Italia stretta fra Oriente e Occidente ma con un jolly: la sua Difesa (e il Colle)

Italia stretta fra Oriente e Occidente ma con un jolly: la sua Difesa (e il Colle)
Pompeo chiama gli alleati per parlare del raid contro Soleimani, ma esclude l'Italia almeno dal primo giro di consultazioni. Una situazione che dimostra la scarsa affidabilità con cui Washington percepisce il governo giallorosso. Ma per Roma c'è la possibilità di usare la carta delle divise: il comparto militare, e i tutori tra Difesa e Quirinale, sono la carta spendibile con gli alleati Usa. Il corsivo di Emanuele Rossi

“La mancanza di visione del governo giallorosso investe in pieno anche la politica estera”, a scriverlo oggi è Stefano Folli, uno dei principali notisti politici, firma di Repubblica, il principale quotidiano a sostenere il governo giallorosso.

La situazione è consolidata nell’esclusione dell’Italia dal giro di consultazioni curato dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che per il governo degli Stati Uniti sta seguendo la fondamentale fase di follow up diplomatico dopo il raid Usa che ha portato all’uccisione del numero due del regime iraniano, il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani.

Pompeo, per ora e nel momento più caldo, a meno di ventiquattr’ore dall’azione, ha scelto di parlare con il Regno Unito e — sebbene in parte s’è detto deluso dall’atteggiamento degli alleati europei — con Francia e Germania, ma non con l’Italia (che invece storicamente avrebbe relazioni migliori). Colpa di quella che Folli chiama “deficit di credibilità politica” di Roma.

È uno schiaffo clamoroso (tanto più se si considera che Pompeo ha già parlato con Francia, Regno Unito, Germania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Turchia, Afganistan, Pakistan, Russia, Cina e perfino col primo presidente del Kurdistan). Ma d’altronde la posizione politica italiana, vista da Washington, è davvero difficile da decifrare. Sul caso Iran siamo davanti a quanto segue. Il Movimento 5 Stelle, per voti prima forza di governo, ha praticamente palesato la sua posizione pro-Teheran, che è più che altro una riaffermazione di una traiettoria anti-americana.

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, capo politico del M5S, ormai fatica a contenere le posizioni di alcuni dei suoi (su tutti Alessandro Di Battista e Ignazio Corrao, che fanno pubblicamente una specie di requiem dimenticando che Soleimani è il pianificatore di piani contro l’Occidente). E certe linee rimbalzano da Via Veneto fino a Foggy Bottom – da cui le telefonate non partono. D’altronde anche il Pd ha all’interno posizioni ambigue. E anche tra le opposizioni, tra scarsa incidenza e letture mediane, solo Matteo Salvini ha preso una posizione forte contro “i silenzi dei pavidi dall’Italia” che invece dovrebbero “ringraziare Trump e la democrazia americana per aver eliminato Soleimani, uno degli uomini più pericolosi e […] un nemico dell’Occidente”. Ma Salvini è praticamente isolato.

È un contesto in cui il premier Giuseppe Conte va in netta difficoltà. Giocare a nascondino per il più lungo tempo possibile è una tattica comunque a scadenza. Possibile che a un certo momento scelga una linea comune con quella Ue, che sarebbe la mossa più facile dal punto di vista formale, ma poi va valutato il piano concreto, il pragmatismo – arte che fu di Soleimani, appunto – richiesto dalla politica estera. L’Italia dovrà essere posizionata da qualche parte, Washington ce lo chiederà.

Roma è bloccata da una dicotomia complicata. Politicamente è immatura, ma ha una capacità in campo militare da primato. Il nostro asso nella manica sono le donne e gli uomini in divisa presenti sui diversi teatri e che rappresentano sia l’ancoraggio alla linea dell’Occidente, che la capacità di dialogo con gli avversari in giro per il mondo, tra questi l’Iran. Le insegne italiane risplendono a livello internazionali in missioni di primario interesse strategico, di valore globale.

Per esempio in Libano, dove  il generale Stefano Del Col comanda in un’area caldissima (per colpa del principale dei proxy iraniani, Hezbollah) la missione d’interposizione Onu, Unifil. O ancora in Afghanistan, dove l’Italia ha risposto alla chiamata Nato contro il regno nero dei talebani. O in Iraq e nel Kurdistan, dove i soldati italiani hanno addestrato le forze locali per combattere il terrorismo jihadista fatto stato del Califfato sotto il coordinamento della Coalizione internazionale a guida americana che ha sconfitto lo Stato islamico. Anche in Libia, dove la presenza di un ospedale da campo – costruito e protetto dai militari italiani per assistere i miliziani di Misurata – è stata fondamentale per disarticolare Sirte, la fiorente capitale baghdadista sul Mediterraneo.

Non c’è un comandante alleato sul terreno che non abbia apprezzato la qualità del servizio offerto dai militari italiani, tra l’altro capacissimi nel gestire i rapporti con le popolazioni locali, skill vanto delle nostre forza armate. E allora, se la volontà di Donald Trump, di cui Pompeo s’è fatto voce nei suoi contatti diplomatici di queste ore, è la de-escalation, chi meglio dell’Italia? Ma non i suoi politici, considerati inaffidabili da tutti, ma tramite i militari, la difesa e lo stesso capo supremo delle forze armate

E allora la nostra unica possibilità come sistema Paese è fare leva su questa capacità — di cui il ministro della Difesa Guerini e sopra tutti il presidente Mattarella possono fare da garanti istituzionali verso gli Stati Uniti. Ma il tempo non è una variabile indipendente! Gli errori fatti sulla Libia (dove l’Italia ha perso contatto con il governo amico, ma è anche percepita come ostile dall’aggressore che intende rovesciarlo) sono già enormi a sufficienza. E se si resta tagliati fuori anche dal dossier-Iran e Medio Oriente – non solo in quanto tale, ma per ciò che rappresenta – si può tranquillamente dire addio ad ogni velleità in politica estera.

ultima modifica: 2020-01-04T10:50:16+00:00 da Emanuele Rossi