in via designazione da parte del nostro Esecutivo? Chi sono e quale profilo tecnico-manageriale esprimono? Lo staff di Arcelor cercherà di argomentare tecnicamente le proprie ragioni, ma deve trovare interlocutori altrettanto capaci tecnicamente di controbattere nel merito e se necessario di smontare le tesi dei francoindiani.

In tale scenario i sindacati che ruolo saranno chiamati a giocare? 

Sino ad oggi i sindacati hanno giustamente sottolineato che per loro vale l’accordo del 6 settembre del 2018 siglato da tutte le parti in causa e che comunque loro non stanno partecipando ad una trattativa i cui possibili esiti non potranno essere accettati a scatola chiusa. Questo è bene che se lo ricordino sempre i soggetti in campo e che ora avviano il confronto tecnico.

E gli Enti locali? Regione e Comune con Emiliano e Melucci hanno ricucito in queste settimane per le vicende dell’indotto un rapporto con ArcelorMittal e la Confindustria locale.

È positivo che si sia ricucito un loro dialogo con Confindustria e Arcelor tramite la dott. Morselli. Per il presidente Emiliano – che aveva affermato sino a pochi giorni fa che “sarebbe stato meglio se l’Ilva non ci fosse mai stata a Taranto” – sentirgli dire ora che “si sente a casa nel Siderurgico”, dopo l’apertura alla città della Morselli, è un bel passo avanti. Ma ora si eviti un falso unanimismo. Regione, Comune, Provincia e Sindaci locali, con Liguria, Piemonte, Sindacati, Confindustria, Confimi, Cna e Confartigianato facciano quadrato contro il declassamento del Siderurgico ionico.

Che altro fare per uno sbocco positivo della vicenda?

Si vogliono forni elettrici a Taranto? Bene, allora se lo Stato deve entrare in società con Arcelor, l’Eni crei nell’area ionica un impianto per la produzione del preridotto di ferro che serva anche ai siderurgici italiani da forno elettrico ormai in difficoltà ad acquistare rottame sul mercato internazionale. Dal rilancio dell’Ilva tutto il Paese tragga giovamento.

ultima modifica: 2019-12-03T10:10:12+00:00 da Valeria Covato

 

 

 

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